L’arte e la natura della Valle Siciliana

L’arte e la natura della Valle Siciliana

di Sergio Scacchia  – 

Ci sono luoghi che sembrano contenere tutti i segreti della natura e dell’esistenza umana. Come se di là da questa bellezza, da questa purezza e perfezione, non esistesse nient’altro. L’anfiteatro di montagne che cinge la Valle Siciliana incanta il visitatore.

È un autentico miracolo della morfologia, la dorsale appenninica, la più alta di tutte le cime che attraversano da nord a sud lo stivale. Qui è piena di foreste, ma anche di eremi e di storie di santi che, scavando nella roccia per trovare stabile rifugio, hanno incontrato Dio sul loro cammino.

Chiusa come in uno scrigno tra guglie ardite e muraglioni di roccia, la Valle Siciliana sembra al suo estremo, un territorio magico capace di coinvolgere l’immaginazione di chiunque. I personaggi storici o leggendari che qui hanno legato le loro gesta, trasfigurano questo straordinario panorama in un mondo parallelo e incantato. Le pietre raccontano come libro aperto, milioni di anni di storia.

La valle del Mavone è “siciliana”, secondo gli scritti di Plinio il Vecchio e, più tardi, gli storici Camarra e Delfico, perché i Siculi, prima di abbandonare nel 1284 a.C. la penisola, sospinti a sud da popoli nordici, fondarono Numana e Sirolo nel Conero marchigiano, insediandosi infine in questa conca aprutina.

Per altri il toponimo deriverebbe da “siciliana” dal latino “silex”, per la natura delle pietre del Gran Sasso o dal nome della via Cecilia, famosa strada romana costruita intorno al 117 a.C. dal console Lucio Cecilio Metello per collegare Roma all’Adriatico.

Attraversando la valle e ridiscendendo verso il mare di Roseto, non è difficile scorgere, accanto a case rurali o nuove costruzioni, architetture medioevali o rinascimentali di piccoli centri che testimoniano la ricchezza di questi luoghi nei secoli passati.

Stupisce la qualità di alcuni affreschi che impreziosiscono le antiche dimore. Danno l’idea della presenza antica di una scuola pittorica che ha espresso nel tempo talenti artistici di grande valore.

Ai margini della vallata, salendo tra spettacolari viste sul re degli Appennini, si raggiunge il borgo medioevale di Castelli che sembra appeso alle guglie del monte Camicia precipitante in una verticale terribile. Il paese ospita una delle più importanti scuole d’arte ceramica nel mondo.

Ancora oggi in musei di alto prestigio come l’Hermitage a San Pietroburgo, sono allestite pregevoli mostre di vasi, piatti, albarelli, mattonelle, coppe, brocche e salsiere, tutte di straordinaria fattura, realizzate da eminenti maestri d’arte.

Per lunghi secoli, i castellani hanno sfruttato le vene d’argilla, gli immensi boschi di faggio per i fuochi, le acque limpide, la suggestione ispiratrice di un paesaggio spettacolare, avviando un mirabile processo culturale collettivo, dagli Etruschi ai Romani, dal Medioevo al Rinascimento e fino ai giorni nostri.

La parrocchiale, dedicata a San Giovanni Battista, è un museo d’arte sacra, con la splendida pala d’altare maiolicata di Francesco Grue dedicata alla Madonna di Loreto e ai Santi. Nella piazza principale, la chiesa di San Rocco custodisce un pregevole affresco di Andrea Delitio.

Fuori l’abitato, lungo la rotabile Rigopiano-Farindola, è consigliabile una visita alla Cona di San Donato, straordinario gioiello d’arte. Definita la “Cappella Sistina della ceramica italiana”, la chiesina campestre, anonima nel suo esterno, custodisce nell’unica navata, un meraviglioso soffitto in piastrelle di ceramica, realizzato dagli artigiani castellani in un delirio artistico-devozionale collettivo.

Ridiscendendo verso la vallata si può visitare il piccolo abitato di Forca di Valle che è un terrazzo panoramico, oggi quasi spopolato. Conserva la graziosa chiesetta di Santa Giusta. L’etimologia fosca del nome “Forca” può dipendere dal fatto che si utilizzasse il luogo per giustiziare condannati a morte o, per il valico della Forchetta, antica mulattiera che attraversava il Monte Corno, congiungendo Isola con gli importanti centri di Pietracamela e Fano Adriano.

A Fano a Corno c’è la minuscola abbazia benedettina di San Salvatore con affreschi del ’500. Qui sorgeva un tempio pagano. Sulle rovine i monaci eressero il cenobio della casa madre di Montecassino.

Ciò che affascina maggiormente è l’antico “Castello di Isola” e il viaggio senza tempo, tra segni di un glorioso passato. Stradine strette che s’intersecano fra loro, edifici medioevali, finestre finemente disegnate con cornici e bifore, piccole case affacciate le una verso le altre, con muri incisi di misteriose iscrizioni latine di stampo popolaresco. È veramente una singolarità che caratterizza fortemente questo paesino del XII secolo: molte delle straordinarie quanto singolari iscrizioni che adornano i piccoli portoni e le finestre antiche, piccoli motti secolari realizzati in latino, purtroppo sono andati irrimediabilmente perduti.

Isola del Gran Sasso racconta tanti avvenimenti storici, dalla dominazione della potente famiglia Pagliara, stirpe dei Conti dei Marsi, a quella degli Orsini, fino al 1526, quando ebbe inizio la dominazione spagnola e l’istituzione, da parte dell’imperatore Carlo V, del Marchesato della Valle Siciliana assegnato a Ferdinando Alarcon Mendoza.

