Un trattato di filosofia chiamato SATISFACTION

di Maria Cristina Marroni  –

Keith Richards - Mai una gioia
Keith Richards, “il” chitarrista

“Non posso avere soddisfazione. Non riesco ad avere nessuna soddisfazione, ma ci provo, ci provo, ci provo…”. Niente, negli ultimi 50 anni, è riuscito a catturare lo “zeitgeist” – cioè lo spirito del tempo – più di una canzone come “(I can’t get no) Satisfaction” dei Rolling Stones. Un lamento, un grido graffiante che urla l’impossibilità di sentirsi appagati, una canzone che da sola incarna l’intera anima del rock: la ribellione, l’inquietudine inestinguibile, la fregola sessuale, la smania di conoscere mondi e persone, la fame di esperienze, di sensazioni, di emozioni, l’irrequietezza esistenziale.

Il brano è stato inciso a Los Angeles ed è uscito in America nel giugno del 1965: come ogni leggenda, nessuno poteva immaginare che i successivi 50 anni sarebbero stati sconvolti da quelle note e da quel testo, meno che mai coloro che scrissero e cantarono la canzone. Il pezzo musicale nato nel dormiveglia di un giovane chitarrista dalla mente lisergica non riesce a smettere di stregare chi lo ascolta.

La leggenda nasce da storie fantastiche che nel ricordo trasfigurano ed assurgono ad eventi miracolosi. Siamo a Londra, nella primavera del 1965, “in un’epoca in cui non avevo una ragazza fissa e forse questo spiega l’umore della canzone” riferirà poi l’autore nella sua autobiografia. Keith Richards si sveglia, accende uno dei primi registratori in commercio, e incide ciò che ricorda, note e parole, ma poi dimentica acceso il registratore, che continuerà per più di mezz’ora ad incidere il suo russare.

Se Richards non avesse premuto quel bottone fra la sbornia, l’effetto delle droghe e il sonno, la storia sarebbe andata diversamente. Del resto, l’arte insegna che le cose migliori vengono fuori quando ci si dimentica di se stessi e di tutto quanto ci circonda, per accedere ai più profondi recessi di quello che è nascosto dentro l’uomo.

La mattina dopo, inconsapevole quanto il destino, Keith si trovò a riascoltare quel riff che in tre mesi trasformò i Rolling Stones da una band popolare a statue di un culto che dura ancora oggi. Nemmeno “Yesterday”, nemmeno i Beatles e Bob Dylan, nemmeno “Imagine” sono riusciti a segnare, a macchiare, a definire un’epoca con la precisione chirurgica di “Satisfaction”.

Eppure il brano non piaceva né a Richards, né al cantante Mick Jagger. L’autore riteneva il riff un po’ piatto, così iniziò a lavorarci sopra con un nuovo effetto per chitarra della Gibson, il Fuzz Box, che riesce a modulare suoni incredibilmente aggressivi che danno una cattiveria mai sentita.

Ma (guarda caso) il risultato non soddisfaceva, tanto che misero ai voti la decisione di inciderla e sia Keith che Jagger votarono contro (perdendo, dato che il produttore e gli altri Stones vollero inciderla lo stesso). Furono catapultati nella storia malgrado se stessi, contro la loro stessa volontà: incapaci l’uno di capire la nitroglicerina contenuta nelle note che aveva inventato, l’altro di immaginare l’effetto deflagrante delle parole che ci miagolava sopra, e che avrebbero urticato l’anima del mondo intero.

Da quel giugno 1965 nulla fu più come prima, perché il successo della canzone si propagò come un incendio in un bosco su entrambi i lati dell’Atlantico, con le classifiche impazzite e i dischi venduti a milioni. Richards ha dichiarato: “Non ho mai pensato che Satisfaction fosse una canzone commerciale. Questo dimostra quanto ci si possa sbagliare”. Già. Persino la stesura definitiva fu decisa in disaccordo e all’insaputa di Keith che avrebbe voluto un arrangiamento di fiati alla Otis Redding in luogo del diabolico distorsore per chitarra.

Il progresso tecnologico e l’evoluzione della società degli anni ’60 fecero emergere i giovani come nuova categoria sociologica che fu rappresentata dal rock: il vestito del cambiamento, il veicolo per diffondere i sogni e le ansie del mondo.

Dentro quella canzone c’è tutto il succo della rivoluzione: la rabbia e l’inquietudine giovanile, la smania insaziabile di sesso, piaceri, eccessi, l’incontrollabile voglia di vivere. Satisfaction accese la scintilla, ovviamente quella del rock, ma attraverso la musica quella di una generazione intera che si iniettò nelle vene quel ritmo implacabile che non si cancella.

L’estate dello scontento, quella del 1965, entrava nella storia saltando e urlando che ci si provava a darsi una ragione di vita, che non ci si riusciva, che la rabbia faceva spaccare i vetri, ma che ci si provava lo stesso. Il brano fu ritenuto così eversivo che molte radio europee non lo trasmisero. Ma perfino in Italia, dove spopolava “Non son degno di te”, Satisfaction scalò la hit parade dilaniando il tradizionalismo allora imperante. Lo spirito di rivolta adolescenziale si raggrumò in quel ritornello beffardo ed esplose con una potenza incontenibile.

Mick Jagger, quando si rese conto, dichiarò: Ha reso gli Stones in un gruppo mostruoso. Catturava lo spirito del tempo”. Quel sound isterico era un marchio di fabbrica che traduceva l’alienazione, il disagio, le difficoltà di un mondo che stava crollando per lasciare spazio ad un’epoca nuova. “Un incantesimo che dura da 50 anni: non erano note quelle. Era il fiammifero gettato addosso ad una generazione cosparsa di benzina. Questo era il suono del ribaltamento, di un nuovo stile di vita”.

