La famiglia Rizzoli, ovvero i Buddenbrook di Milano

La famiglia Rizzoli, ovvero i Buddenbrook di Milano

di Maria Cristina Marroni  –

Rizzoli - storia di una grande famiglia italiana
La copertina del libro sulla famiglia Rizzoli

Potrebbe rivelarsi un cruccio – nell’Italia di inizio millennio che non accenna ad arrestare il proprio declino economico, politico e sociale – rievocare uomini e vicende che l’hanno resa grande e prospera. Ma è certamente doveroso inquadrare al meglio avventure della nostra storia patria che hanno molto da insegnare ad un popolo che va perdendo sempre più il senso della comunità, la voglia di stare insieme, l’ambizione di creare cultura e ricchezza.

La storia di Angelo Rizzoli, l’uomo che ha fatto leggere l’Italia intera, l’editore mitico che ha costruito un impero sulla carta, viene rievocata in un libro godibile e nostalgico – confezionato dai nipoti Nicola Carraro e Alberto Rizzoli – da poco uscito, ironia della sorte, per le edizioni Mondadori (“Rizzoli. La vera storia di una grande famiglia italiana”).

Gli autori evocano l’epopea del nonno capostipite, detto il “Commenda” (come lui stesso amava farsi chiamare), un pioniere, un grande innovatore: fu il primo a lanciare i rotocalchi femminili e d’informazione destinati ad un largo pubblico (Novella, Annabella, Omnibus, Oggi), nonché i settimanali d’inchiesta e di approfondimento (L’Europeo); stampò l’Enciclopedia Treccani; pubblicò scrittori come Giovanni Arpino, Alberto Bevilacqua, Ennio Flaiano, Giovannino Guareschi; nel 1949 decise di offrire il sapere a poco prezzo con i libricini della BUR (Biblioteca Universale Rizzoli), la più vasta e straordinaria raccolta di classici italiani e stranieri mai comparsa sul mercato in veste economica; finanziò e produsse direttamente decine di film di grande successo e di estrema qualità artistica: “Umberto D” di Vittorio De Sica, la serie di “Don Camillo e Peppone”, “La dolce vita” e “8 e ½” di Federico Fellini, solo per citare alcuni dei titoli più universalmente noti.

Il successo della vita di Angelo Rizzoli, nato poverissimo nel 1889 e morto miliardario nel 1970 all’apice del successo, lo spiegava egli stesso dichiarando con orgoglio di aver avuto la grande fortuna di aver combinato tre fattori vincenti: povertà, salute e ambizione. L’essere nato povero e aver vissuto dieci anni nell’Orfanotrofio milanese dei Martinitt gli aveva dato la capacità di comprendere “i fatti della vita”, la salute gli aveva consentito di lavorare come un mulo, e l’ambizione consisteva nell’inscalfibile “volontà di arrivare ad essere qualcuno”.

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Angelo Rizzoli, il capostipite, con figlio e nipote
Angelo Rizzoli, il capostipite, con figlio e nipote

Il racconto dell’ascesa e della costruzione dell’impero editoriale non manca di numerosi riferimenti divenuti leggendari, come quello del capo che è sempre l’ultimo a lasciare l’azienda, in ossequio alla sua inflessibile etica del lavoro, secondo la quale spetta al padrone dare per primo il buon esempio (a 80 anni, ricchissimo, si preoccupava ancora di spegnere le luci per evitare sprechi inutili).

Uomo dal carattere generoso, tanto che le sue mance erano famose, ma dotato di uno sguardo limpido e glaciale che inceneriva. Uno che si era fatto tutto da solo, che non aveva paura di niente e che non aveva niente da rimproverarsi, capace di incutere timore e soggezione sia in affari che in famiglia.

Imprenditore in continuo movimento, forse perché star fermo in un posto contrastava con il suo attivismo, capace di slanci straordinari come quando comprò la cartiera di Marzabotto in ricordo dell’eccidio per aiutare la gente del posto, oppure nel caso eclatante di Ischia, isola della quale si innamorò e che negli anni cinquanta trasformò da isola di pescatori e agricoltori in un centro termale e turistico di livello internazionale.

La sfida di costruire dal niente un complesso turistico-alberghiero di livello mondiale forse fu intrapresa a causa dell’ossessione di farsi perdonare la sua ricchezza, scontandola tramite l’aiuto ad una popolazione del sud così bisognosa di una rivincita sull’opulento nord, tanto da spostare pure la residenza fiscale da Milano a Ischia. Il Commenda comprò e ristrutturò la settecentesca Villa Arbusto dei duchi d’Acquaviva, mise in piedi le terme, tre alberghi, un cinema, la sala congressi, il minigolf, un night club e perfino l’ospedale.

