Crisi infinita: ecco perché l’Italia non può rialzarsi

Crisi infinita: ecco perché l’Italia non può rialzarsi

di Maria Cristina Marroni  –

Fermiamo la mattanza economica
La scritta sul muro del Municipio di Vasto

Poche settimane fa ho letto che dal 2012 l’ISTAT non pubblica più il conteggio annuale dei suicidi economici. In compenso l’“Osservatorio sui suicidi” continua a farlo ed ha censito ben 121 vittime nel primo semestre del 2015 (l’ultimo censimento ISTAT è del 2010, con 187 suicidi verificatisi in quell’anno).

Se i dati fossero corretti siamo di fronte ad una mattanza sotterranea, che gli enti pubblici si ostinano a voler nascondere, ma che è in costante crescita e fa registrare sempre nuovi macabri record. Secondo l’Osservatorio nel 2012 i suicidi dovuti a ragioni economiche in Italia sono stati 89, nel 2013 ben 149, nel 2014 addirittura 201, e la proiezione di quest’anno lascia presupporre che si possa arrivare fino a 240 ed oltre, cioè fra il doppio e il triplo dei casi rispetto a tre anni fa.

Checché ne dica l’ottimista Matteo Renzi, in Italia è record di suicidi dovuti alla crisi economica, oggi, adesso, proprio mentre parliamo. E nonostante gli infiniti annunci di luci intraviste in fondo al tunnel, le uniche luci che si accendono sono quelle del camposanto dove riposano coloro che non ce l’hanno fatta, i quali nel 94% dei casi sono maschi che lasciano un esercito di vedove, di figli e di madri tanto più inconsolabili quanto più consce che i loro cari non sono morti per colpa del destino, bensì per colpa dello Stato.

Dal canto nostro, l’Abruzzo registra risultati terribili in quanto il 4,8% dei suicidi totali nazionali dovuti a problemi economici – nel periodo dal 2012 ad oggi – è avvenuto proprio in Abruzzo. Se si considera che la nostra regione, con il suo milione e trecentomila abitanti, rappresenta il 2,2% del totale della popolazione italiana, non è difficile dedurre che da noi ci si ammazza ad un ritmo più che doppio rispetto alla media italiana.

Eppure l’allarme sul fenomeno pare non preoccupare le istituzioni e meno che mai le classi dirigenti, impegnatissime a spartirsi le residue briciole della torta, a litigare per un finanziamentino, per una regalia, per un tozzo di pane, come ci riferiscono le cronache locali. Al contrario, andrebbe svolta una riflessione ampia ed approfondita sulle cause e sui rimedi del baratro nel quale stiamo sprofondando.

La crisi economica dell’Italia è destinata a non avere mai fine se non ci si convince tutti che sia necessario pretendere la rinegoziazione dei parametri di Maastricht.

È lì che si trova scritto il nostro declino. È lì che viene sancita la macelleria sociale che la crisi comporta: la disoccupazione abnorme e cronica, la povertà, la diminuzione dei servizi, la riduzione delle tutele, la cancellazione dei diritti, lo smantellamento del Welfare State, il suicidio del nostro popolo.

Molti si sono chiesti come mai nell’epoca precedente alla stagione di Tangentopoli l’economia nazionale andasse meglio, nonostante la corruzione dilagante, mentre oggi l’economia è in coma pur essendo state adottate numerose norme anticorruzione. La risposta è semplice: perché il peso della corruzione frenava ma non bloccava, mentre il peso coercitivo dei trattati europei blocca sistematicamente ogni possibilità di sviluppo, persino nel caso idilliaco di una assenza totale di fenomeni corruttivi.

Non sono certo un’esperta di economia, ma credo di avere afferrato il nocciolo del problema. Dal 1999 è entrato in vigore il Patto di Stabilità e Crescita (confluito nella Costituzione Europea e nel Trattato di Lisbona) che contiene due prescrizioni:

un disavanzo statale non superiore al 3% del PIL (cioè le uscite dello Stato possono essere maggiori delle entrate nel limite del 3%, in pratica se lo Stato incassa 100 l’anno non può spendere più di 103 l’anno);

un debito pubblico inferiore al 60% del PIL (attualmente quello dell’Italia vale circa il 133% del PIL, cioè ben oltre il doppio del massimo consentito dai vincoli europei).

Se uno Stato supera il vincolo del 3% di deficit pubblico, si attiva una procedura di infrazione per deficit eccessivo, procedura che l’Italia ha già subito nel 2005 e che si è conclusa senza sanzioni nel 2008 poiché siamo frattanto rientrati all’interno dei parametri consentiti.

Il vincolo del 3% di deficit massimo rappresenta la morte della sovranità economica dello Stato perché se l’Italia spendesse 100 l’anno e imponesse una tassazione pari a 60, consentirebbe un aumento di ricchezza pari a 40 grazie al deficit. Ma ciò non è più possibile perché ci siamo legati le mani da soli.

E siccome l’Italia paga interessi passivi sul suo mostruoso debito pubblico in percentuale maggiore del 3%, è evidente che con i vigenti parametri europei il nostro Paese si è autocondannato a non fare più deficit e a dover perseguire all’infinito un avanzo primario (cioè deve spendere meno di quanto incassa), sottraendo in tal modo ricchezza all’economia reale.

