Il Baratto amministrativo

Il Baratto amministrativo

di Ernesto Albanello – 

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 Oggi ci chiediamo in cosa consista il baratto amministrativo. Coloro che hanno un reddito non superiore agli 8.500 euro annui, risultano disoccupati per fallimento dell’azienda, non sono in grado di assolvere al pagamento dell’IMU e della TASI, possono prestare la propria opera con interventi di manutenzione e di tutela dell’ambiente del proprio Comune che, in questo modo, cancellerà la situazioni debitorie in quanto compensate da questa manovalanza.

L’iniziativa, di per sé lodevole, si presta però ad una serie di “trattamenti privilegiati ed in qualche modo discriminatori” a discapito di altre categorie che non se la passano altrettanto meglio.

Per non parlare dell’ingiusta concorrenza verso figure presenti nel Comune o in società convenzionate con l’Ente (quali gli operatori ecologici), che potrebbero sostenere, legittimamente, che la loro attività non si improvvisa, che ne è di altre funzioni che a questo tipo di “compensazione” non possono accedere?

Ad esempio, perché non quantificare gli oneri che gravano su un avvocato e stabilire che una consulenza legale possa essere assicurata, sia pur gratuitamente,  ai fini dell’annullamento di tasse comunali sullo studio ?

Si dirà : difficile per un avvocato sostenere che i propri introiti raggiungono al massimo l’importo lordo di € 8.500,00.

Sì, ma sulla base di quale criterio si determina questo tetto e poi perché questo riconoscimento di opere di pubblica utilità deve essere circoscritto ad interventi che   “  chiunque, bene o male, può espletarli” ?

Credo che in un periodo di penuria economica, invece di tante dichiarazioni d’intenti la cui realizzazione avviene “il mese del mai dell’anno del poi”, sarebbe opportuno considerare il baratto amministrativo alla stregua di una moneta compensativa.

Vorrei, a questo riguardo, rammentare che per un certo periodo si era affermata una concezione dello scambio di esperienze fra cittadini che aveva per nome “Banca del Tempo”, per la ragione che l’unità di misura era appunto il tempo che una persona metteva a disposizione a vantaggio di un altro, dal quale riceveva un aiuto di equivalente durata per funzioni in cui lui sapeva meglio mettere le mani ( o l’intelletto).

Poteva accadere, in sostanza, che mentre il soggetto A si rendeva disponibile per opere di giardinaggio a favore del soggetto B, quest’ultimo corrispondeva in ripetizioni di inglese per il figlio del soggetto A.

Un segretariato della Banca del Tempo provvedeva a contabilizzare con appositi assegni, il tempo ceduto da chi e per chi e tutto andava a tradursi in una fitta rete di rapporti scambievoli che, cosa molto più importante, contribuiva ad un miglioramento delle relazioni e ad una caduta dei pregiudizi e delle diffidenze.

Ora, perché tutto questo non ha preso piede ? Forse perché il potere amministrativo sarebbe stato spettatore di una “ragnatela” di relazioni che, di fatto, lo estrometteva dall’essere il mediatore di tali rapporti?

Altrimenti, perché questo sistema viene a risorgere, ma secondo regole dettate dal Comune e solo per far quadrare i conti all’amministrazione locale?

Insomma, se una possibilità c’è perché l’Ente Comune possa smetterla di essere percepito come un ingordo rastrellatore di quote da estorcere ai cittadini, si provveda in fretta a concepire sistemi che alleggeriscano il carico fiscale dei residenti.

Lo si faccia però subito, prima che l’indice di fiducia dell’amministrato raggiunga i minimi termini.

 

Ernesto Albanello

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