Ma il successo immenso di Ischia fu costruito grazie a martellanti campagne di marketing lanciate sui propri giornali quando in Italia non esisteva nemmeno la parola (Angelo fu l’inventore ante litteram anche dei cinepanettoni, con il film “Vacanze ad Ischia” del 1957). Tutto il bel mondo venne a villeggiare sull’isola, contribuendo a creare una mitologia mediatica irresistibile.

La forza dell’ambizione del personaggio è racchiusa nell’aneddoto di Angelo bambino che con gli amici dell’orfanotrofio andava a vedere i signori che arrivavano in carrozza alla prima della Scala, uno spettacolo nello spettacolo che era l’unico che i poveri potevano permettersi di vedere, e dinanzi al quale il piccolo Angiulin promise a se stesso che un giorno anche lui avrebbe avuto una carrozza e una bella dama da sfoggiare per la prima della Scala.

Le radici ottocentesche del nonno lo rendevano un uomo diffidente e sempre con i piedi ben piantati per terra, privo di qualsiasi cedimento sentimentale, tanto che il nipote Nicola Carraro – che voleva fare l’università – viene spedito a fare l’operaio alle rotative perché il Commenda riteneva la fatica la migliore scuola e diffidava di percorsi educativi disancorati dalla solida realtà dell’impegno quotidiano nelle attività dell’impresa.

La centralità della famiglia era un caposaldo irrinunciabile, fondato sul rapporto inossidabile con la moglie, 60 anni trascorsi insieme senza mai logorarsi né scontrarsi. E se nonna Anna perdonava le scappatelle del marito, vittima di un vitalismo inarrestabile, restava anche lei un pilastro di affetti e di valori per figli e nipoti, rivelando tratti caratteriali insospettabili (ad esempio contrattava sui prezzi con tutti, nonostante fosse ricchissima).

Proprio per la devozione all’altare famigliare il nonno, dovunque si trovasse, tornava a casa invariabilmente ogni domenica mattina. Uno dei suoi gradi pregi era quello di cambiare le proprie decisioni, riconoscere i propri errori e, se del caso, chiedere perfino scusa. Ma restava fermo che gli ordini di Angelo non potevano mai essere discussi, si eseguivano e basta. Il Commenda soleva dire: “il treno della fortuna passa una sola volta nella vita e tu devi essere sveglio e pronto per saltarci su, magari anche alle sei del mattino”.

C’era del fatalismo d’altri tempi nel personaggio, ma su tutto dominava il grande intuito, pressoché infallibile. Oriana Fallaci scrisse un articolo in onore di Angelo dopo la sua morte, nel quale spiegava la di lui passione per il gioco nei Casinò: “Il mio sospetto è che non giocasse per vincere, bensì per perdere e pagare il suo debito alla fortuna. Parlava troppo della fortuna, era troppo convinto che la fortuna fosse la componente definitiva del suo successo”.

Oriana Fallaci - fare il proprio dovere
Oriana Fallaci

Questione di culo, certo, come quando l’appena acquistata prima macchina da stampa rischiò di cadere e rompersi definitivamente nel trasporto alla modesta tipografia, episodio che avrebbe interrotto per sempre la successiva carriera; oppure quando ci fu il bombardamento su Milano nel ’43 e una bomba cadde proprio nello stabilimento Rizzoli ma rimase inesplosa, altrimenti avrebbe distrutto tutto.

La Fallaci scrisse ancora di Angelo con parole non lusinghiere, ma di immensa e incancellabile stima: “Era un uomo di mille pudori, di mille grazie represse, con un ribrezzo spontaneo per la volgarità e un senso naturale del bello (…) che persona sconcertante, impenetrabile, unica (…) un mosaico di incongruenze, un labirinto di possibilità. Era una fabbrica di fantasia”. Fu ricambiata dal Commenda che la riteneva l’unica intoccabile e la pagava profumatamente perché era un talento allo stato puro e ne era consapevole, perché era capace di mantenere da sola l’ufficio esteri della Rizzoli e le sue interviste si vendevano a peso d’oro, una lavoratrice infaticabile, scrupolosa e maniacalmente precisa.