I Rolling Stones sono incredibilmente sopravvissuti per mezzo secolo in barba all’anagrafe e ad ogni previsione di longevità per chi come loro ha vissuto sempre all’eccesso, rappresentando l’oltraggio e l’oscenità, il dissenso e la protesta, abbattendo ogni barriera sessuale e di classe.

Quando in quel giugno l’etere viene invasa da Satisfaction, l’effetto è quello di una bomba atomica che cancella ogni forma di vita e di pensiero precedente, proiettando la cultura giovanile in una dimensione dove un ritornello e poche strofe creano un’alchimia che scopre i nervi e i disagi, che simboleggia la ribellione, l’anticonformismo, il trapasso e l’abiura delle generazioni precedenti.

“I can’t get no Satisfaction” ha una doppia negazione, grammaticalmente sbagliata e allora politicamente scorretta, stigma di una condizione sociale che avrebbe condotto, attraverso le forche caudine della presa di coscienza dell’angoscia collettiva e di quella psicologica dei singoli, all’incendio sessantottino.

Mick Jagger, a differenza di tutti gli altri, non cantava, ma abbaiava, sospirava, sputava nel microfono, gridava la rabbia e un malcontento che seduceva una generazione, portandola ad una consapevolezza di se stessa che non aveva mai avuto e convincendola ad abbracciare la causa della liberazione dai costumi e dai valori del passato. Nessuna nuova coscienza poteva nascere senza disfarsi di quella vecchia, e i sospiri sensuali di Jagger fecero da levatrice ad una rinnovata percezione del mondo.

Quella chitarra nervosa mandò all’inferno ogni romanticismo, quella insoddisfazione urlata e angosciante distrusse ogni verso, ogni slogan e ogni rima che riempivano lo spazio pubblico: la calma e il raziocinio furono banditi per far posto all’ostentazione dell’aggressività, alle note lancinanti, al volume spaccaorecchie che sanciva un nuovo inizio, bruciando il passato per inventare un presente senza radici.

Eppure Richards, sempre fuori tempo, continua ad essere turbato da Satisfaction che gli regala ancora “l’indefinibile sensazione di qualcosa di irrisolto”. “È un giro blues a cui manca la cadenza finale, provocando un senso d’incompletezza nell’orecchio di chi ascolta. Quando Jagger ripete in crescendo “and I try” è come se l’atto di “provare” a cambiare fosse la soluzione a qualsiasi insoddisfazione. Alchimia divina. Questa forza subliminale è un incantesimo che durerà più di cinquant’anni”.

Con questo brano il rock trascende il genere musicale e diventa messaggio sociale, politico, generazionale. Diventa cultura. Il testo è una critica feroce al consumismo e alla società del benessere degli anni Sessanta: il senso di inquietudine che trascende e travalica, la rivolta anticonformistica contro quelli che ascoltano “quel tipo alla radio che mi dice cose inutili, e pensa di impressionarmi”, tutto dominato dall’insoddisfazione sessuale e dalla fregola di “farsi qualche ragazza” che resta comunque frustrato: “Meglio che torni forse la prossima settimana, perché vedi sono in un momento no”.

Tutte le frustrazioni convergono in una ribellione adolescenziale che attraversa i decenni senza perdere di forza e senza smettere di esercitare un fascino fatto di energia e di rabbia. Satisfaction è un manifesto del malessere e delle difficoltà viste dal basso, nel momento dello sconforto, quando sembrano insormontabili. Però la chitarra di Richards è una scossa elettrica che esorcizza lo scontento ed invita a non arrendersi e a sfidare i pericoli, la società, l’ottusità, lo status quo. E anche se la soddisfazione resta irraggiungibile, “Io ci provo, ci provo, ci provo…”.

2 Responses to "Un trattato di filosofia chiamato SATISFACTION"

  1. Il Pignolo   21 giugno 2015 at 12:16

    Splendido articolo. Quante volte nei secoli un artista ha tratto il meglio di sé proprio dall’opera che meno lo soddisfaceva…
    Ma tornando a Satisfaction, anche chi non sapeva una parola di inglese e quindi non ne capiva il senso, ha amato e ama tuttora questa splendida canzone. Magari solo per i suoi ritmi, le voci, la strumentazione, la vitalità che comunicava, a fronte delle lagne gozzaniane che a quell’epoca circolavano in Italia… Un’Italia che pure non ignorava la nuova musica e spesso la scimmiottava con malgarbo. O peggio ancora ne faceva una traduzione. (Ricordo ancora il trauma subito quando sentii l’edizione italiana di Little Darling e altri meravigliosi indimenticabili pezzi).

  2. ernesto albanello   21 giugno 2015 at 21:59

    leggendo questo articolo, mi è venuto in mente qualcosa di assolutamente lontano, ma che evidenzia come le elaborazioni che sfidano i secoli sono il frutto della casualità e dell’imprevisto. il famoso panettone nato per un miscuglio di ingredienti che nessuno, attraverso una pianificazione a tavolino, avrebbero immaginato che potessero “dialogare” fra loro, è oggi il dolce natalizio italiano per antonomasia. La creatività ha sempre tratto alimento da congiunzioni di elementi, che da soli, non si sarebbero mai incontrati se non fosse poi intervenuta una mente geniale o un intuito inconsapevole che, contro ogni razionale evidenza, avrebbe ritenuto quel coacervo di suoni registrati come qualcosa di inimitabile e splendido: le emozioni fanno fare salti in avanti che il raziocinio poi consolida.
    Ernesto Albanello

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