L’incontro dei tre vivi e dei tre morti nella cattedrale di Atri

L’incontro dei tre vivi e dei tre morti nella cattedrale di Atri

di Sergio Scacchia   –

A volte una sola opera d’arte può motivare una visita ad un borgo, ad una chiesa, ad un museo. Credo sia questo il caso parlando di un affresco esistente all’interno della cattedrale di Atri, scrigno di tesori dell’ingegno umano.

Santa Maria Assunta non ha bisogno di essere pubblicizzata. È un gioiello senza tempo, eretto su di un’antica chiesa romanica, con una mole trecentesca, un ardito campanile dal corpo quadrato, terminante a piramide e alto ben cinquantasei metri. All’esterno c’è una splendida facciata in pietra, una cornice cuspidata, un rosone a dodici raggi, un ricco portale, opera trecentesca di Rainaldo.

È un manufatto di rara bellezza. L’interno, poi, è elegantemente sobrio, a tre navate e scandito da archi gotici. Inoltre, lo scrigno atriano, ricco di luce grazie a vetri istoriati e policromi, custodisce tutta l’immensa ricchezza del ciclo pittorico del ’400 di Andrea De Litio che orna mirabilmente le pareti del coro dei canonici. Un’opera che, se la si trovasse al nord, avrebbe in ogni ora della giornata, capannelli entusiasti di visitatori. Parliamo di una delle rappresentazioni illustrative più imponenti del Rinascimento abruzzese con oltre cento pannelli raccontanti episodi della vita di Gesù e della Madonna, tra Evangelisti, Dottori della Chiesa e Virtù Teologali.

Eppure c’è qualcosa che sfugge all’interno della cattedrale!

Nel lato esterno dell’arco sinistro dell’abside, proprio all’angolo destro dell’altare dedicato all’Assunta, si trova un singolare affresco medievale di cui non esistono molte versioni in Italia: L’Incontro dei tre vivi e dei tre morti.

Quello di Atri rappresenta forse l’esempio più importante, ma se ne contano anche nell’abbazia di Vezzolano presso Albugnano d’Asti, di San Flaviano a Montefiascone, nel Viterbese, di San Paolo a Poggio Mirteto nel Reatino, tutti risalenti alla fine del XIII secolo, inizio del XIV.

Menzione a parte meriterebbe il dipinto che si trovava nella bella chiesa di S. Maria in Piano a Loreto Aprutino di Pescara, accanto al grande affresco del Giudizio Universale, di cui abbiamo già parlato in altre occasioni e che oggi è purtroppo scomparso. Nell’affresco pescarese le anime dei morti erano raffigurate con le mitrie, le tiare e le corone in testa e, nel fervore della danza, cozzavano una contro l’altra.

Nell’opera, per fortuna visibilissima, della cattedrale atriana, invece sono due gli scheletri che, ghignanti, stanno dritti senza falci, come guardiani dell’ingresso del regno della morte. I loro teschi non sono ossa spolpate ma coperti di una sottile e secca pelle ed esprimono il sarcasmo, lo scherno per chi è ancora in vita. Un terzo scheletro, all’estrema sinistra dell’affresco, sta per uscire dalla tomba.

L’opera che prelude, all’interno del presbiterio, alla visione meravigliosa del ciclo affrescato dal grande De Litio, si può dividere in due parti, la terrena e quella con i morti; nella prima, a destra, vi sono un albero, i cavalli, i paggi e infine i tre cavalieri, vestiti con abiti molto preziosi e intenti all’arte della caccia con il falcone allora diffusa presso l’alta società feudale.

Sono spaventati e atterriti alla vista di quello che hanno davanti agli occhi e che è rappresentato nella parte sinistra dell’affresco: i morti che si risvegliano con la loro scheletrica e putrescente immagine.

Dai caratteri del dipinto gli esperti lo ritengono il più antico di quelli presenti nel Duomo. Il contrasto della vita e del trapasso è uno dei temi obbligati dell’arte ascetica medievale. Il rapporto dell’uomo con l’ultima ora della sua esistenza è sempre stato dominato dai grandi principi filosofici, cui si è aggiunta una miriade di costumi propri delle singole comunità locali.

La morte ha profondamente influenzato arte, letteratura, devozioni e rapporti sociali, contribuendo ad esercitare sugli uomini una profonda, inevitabile suggestione e non solo nel periodo di novembre notoriamente dedicato al ricordo di chi ci ha lasciato.

Diario di viaggio

La città d’arte di Atri si raggiunge attraverso l’autostrada A14 Adriatica, uscendo al casello Atri/Pineto e percorrendo circa 10 chilometri. Dalla statale 16 si raggiunge imboccando la provinciale 553 da Silvi Marina. Da Teramo, statale 150 della valle del Vomano, deviando verso sud, nei pressi di Notaresco.

C’è anche da vedere, nell’arena naturale di piazza Duomo, il Teatro Comunale, un palazzo del ’500 della Curia Vescovile, diverse e interessanti chiese, il museo diocesano e le testimonianze romane proprio dietro la cattedrale, il palazzo Ducale, sede del Comune e il parco Naturale dei Calanchi di Atri, un mondo popolato di rapaci, istrici, volpi e faine in un ambiente drammaticamente bello.

www.paesaggioteramano.blogspot.it

Leave a Reply

Il Fatto Teramano è l'unico sito che ti permette di commentare senza registrazione ed in forma totalmente anonima. Sta a te decidere se includere le tue generalità o meno. Nel momento in cui pubblichi il tuo commento dichiari di aver preso visione del nostro disclaimer e di accettarne le regole. Per inviare il tuo commento aiuta il sito a verificare la tua esistenza trascinando un'icona secondo le indicazioni e clicca su Commento all'articolo.

 

Your email address will not be published.