FRUNTI: il paese che non c’è

FRUNTI: il paese che non c’è

di Sergio Scacchia (ha collaborato Lucio De Marcellis)  –

La luce e i paesaggi di questo mattino primaverile, il Gran Sasso che sembra delimitare il mondo conosciuto, i monti Gemelli scuri e netti, la minuscola lingua di mare azzurrissima dietro le spalle tolgono il fiato, hanno le profondità di un Corot, la chiarità di un Monet.

I meli e i peri hanno già ricevuto la fioritura rosea e bianca. Il piccolo campo di grano verde azzurro vibra, lancia per lancia, rimescolato dal sole e da una leggera brezza.

Saliamo in bici io e Lucio, verso Valle Soprano e Faieto, oltre Valle San Giovanni, alla ricerca dei resti del leggendario paese di Frunti. E chi dice che per vedere un borgo abbandonato si debba entrare nel profondo mondo della Laga e della valle del Castellano?

Valle San Giovanni è a una manciata di chilometri, circa sei da Teramo centro, situata nella parte stretta della valle del fiume Tordino che penetra verso i monti della Laga. I “vallaroli” sono poco meno di trecento anime. Molti, negli ultimi cento anni, sono emigrati in cerca di fortuna. Oggi pare si trovino nel New Jersey degli States, dove hanno fondato una ricca comunità italo americana. In mezzo a loro ci sarebbero anche delle famiglie provenienti dal paese oggi fantasma di Frunti!

Pensate che questo luogo dimenticato da Teramo, un tempo era crocevia di strade romane. Qui passava l’“Interamnium Vorsus”, il tratto della famosa Via Caecilia che, proveniente da Amiternum nell’aquilano, antica città romana, all’altezza dell’attuale Montorio al Vomano deviava verso Teramo, l’allora Interamnia, costeggiando Travazzano, la chiesa di Santa Maria a Porto in territorio di Frondarola, per giungere a Giulianova, l’allora Castrum Novum sul mare Adriatico.

Era anche un posto importante per l’economia della transumanza abruzzese. Qui transitavano le greggi per il conosciuto tratturo di San Quirico per le Puglie!

Alla fonte Vecchia che si trova a circa duecento metri da Valle San Giovanni, è impossibile dissetarsi. È in gran parte ricoperta dai rovi. Vi assicuro che è un posto bellissimo. Qui le donne andavano con le caratteristiche conche di rame per portar acqua nelle case.

Dalla cresta si apre un bellissimo colpo d’occhio sui due Corni. Il pensiero corre ai pastori che percorrevano quest’antica strada. Chissà che gioia per i transumanti nel rivedere il profilo amico del gigante addormentato, nel ritrovare i loro paesi, i loro cari.

L’uomo sale dal fosso verso il suo casolare rusticamente composito. Dal ciglio della strada lo vediamo. Porta sulle spalle un gran sacco e batte col bastone a terra ogni tot di passi. Il viso è color mattone bruciato, gira intorno due occhi quasi spiritati. Veste un pantalone verde troppo grande, scolorito e una camicia lisa di color miele, un tantino sudicia.

Chiediamo dov’è possibile trovare i ruderi dell’antica “Frunti”. Ride divertito il dannato a vederci armati di carta topografica. Il sudore gli imperla la fronte e le gocce cadono a ogni movimento del capo. Ora si ferma e indica un tratto di strada, oltre la selvosa piega della collina. Poi, divenuto scuro come una rupe e preso da chissà quale inquietudine, se ne va in fretta col suo sacco sulle spalle.

La storia del paese di Valle San Giovanni e di tutto il suo circondario è interessante non poco. Ricordo che, molti anni fa, fu tracciata dal compianto storico ecclesiastico Don Giulio Di Francesco, anche grazie a studi effettuati da Don Bernardino Referza, originario di Cavuccio, parroco da queste parti per circa quarantasei anni, dal 1931 al 1977.

Lo storico risalì fin agli albori delle origini riallacciandosi alla vetusta abbazia di San Giovanni in Pergulis il cui significato, Don Giulio, lo attribuiva alla contrada ubertosa che regalava alberi da frutta e viti dorate. Ancora oggi le colline circostanti sono ricche di vigneti e campi ben coltivati.

La storia fissa la notizia più remota al primo dicembre del 1153 quando il Vescovo di Teramo, Guido II, con una bolla papale, annetteva alla curia teramana anche l’abbazia che sorgeva lungo un quadrilatero di borghi come Valle Soprano, Varano, Prunti o Frunti, come chiamata da qualcuno.

Era questo luogo un grande insediamento di monaci benedettini, proprietari di un buon numero di terre lavorate da contadini del posto che in cambio ricevevano parte dei raccolti. Molti documenti parlano di questo sito come un grande centro di spiritualità e umanità in tempi bui in cui la civiltà spesso era latente.

La data del 1775 fu cruciale per Valle San Giovanni perché segnò il trasferimento del culto nell’attuale chiesa della Madonna delle nevi. Il monastero pian piano decadde e oggi non è altro che un rudere solitario che riesce comunque a evocare ai posteri un glorioso passato.

Il paese abbandonato di Frunti è stato nel basso Medioevo feudo dei “De Frunto”. I pochi resti, secondo lo storico Niccola Palma, erano parte di un grande paese chiamato Solignano, la cui chiesa era dedicata a Santa Maria e l’abitato era sito su un antico tracciato viario.

L’importante strada conduceva, in tempi antichissimi, a Pagliaroli e alla Rocca di Padula. Nel 1286 per un breve periodo il paese fu annesso alla città di Teramo per via di una sorta di contratto fra il “Sindacus” dell’ Interamnia e Roberto I di Frunti. Il primo intendeva ingrandire la città, il secondo donare, al minuscolo borgo, privilegi concessi solo a chi fosse annesso alla grande “civitas”.

Tutto ciò durò fino al 1338, quando Frunti tornò ad essere autonomo. Nel 1457 ritroviamo il luogo annesso alla contea di Montorio al Vomano, per poi, intorno al ’700, riunirsi a Valle San Giovanni, centro di assoluto prestigio dell’epoca grazie anche ai benedettini e al convento di cui sopra.

I resti del paese sono ben poca cosa ma è un’intrigante appendice di un mondo fantastico, tra monconi di pietra, erbacce colonizzanti e mura pericolanti avvolte dal mistero e da rovi e caprifichi. La nostra visita all’antica Frunti finisce qui.

Proviamo a continuare l’ascesa sulla stradina bianca per raggiungere il tratturo che collega, sulla cresta della collina, il “Colle dell’asino”, all’antica strada per San Giorgio. La Via dei Borghi di cui abbiamo già parlato, alcune settimane fa, raggiunge proprio attraverso questa strada i verdi pascoli di Piano Roseto, non lontano da Crognaleto!

http://paesaggioteramano.blogspot.it/

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