L’invenzione del GENDER: Convegno a Teramo, Sala Arca (Largo S. Matteo), 22 Maggio ore 16‏

L'invenzione del Gender - Locandina dell'incontro del 22 maggio 2015
di Ilaria Pisa  -
Premessa. Desidero compiere una premessa breve quanto necessaria al tema assegnatomi, offrendo una rapidissima panoramica storica degli “studi di genere” (gender studies), la cui nascita si colloca negli Stati Uniti degli anni Sessanta, e che successivamente approdano in Europa su corsia preferenziale francese. E’ indubbio che simili studi non sorgono dagli ambienti dell’orgoglio omosessuale ma nelle file del movimento femminista, ed è sul ruolo della donna e sullo stesso “essere donna”, perlopiù inteso come concetto sociologicamente e culturalmente determinato, che in un primo momento si concentrano.
Seguendo tuttavia la logica in larga parte artificiosa e distorta – della rivendicazione da parte di una “minoranza” diversa, ingiustamente oppressa lungo la storia, i gender studies in un secondo momento si focalizzano sugli ambiti dell’omosessualità e della transessualità.
Si tratta di studi interdisciplinari che coprono la psicologia, la filosofia e la sociologia, e che in maniera diretta o indiretta hanno trovato un “fertilizzante” nel marxismo culturale propugnato dalla Scuola di Francoforte [1] . Si può dire, semplificando, che l’obiettivo principale di tale linea di pensiero sia la liberazione di ogni individuo – mutuando alcuni concetti dalla teoria freudiana – da una rete di repressioni che a vario titolo l’opprimono.
Risulta subito abbastanza chiaro che buona parte del danno è stata fatta convincendo i più che la fonte della repressione, e della regressione, per antonomasia fosse la Chiesa Cattolica con la sua dottrina [2] . All’interno della Scuola di Francoforte, pur nelle peculiarità dei vari autori, ogni istituzione tradizionale – ad esempio la famiglia – è sottoposta a critica e ogni teoria o atteggiamento legato alla tradizione viene sospettosamente guardato come un pregiudizio; inoltre, per tornare al discorso sulle minoranze “oppresse”, tutta la storia umana è letta come un avvicendarsi di dominazioni da parte di gruppi (e.g. il “maschio bianco”, chiaramente “cattivo”).
L’ideologia c.d. gender. I frutti velenosi di simili alberi li raccogliamo soprattutto oggi e sotto vesti spesso difficili da individuare: per lo più si tratta delle (mentite) spoglie della lotta alla discriminazione o al bullismo, e della promozione di parità e giustizia sociale, ossia obiettivi all’apparenza impossibili da non condividere. In realtà si tratta di obiettivi, se non “civetta”, quantomeno fallaci, per due ordini di ragioni:
- anzitutto per un’inconferenza di mezzi rispetto al fine: in che modo, per esempio, la violenza sulle donne può essere ridotta o evitata tramite attività didattiche che mirano a “decostruire gli stereotipi di genere”? forse la violenza prevaricatrice deriva dall’intima convinzione che vi siano attività lavorative, giochi o gusti più “da femmina” o più “da maschio”?
- in secondo luogo, per essere sbagliati i fini stessi: anche Francesco ha parlato al riguardo [3] , sottolineando che l’eliminazione delle differenze costituisce un problema e non una soluzione.
Muovendo da simili dichiarate ma ingannevoli finalità hanno dunque preso piede decine di progetti “educativi” in Europa, fuori dell’Europa e ovviamente anche in Italia, col risultato di proporre una demolizione non di strutture culturali arcaiche e stereotipate, ma di alcuni dati di esperienza quotidiana e di senso comune [4] .
All’insegna di una vera e propria “antropologia fluida”, la visione dell’uomo e della donna quali esseri e modi d’essere distinti e complementari viene liquidata come semplicistica e ingessata; Judith Butler, una delle più note studiose della gender matter fra anni ’80 e ’90, arriva a parlare di “agnosticismo” sulla natura maschile e femminile, della quale non saremmo in grado di sapere o di dire alcunché. L’identità di genere, ossia l’insieme dei dati biologici e culturali che compongono il profilo psicosessuale dell’individuo, viene completamente slegata dal sesso biologico, dal quale si può prescindere. L’identità di genere è oggetto di una scelta, quando non è addirittura frutto di fantasiosa creazione [5] . I “ruoli di genere” sono dunque un’imposizione che ostacola la piena realizzazione individuale e vanno superati. Come?