I vincoli europei ci vietano di poter attuare politiche espansive. A causa di questa situazione di debolezza, quando la crisi economica dall’America è dilagata in Europa nel 2009 il clima di sfiducia ha fatto chiudere i rubinetti del credito alle banche senza che lo Stato potesse in alcun modo evitare il peggioramento della situazione economica, con i conseguenti fallimenti, i licenziamenti e la disoccupazione stellare che ci troviamo a subire.

L’Italia non può immettere liquidità nel sistema né fare deficit per aiutare il malato a rialzarsi, per cui è schiava dell’Europa che se ne frega se gli italiani stanno male, anzi specula sulle disgrazie altrui.

Il sistema bancario dovrebbe essere sotto il controllo dello Stato, il quale dovrebbe tutelare l’economia reale e la qualità della vita dei propri cittadini, anche eventualmente decidendo di fare credito in prima persona e di immettere liquidità per stimolare gli investimenti e i consumi, cosa che non ha più il potere di fare poiché ha ceduto fette essenziali della propria sovranità.

Pertanto siamo con il cappio al collo, in ginocchio di fronte al sistema creditizio privatizzato e fuori dal controllo della politica, la quale non ha più strumenti e poteri per salvaguardare il bene pubblico della vita dei cittadini. Il potere è altrove, e noi miseramente subiamo, senza mezzi per opporci all’infausto destino.

Va da sé che oggi lo Stato è fragile al punto che ogni scossa economica costringe a tartassare i contribuenti senza nessun tipo di ammortizzatori. Per questo sarebbe oltremodo necessario recuperare la sovranità monetaria, poiché il solo fatto di detenere il potere sul denaro rappresenta per ciò solo un deterrente contro lo strapotere bancario e infonde fiducia sulla possibilità di attivare politiche espansive ogni volta che se ne presenti l’esigenza, come avviene perfettamente in America.

Invece da noi gli istituti di credito possono fare ciò che vogliono, anche in danno della popolazione e dell’economia reale, perché tanto i costi di un eventuale fallimento ricadono sempre su coloro che ingenuamente hanno affidato i propri soldi alle banche stesse, con lo Stato che deve restare paralizzato a guardare scorrere il sangue dei propri cittadini senza poter in alcun modo intervenire.

Si avvicina il tempo delle decisioni pesanti, la stagione nella quale l’ennesima goccia di sangue versata nella macelleria sociale farà maturare la consapevolezza della Politica di dover riprendere in mano le chiavi del proprio destino, per svolgere a pieno il ruolo che le è proprio: di dare benessere e stabilità alla società, migliorando le condizioni degli italiani ad ogni costo, anche sciogliendo unilateralmente quei patti europei che ci legano le mani, impedendoci anche di sfamarci.

E sotto questo aspetto fondamentale, un anno e mezzo di governo Renzi ha dimostrato tutta l’inconsistenza dell’esecutivo, integralmente in linea con i precedenti governi Letta, Monti e Berlusconi sulla strada dell’obbedienza fideistica ad un’Europa che richiede sempre maggiori sacrifici umani, oramai davvero insostenibili.

Renzi strafatto vede segnali di ripresa
Renzi è ottimista sull’andamento dell’economia

One Response to "Crisi infinita: ecco perché l’Italia non può rialzarsi"

  1. Marco Moschetta   18 agosto 2015 at 16:38

    Maria Cristina negli ultimi 40 anni nel mondo circa 1 miliardo di persone sono uscite dalla povertà assoluta (dati World Bank) facendo il loro ingresso nelle fila dei ceti bassi e mediobassi produttivi.

    Un miliardo di persone che hanno sostituito, tra gli altri, quelli che fino agli anni ’80 vivevano di facon in Val Vibrata.

    Tutta questa gente ha rappresentato una pressione competitiva mai vista per produzioni a basso valore aggiunto. Basta farsi un giro al Globo di viale Crispi o al megastore cinese sotto Piazza San Francesco per capire di cosa stiamo parlando.

    L’Euro e Maastricht, pur imperfetti, erano la risposta: rendere più efficienti i nostri ricchi stati sociali in cambio di una valuta a corso “globale” (che, dati alla mano, a permesso allo stato italiano di risparmiare 800 miliardi in interessi sul debito).

    Il vincolo del 3% non rappresenta la morte di alcuna sovranità, ma uno scambio che l’Italia ha fatto: ottengo una valuta forte che permette allo stato di finanziarsi a condizioni equilibrate ma in cambio mi impegno a non far saltare il banco – che essendoci l’Euro, è comune ai nostri partner europei.

    La politica, invece di capitalizzare e gestire questo enorme risparmio, ha sfondato negli ultimi 20 anni la pentola con tutto il coperchio.

    Oggi potremmo accomodarci fuori dall’Euro, a condizioni concordate con gli altri condomini, ma poi scordiamoci lo spread a 125. E scordiamoci di approvvigionarci di combustibili e materie prime a questi termini. Per inciso, la bilancia energetica del paese è negativa di oltre 60/70 miliardi di euro. Immagina fare il pieno con le lirette. Perchè il pieno, vuoi o non vuoi, lo facciamo tutti, no?

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