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BENFICA-MILAN AC
Il Milan dei Rizzoli vince la prima Coppa dei Campioni italiana nel 1963

Le capacità del Commenda di analizzare i profili imprenditoriali di qualunque iniziativa emergono quando i figli decidono di comprare il Milan; in quella occasione il vecchio Angelo a pranzo usò parole affilate come bisturi: “Sia ben chiaro, io sono contrario a questa operazione e non ci metterò una lira di tasca mia, ma se proprio ci tenete vi do il mio benestare, a patto che non togliate del tempo al lavoro in azienda e non facciate debiti con le banche”. Quel Milan nei nove anni a guida dei Rizzoli, dal 1954 al 1963, vinse 4 scudetti e la coppa dei campioni per la prima volta vinta da una squadra italiana. Ma la proprietà si rivela illuminata anche per la decisione di costruire il centro sportivo di Milanello, un’idea geniale, prima iniziativa del genere in Italia.

Fra gli aneddoti che nutrono la narrazione dei nipoti, la miglior chiave di lettura della complessa personalità del Commenda viene rievocata nelle parole di Indro Montanelli: “Molti si domandano come abbia fatto questo uomo incolto a diventare uno dei più grandi impresari di cultura (…) della prosa che mandava sotto i torchi non sapeva nulla. Ma sugli uomini che venivano a offrirgliela non prendeva abbagli, un’occhiata gli bastava per pesarli al milligrammo. La gente diceva che aveva il tocco di Mida, ma la sua fortuna consisteva soprattutto in questo suo fiuto dell’uomo”.

Ecco il talento ineguagliato: sapeva pesare le persone e le sue intuizioni erano basate su un istinto formidabile al quale Angelo si affidava senza cedimenti, con la sicurezza di non potersi sbagliare. Talento e fortuna, istinto e razionalità, glaciale negli affari quanto custode dei valori imprescindibili del gentiluomo: “Rizzoli poteva anche essere spietato. Meschino mai”.

Il Commenda disprezzava segretamente i nati ricchi, perché – anticipando di decenni la celeberrima frase di Steve Jobs “Stay Hungry, stay foolish” – era convinto che se nasci ricco ti manca un’arma formidabile per raggiungere la vetta: la fame. Il suo politico preferito era Nenni, con il quale si vedevano spesso e giovavano insieme a bocce; in ragione di questo affetto il Commenda aiutò sempre finanziariamente il vecchio leader e il suo partito, senza chiedere mai niente in cambio.

Altro puntiglio del nonno era la puntualità: il nipote Nicola Carraro ricorda l’episodio dell’arrivo in ufficio alle 9,04 invece che alle 9,00, quattro minuti di ritardo per i quali il Commenda lo insultò ferocemente. L’omonimo nipote Angelone, in un’altra scena, annuncia di andarsene alle cinque del pomeriggio di un venerdì di fine luglio e il Commenda gli dice che se vuole andarsene quando vuole e non al termine della giornata di lavoro tanto valeva che si licenziasse subito.

Enzo Biagi
Enzo Biagi

Enzo Biagi, che fu direttore editoriale dei periodici, era uno stacanovista e apprezzava la schiettezza del Commenda, il suo non essere mai ipocrita e la sua generosità verso i più bisognosi. Biagi trasformò il settimanale “Novella” in “Novella2000” alla morte di Luigi Tenco nel 1967, mentre il settimanale “Oggi” divenne un giornale per la famiglia dove i sentimenti avevano ampio spazio accanto alle cronache dedicate alla case reali del mondo intero, un’intuizione geniale che fece vendere alla testata negli anni ’50 da seicentomila al milione di copie.

Nella famiglia Rizzoli la regola principale era: prima il dovere, poi il piacere. Del resto, il Commenda con il suo esempio insegnò l’onestà, la rettitudine e il senso del dovere come attaccamento inossidabile al lavoro. Alla sua morte i giornali di tutto il mondo scrissero che aveva costruito un grande impero, ma di quell’impero non è rimasto niente. Il testamento di Angelo (del 1970) recita: “vogliatevi sempre bene, rimanete uniti fra voi e non fate debiti con le banche” (cioè non fate il passo più lungo della gamba). Accadde esattamente il contrario.

Nel confronto con il capostipite, oggettivamente difficile, il tallone d’Achille del figlio Andrea “fu la presunzione: si riteneva superiore a tutti”, e se il nonno seppe fermarsi dinanzi all’idea di un quotidiano che non vedrà mai la luce, Andrea andrà incontro ad un destino sfortunato che segnerà il declino e il tracollo della grande Rizzoli: l’acquisto del “Corriere della Sera” spaccò la famiglia (i Carraro non furono nemmeno avvertiti). Il baratro degli affetti si aprì senza possibilità di ricucire uno strappo definitivo.

Il nipote Angelone (figlio di Andrea), che sposò Eleonora Giorgi, fu coinvolto suo malgrado nello scandalo della P2 – la loggia massonica segreta di Licio Gelli, alla quale era iscritto – e nel crack del banco Ambrosiano di Roberto Calvi, con cui la Rizzoli era indebitata fino al collo. Gli avvenimenti lo travolsero e lui venne arrestato.