Con una imposizione di segno uguale e contrario, come si evince dai toni anche di quei documenti che si pretenderebbero neutri [6] , e che invece è sufficiente leggere, per rendersi conto di come il dissenso dalla decostruzione-politicamente-corretta sia subito tacciato di “pregiudizio”, “sessismo”, “omofobia”. Ogni idea tradizionale, insegnata ai più piccini, è – in quest’ottica – un pregiudizio inculcato. Non è raro sentire addirittura gli alfieri del nuovo pensiero deprecare i genitori che osano sovrapporsi all’illuminata azione degli “esperti” dell’educazione “progredita”.
Chi cerca di ridicolizzare gli oppositori di simili (strampalate) teorie asserisce – un nome su tutti, la nota giornalista Chiara Lalli [7] – che in realtà la temuta “teoria gender” non esisterebbe, trattandosi solo di un fantoccio, di uno straw man creato per demonizzare battaglie sacrosante. Beh, in un certo senso hanno “ragione”: l’indifferentismo sessuale, ossia la pretesa di livellare le differenze sessuali, e la tendenziosa presunzione che la nostra identità sia il prodotto di meri accidenti culturali, sono parti malati della fantasia i quali più che tra gli oggetti di studio andrebbero relegati nel dimenticatoio.
Del resto, l’autoevidenza della nostra natura di creature sessuate si impone alla ragione: non è certo questione di maggioranza (diffidare sempre della maggioranza, che se può sceglie Barabba), ma di realismo, di adeguamento dell’intelletto alla realtà, come esigeva S. Tommaso d’Aquino.
Un piano inclinato. Se l’eterossessualità è relegata a mera “aspettativa sociale”, tutte le premesse sono poste per la normalizzazione della devianza – di ogni devianza, non solo dell’omosessualità – e per la sua apologia, con la correlata e speculare patologizzazione della normalità. Ecco l’aspetto forse più insidioso di tutti. Sia chiaro che per normalità non si deve intendere né la fisiologia pura con riguardo al nostro aspetto biologico/etologico (non siamo animali), né il maggioritario “così fan tutti”, ma il rispetto dell’uomo per il proprio fine e per la propria natura, nel senso filosofico di senso e obiettivo dell’esistenza.
Proprio la natura, fraintesa al livello della mera materialità, è cavalcata da certuni come la massima garanzia della irrilevanza etica di qualsivoglia scelta in campo sessuale e relazionale; eppure, è sufficiente uno sguardo intellettualmente onesto alla realtà più intima e profonda dell’uomo, per rendersi conto che nella ideologia c.d. gender non vi è nulla di rispettoso per l’umano, degradato a monade-nomade priva di identità [8] , vagante e priva di punti di riferimento, a parte la percezione e l’emotività.
La teoria c.d. gender è quindi:
- inutile, perché manca gli obiettivi dichiarati;
- dannosa, perché centra gli obiettivi meno palesi ma ben più perniciosi, in quanto (i) la “decostruzione degli stereotipi familiari” e la “promozione di nuove forme familiari” si traduce in una vera e propria discriminazione della famiglia naturale e, ancor più, della famiglia cattolica (l’unica vera famiglia, è bene ricordare). E’ sufficiente un rapido giro sui social network per rendersene conto: la famiglia è ridicolizzata e marginalizzata a tutti i livelli; (ii) le presunte forme familiari “alternative” e non convenzionali (le sbandierate “famiglie arcobaleno”) sono in realtà famiglie “monche” monoparentali, o libere unioni tra persone omosessuali, unioni costitutivamente – e non accidentalmente – sterili, nelle quali difetta la complementarietà necessaria alla definizione di famiglia e alla fecondità non solo generativa, ma anche spirituale. In poche parole e senza timore di offendere nessuno, sono “brutte copie” della famiglia, “scimmiottature” della genitorialità: la tanto citata “omogenitorialità”, infatti, semplicemente non esiste; (iii) l’esaltazione della autodeterminazione nella scelta della famigerata identità di genere è stretta parente dell’autodeterminazione selvaggia che è alla base di aborto ed eutanasia. Vivere secondo il capriccio (pensiamo a Lady Gaga e al suo “Born this way”, alla Mazzucco e al suo “Sei come sei”)e l’istintualità è senz’altro più facile.