Può apparire singolare che una località a soli 419 metri sul livello del mare ricordi il nome della vetta più alta degli Appennini ma questo accade perché il Gran Sasso incombe ovunque sull’antico borgo. L’abitato è bello e raccolto con le sue viuzze, le piazzette monumentali con attorno alle mura i due corsi d’acqua del Ruzzo e del Mavone a creare un ambiente idilliaco.

Una sorta di isola, appunto, come la tradizione vuole fosse definita nell’800, dallo scrittore Edward Lear che conobbe il luogo in uno dei viaggi immortalati nei suoi libri. Da non perdere i resti del castello dei conti Pagliara, che insistono su di un balcone ardito a strapiombo sulla valle.

Il fortino con i suoi monconi di pietra e i resti della chiesina di Santa Maria del XII secolo, sembrano raccontare il desiderio d’immortalità che devastava gli animi dei boriosi dominatori del territorio.

Il santuario di San Gabriele è a una manciata di metri. In origine convento francescano fondato, secondo la tradizione, proprio dal poverello d’Assisi, rappresenta uno dei luoghi religiosi più visitati in assoluto in Italia. L’urna bronzea di stile gotico, che contiene i resti mortali del giovane santo, è meta di pellegrinaggi costanti.

La Valle Siciliana è stata centro vitale di artigianato con botteghe e laboratori di ramai, sarti, calzolai e tessitori. Tutte attività le cui memorie sono custodite nel museo etno-antropologico del quattrocentesco Palazzo Marchesale di Tossicia. Il legno, la pietra, il rame e tutti gli utensili della civiltà agro pastorale sembrano voler prender vita per raccontare, da reperti archeologici, un passato recente.

Ancora oggi nelle frazioni di Chiareto e Aquilano si conserva la custodia di un saggio pensiero: “Quando l’uomo smetterà di lavorare la terra, sarà la fine di tutte le cose”.

Il borgo di Tossicia era anticamente la capitale della Valle Siciliana. Dapprima fu “castrum” della potente famiglia dei Pagliara, stirpe dei Conti dei Marsi, il cui castello, che dominava la valle, è presente in pochi ruderi avvolti da misteriose leggende, poi baronia degli Orsini, con il primogenito Napoleone sposo di Maria Pagliara nel 1340, il cui turbolento dominio durò oltre due secoli, fino a Camillo Pardo che dovette abdicare a favore degli Alarcon Mendoza, per volontà dell’imperatore Carlo V. Un borgo dal cuore antico e silenzioso, Tossicia. I suoi abitanti, molti di loro anziani, non amano il caos, difendono strenuamente il loro isolamento dorato.

I tesori della vallata comprendono anche la bellissima chiesa romanica di San Giovanni ad Insulam con i fantasmi di pietra dei ruderi del convento e Santa Maria di Ronzano con affreschi narranti storie del Vecchio e Nuovo Testamento. Se il Sacro Graal fosse di origine teramana, abiterebbe certamente qui.

Per arrivare a Isola del Gran Sasso:

Da Nord e da Sud

Dall’autostrada Adriatica A14 (da nord: direzione Ancona; da sud: direzione Pescara), uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull’autostrada A 24, uscire a San Gabriele/Colledara, prendere la SS 491 e proseguire in direzione Isola del Gran Sasso.

Da Roma

Prendere l’autostrada A 24 verso Teramo, uscire a San Gabriele/Colledara, seguire la direzione Montorio al Vomano, proseguire in direzione Isola del Gran Sasso percorrendo la SS 491.

Da Pescara

Percorrere la SS 16 in direzione di Chieti, continuare sull’autostrada A 14, uscire a Teramo/Giulianova/Mosciano Sant’Angelo, prendere la SS 80 Strada Statale del Gran Sasso in direzione Teramo, continuare sull’autostrada A 24, uscire a San Gabriele/Colledara, prendere la SS 491 e proseguire in direzione Isola del Gran Sasso.

Per visitare il frequentatissimo Santuario di San Gabriele:

Da Roma:

A24 verso Teramo, uscita San Gabriele – Colledara;

Da Bologna:

A14 verso Teramo, uscita Teramo Giulianova, verso Teramo, poi A24 Aquila Roma;

Da Bari:

Uscita Roseto degli Abruzzi, Statale 150 Teramo Villa Vomano, dopo 15 chilometri, Aquila Roma uscita San Gabriele-Colledara

www.paesaggioteramano.blogspot.it

One Response to "L’arte e la natura della Valle Siciliana"

  1. luigi formicone   28 giugno 2015 at 22:44

    la valle è ceciliana ….a quel tempo la parola sicilia non era nota tra gli italici e la sicilia aveva un nome diverso.Le vie erano tante e seguivano quelle della transumanza praticata, per quello che stiamo accertando, fin dal NONO millennio a.C. ; la pastorizia era l’allevamento che, dalle nostre parti, viene dalle diverse glaciazioni ( e non c’entra niente il nomadismo o le frescacce varie che riportano la provenienza della pecora e dei popoli indoeuropei < parola che non significa neanche niente< dall'estremo oriente); il mare adriatico di fronte alle nostre coste non esisteva e tutta la pianura <non allagata alla quota di meno 130-140 dal livello attuale era un immenso territorio<percorso dall'eridano che prima sfociava nel canale di otranto e poi nelle fosse adriatiche dopo un terribile evento< era coperto da folta vegetazione e soprattutto pascoli a disposizione per la pecora, unico animale che ha permesso la vita dell'uomo fin dalla notte dei tempi…..ecc. la storia va riscritta ,finalmente, grazie alla geologia e archeologia messe insieme

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