Teramo: città della (brutta) speranza

di Christian Francia  –

Altan - Leccaculo e sindaco
Una vignetta di Altan

Se fosse vivo, sabato scorso Mario Monicelli avrebbe compiuto 100 anni. Prima di suicidarsi nel 2010, il regista ci ha lasciato il suo regalo più bello, un’intervista alla trasmissione “Raiperunanotte” nella quale sintetizza il carattere degli italiani:

1)  “Sono anni che tutti quanti aspettano, che credono. Gli italiani sono fatti così: vogliono che qualcuno pensi per loro;

2)  “Non c’è nessuna dignità da nessuna parte, perciò sto parlando. È proprio la generazione che è corrotta, che è malata, che va spazzata via, non so da che cosa, non so da chi o, meglio, io lo saprei, ma lasciamo andare…”;

3)  La speranza di cui parlate è una trappola, una brutta parola, non si deve usare. La speranza è una trappola inventata dai padroni. La speranza è quella di quelli che ti dicono che Dio… state buoni, state zitti, pregate che avrete il vostro riscatto, la vostra ricompensa nell’aldilà. Intanto, perciò, adesso, state buoni: ci sarà un aldilà. Così dice questo: state buoni, tornate a casa. Sì siete dei precari, ma tanto fra 2 o 3 mesi vi riassumiamo ancora, vi daremo il posto. State buoni, andate a casa e… stanno tutti buoni. Mai avere speranza! la speranza è una trappola, una cosa infame inventata da chi comanda”;

4)  “Io spero che finisca in una specie di… quello che in Italia non c’è mai stato: una bella botta, una rivoluzione che non c’è mai stata in Italia. C’è stata in Inghilterra, c’è stata in Francia, c’è stata in Russia, c’è stata in Germania, dappertutto, meno che in Italia. Quindi ci vuole qualche cosa che riscatti veramente questo popolo che è sempre stato sottoposto. Sono 300 ani che è schiavo di tutti e, quindi, se vuole riscattarsi… il riscatto non è una cosa semplice: è doloroso, esige anche dei sacrifici, sennò vadano in malora, come già stano andando da tre generazioni.

Nel nostro piccolo, il carattere dei teramani rispecchia fedelmente quello degli italiani. Ogni giorno, da molti anni, leggo le nostre vicende locali e regionali con una passione morbosa, e sempre di più mi stupisco della capacità di incassare, di subire, di sentirsi sottomessi che i teramani manifestano costantemente senza mai un cedimento all’orgoglio, alla dignità personale, alla dirittura morale.

Non siamo solo generazioni perse, come ricordava Monicelli, ma siamo generazioni masochiste, che amano farsi del male, che amano farsi rappresentare e comandare da Brucchi, da Rudy Di Stefano, da Gatti e Tancredi, da Luciano D’Alfonso, da Dino Pepe, da Sandro Mariani.

Come sia stato possibile scendere così in basso è difficile da comprendere, ma si spiega con la speranza monicelliana: quella che ci lega al politico di turno da una promessa di un posto di lavoro, da una promessa di utilità personali.

La gran parte della popolazione non si sottrae a codesto rito e predilige per istinto chiunque sforni false promesse, piuttosto che chi onestamente racconti la triste e dura realtà: sempre meglio coltivare la flebile speranza di ottenere ciò che si cerca, invece che essere certi che vantaggi non ce ne saranno.

Si arriva al paradosso di voler seguire il gregge anche quando sarebbe autolesionistico seguirlo: emblematici i casi di Franco Iachetti (ex presidente del BIM) il cui incarico e il cui stipendio illegittimo sono stati difesi inopinatamente e a spada tratta da 25 sindaci su 26 del Consorzio BIM; e quello di Giandomenico Di Sante, illegittimamente eletto alla Presidenza della Camera di Commercio nel silenzio di tutte le associazioni di categoria (tranne l’API) e di tutti i media.