Tutto questo dimostra la falsità di uno dei mantra che ci sentiamo ripetere da più parti (e.g. la già menzionata C. Lalli), ossia che riconoscere “nuovi” diritti ad alcuni non li toglierebbe a nessuno: si tratta di una fallacia, perché chi non riconosce il fondamentale dato di realtà sulla famiglia e sull’uomo sta già danneggiando entrambi. Chi propaga l’errore, infatti, mette a repentaglio la conoscenza della verità.
Anche appellarsi alla libertà di pensiero è inutile: che libertà si può riconoscere all’errore? che diritti può avere?
Per tacere di alcune problematiche più squisitamente giuridiche. Sappiamo infatti che la legge n. 164/1982 consente, con un procedimento di volontaria giurisdizione, la rettificazione degli atti dello stato civile per attribuire all’individuo un sesso diverso rispetto a quello indicato nell’atto di nascita; ma che tipo di modifica corporea è necessaria e sufficiente? Nel 2014 – e in un contesto giurisprudenziale tutt’altro che omogeneo – il Tribunale Civile di Vercelli ha stabilito, con un buonsenso che dà un certo sollievo, che ai fini della rettifica anagrafica è necessaria una modificazione dei caratteri sessuali primarii tramite un intervento chirurgico demolitivo-ricostruttivo, non bastando il cambiamento dei soli caratteri sessuali secondarii. Come si può intuire, l’autodeterminazione dell’individuo deve comunque fare i conti con le esigenze sociali di certezza del diritto, che è poi in certo qual modo la traduzione giuridica del principio filosofico di individuazione.
Conclusione. I fautori dell’ideologia c.d. gender non possono evitare di avvilupparsi in contraddizioni palesi:
- come mai i sostenitori del “sei come sei” pretendono poi di prescindere, in una forma di gnosi, dal dato biologico della nostra fisicità, riducendo tutto alla cultura? gli stessi soggetti che si richiamano agli animali, per giustificare i comportamenti omosessuali?
- se invece siamo diversi dagli animali, perché pretendere che tutto ciò che afferisce alla sfera sessuale, relazionale e generativa sia moralmente neutro, quasi che la scelta fosse “etica” in se stessa e scegliere fosse già “bene” ex se?
Bisogna tenere a mente alcuni punti fermi che già appartengono al nostro patrimonio di creature e di cattolici, e che vanno rammentati a chi ha cercato di dimenticarli. Anzitutto, la verità sulla nostra persona e sulla nostra natura è già “rivelata” in quanto fa parte della legge naturale scritta nei nostri cuori (addirittura a prescindere dalla fede cattolica). Questa nostra natura di esseri liberi e capaci di amare può realizzarsi soltanto nella verità, poiché fuori dalla verità – su di noi, sul mondo, su Dio – non vi è libertà e non vi è amore ma solo sgraziate scimmiottature di entrambi (il Diavolo, ricordiamolo, è la “scimmia di Dio”). E solo la verità ha diritti, mentre la tolleranza dell’errore ha senso solo per un bene maggiore e mai di per sé. La libertà comporta poi necessariamente la responsabilità per le azioni compiute (che, soprattutto in questi ambiti, non sono quasi mai moralmente indifferenti).
Non è vero amore quello che non persegue il bene dell’anima e, quindi, di tutta la persona; non è vero amore quello che asseconda una devianza, o una proposta culturale immorale. Non è vero amore quello che si pone volontariamente senza Dio o contro di Lui. Infine – ma non meno importante – una frase che mi ha fatto molto riflettere: “la felicità è un padrone più esigente della verità”. Se ci pensiamo, è vero: la Verità rende liberi (Gv 8, 32), mentre la ricerca ossessiva di una felicità troppo-umana e terrena può rendere schiavi per tutta la vita.
Ritroviamo, come cattolici, il coraggio di dire opportune importune quello che crediamo e sappiamo. Ritroviamo il coraggio di additare le foglie verdi d’estate.

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