Angelone viene ricordato per aver affossato in pochi anni la Rizzoli. Gli autori ricordano come egli non possedesse il senso pratico degli affari, né la fortuna del Commenda, e se a questo si aggiunge una certa dose di presunzione, probabilmente ereditata dal padre, e una spiccata megalomania, è facile comprendere il motivo della catastrofe di cui è stato protagonista e insieme vittima.

I tempi cambiano, ma è un fatto che fino al 1973, tre anni dopo la morte del fondatore, la Rizzoli ancora macinava utili pazzeschi. Ai tempi andati il concetto di azienda editoriale era molto diverso: massima indipendenza da chiunque, il prodotto al primo posto e tutti al servizio del lettore. Poi gli imperi editoriali (Mondatori, Rusconi, Fabbri) hanno venduto tutti le loro aziende, così come le grandi famiglie industriali sono tramontate (Falk, Invernizzi, Alemagna, Motta, Pirelli, Bonomi).

Va anche sottolineato che la televisione ha inferto un colpo durissimo ai rotocalchi, soppiantati dagli sceneggiati televisivi e dai telefilm. Il destino è stato inflessibile e il bilancio finale è desolante: i libri Rizzoli ci sono ancora, ma le cartiere sono fallite, molte riviste sono state chiuse e altre vendute, la Cineriz e la Rizzoli Film hanno cessato le loro attività, le terme e gli alberghi di Ischia sono passati di mano, il Panfilo Sereno simbolo di famiglia è stato venduto e poi è affondato, la libreria sulla quinta strada di New York è sparita e al suo posto hanno costruito un grattacielo.

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Panfilo Sereno
Il panfilo Sereno

Viene spontaneo, nella lettura dei fatti di una famiglia che ha dato molto alla costruzione della Nazione, leggere il parallelismo – letterario finché si vuole, ma incredibilmente somigliante – con il processo di decadenza di una famiglia della borghesia mercantile tedesca, declino scolpito dalla penna di Thomas Mann nel romanzo “I Buddenbrook”, libro capitale di inizio ’900 che affianca alla ricostruzione sociale la centralità dell’approfondimento psicologico.

Nelle parole inimitabili di Mann si assiste impotenti al progressivo crollo di tutte le certezze e al disfacimento del ruolo sociale di una intera famiglia, alla quale la prospettiva di un fallimento economico appare come il peggiore dei mali: “Bancarotta… era una cosa più atroce della morte, era disordine, crollo, rovina, vergogna, scandalo, disperazione e miseria”.

È così che i Buddenbrook e i Rizzoli appaiono affiancati in un comune destino, crudele e beffardo nella misura in cui si rivela insensibile allo stesso modo nel quale si era rivelato benevolo e propizio, tanto da inverare nei suoi esiti l’incipit di “Anna Karenina” di Tolstoj: “Tutte le famiglie felici sono simili fra loro, ogni famiglia infelice è infelice a suo modo”.

Alberto Rizzoli e Nicola Carraro, nella loro cavalcata nei ricordi, finiscono per assimilare la decadenza della loro famiglia a quella della città di Milano (della quale l’epopea Rizzoli rappresenta un capitolo indispensabile) e dell’Italia intera: “eravamo un paese tutto da costruire, uno spazio immenso a disposizione di quei pionieri dell’industria e di quegli uomini d’ingegno che ebbero la lungimiranza e l’audacia di occuparlo e con tenacia, volontà, intelligenza e fortuna posero le basi di un ceto imprenditoriale che nel tempo si dimostrò così efficiente da trasformare l’Italia nella seconda potenza industriale europea, da fanalino di coda qual era”. Molti industriali venivano dal niente, “il che fa quasi pensare che il capitalismo italiano nacque senza capitali”. Ma alla fine degli anni sessanta si percepì che la crescita tumultuosa si andava arrestando e il mondo si stava rapidamente trasformando, facendo emergere nuove istanze sociali, così che Milano non rimane più la stessa, i luoghi storici scompaiono uno dopo l’altro, i locali alla moda si trasformano, la cucina tradizionale viene stravolta, la finanza (odiata dal Commenda) prende il sopravvento sull’industria.

Tutto congiurava perché un’epoca si chiudesse nel modo in cui si è chiusa, e forse agli eredi del capostipite Angelo Rizzoli non si può imputare nulla di più che l’aver voluto testardamente continuare a tenere viva una fiamma che la storia aveva già scritto dovesse estinguersi.

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