Una condizione di minorità sociale, politica e anche mentale, quella teramana, tale da gettare nella prostrazione più profonda coloro che auspicherebbero l’esercizio di autonomia e libertà di pensiero, ma sono costretti ad assistere ad un rosario di genuflessioni che si ripetono con il susseguirsi delle generazioni, con la sola differenza che il potente di turno è sempre più ignorante, sempre più analfabeta, sempre più affarista, sempre più spietato rispetto ai potenti di una volta.

A tutto ciò si aggiunge che l’esplosione dei social networks non ha fatto altro che acuire la drammaticità della situazione, con il risultato che se una volta i leccaculi esercitavano le loro doti orali nel chiuso delle segreterie politiche, oggi sono fieri di usare le loro lingue lubriche sui social inondando di “mi piace” e di commenti bavosi ogni ruttino pubblicato sulla rete dal politico che dovrebbe garantirgli questo o quell’altro piacere.

Per non perire di eccesso di tristezza un valido aiuto lo offre Costantino Kavafis con una delle sue poesie più significative:

E se non puoi la vita che desideri

cerca almeno questo

per quanto sta in te: non sciuparla

nel troppo commercio con la gente

con troppe parole in un viavai frenetico.

Non sciuparla portandola in giro

in balìa del quotidiano

gioco balordo degli incontri

e degli inviti,

fino a farne una stucchevole estranea.

5 Responses to "Teramo: città della (brutta) speranza"

  1. Pino   21 maggio 2015 at 10:29

    Chapeau!
    Un grazie a Christian Francia. Intervista che non conoscevo. Che racchiude, insieme all’articolo la perfetta sintesi Italiana e ahimè Teramana.
    Accentua però il senso di solitudine e di frustrazione di cittadini che non sono quelli che hanno ridotto e/o contribuiscono alla malora del nostro bel paese. Di solito sono persone ritenute scomode e per questo vanno isolate. Dagli ambienti lavorativi a quelli culturali.
    Teramo docet.

  2. giovanna   21 maggio 2015 at 11:33

    Fino ad un certo punto sarei anche d’accordo … poi l’articolo scivola (come sempre) in una malsana invidia per coloro che hanno consenso!!!

  3. Diavolo   21 maggio 2015 at 11:48

    povera giovanna, che brutta cosa che hai scritto…brutta davvero…
    Ps visto che qui stiamo sul blog più letto d’abruzzo bisognerebbe essere invidiosi ??? di cosa?==

  4. Il Pignolo   21 maggio 2015 at 13:12

    D’accordo: siamo rassegnati e sottomessi. E se qualcuno prova a smuovere un po’ le acque torbide, pensate per caso che sarà seguito da una fitta schiera di sostenitori entusiasti e battaglieri? Non sarebbe quella l’occasione per scuotersi e svegliarsi, con gran facilità, dato che la breccia è già stata aperta? Il malcapitato eroe viene guardato storto anche da chi sembrava condividerne le idee. Come se condividere significasse compromettersi agli occhi della Gestapo.
    Anche nella grama vita di ogni giorno, molte sono le lamentele che si levano da ogni parte e per ogni cosa. Tuttavia chi si mette avanti per risolvere un problema viene lasciato solo e fa la figura del pignolo (appunto), dell’incontentabile, di quello che cerca il pelo nell’uovo. “Guardi che il problema non esiste: ne è la prova il fatto che in tanti anni Lei è il primo che viene a lagnarsi…”.
    Provare per credere.

  5. luisa   21 maggio 2016 at 16:42

    E vero il pignolo ha pienamente ragione io sono una di quelle persone che ha sempre fatto battaglie è non solo x me facevo battaglie anche x le persone che non conosco ma alla fine sono stata giudicata maleducata deficiente pazza e tutto xchè ero sempre sola a fare queste battaglie alcune amiche prima erano d’accordo è poi si tiravano indietro e io ero lì da sola ….se gli Italiani vogliono il Rispetto dai politici non andate a VOTARE io non lo mai fatto e non lo farò mai …tanto non serve ha nulla sono solo FAVOLE che loro vi raccontano x fa si che loro hanno i soldi in tasca ..è padri di famiglie vengono licenziati ….bhè che dirvi di più AUGURI…A TUTTI VOI con la speranza che la fortuna gira un po’ anche a voi

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