Il maniero delle streghe: Alla scoperta dei misteri di Roccascalegna

Il maniero delle streghe: Alla scoperta dei misteri di Roccascalegna

di Sergio Scacchia  –

“Se dici che la casa è tua, dici parole inconsistenti,

perché l’aria, la terra, la materia sono del Creatore,

come pure tu che l’hai costruita e così tutto il resto”

(Giovanni Crisostomo)

 

L’amico Walter Nanni, alcuni giorni or sono, proprio dal nostro sito, ha lanciato un grido di allarme per uno dei paesi più belli non solo d’Abruzzo, ma di tutta Italia: Roccascalegna, borgo medioevale con il suo castello turrito su di un meraviglioso sperone di roccia, è in pericolo di crolli.

Cerco anche io di tenere alta l’attenzione su questa meraviglia d’Abruzzo consigliandovi il viaggio di Pasquetta in un luogo magico.

Rinnovo l’appello a tutte le autorità. Si provveda a mettere in sicurezza borgo e castello!

Il vecchio borgo appare all’improvviso, in un’esplosione di luce. I suoi tetti brillano come un lago gelato irto di cristalli di brina. Le case, addossate sotto la rocca, paiono bruciare al contatto del sole sfavillante. Compaiono quattro torri e un’immane cinta muraria su di un dirupo, ricordo di un avamposto longobardo deputato al controllo della valle contro i Bizantini.

Il paese è un medievale gioiello dal cuore antico e silenzioso, stretto in un abbraccio senza tempo al suo maniero. A Roccascalegna bisogna dimenticare i luoghi della rutilante vita notturna fatta di inglesi e tedeschi alla ricerca del divertimento ad ogni costo.

Occorre lasciarsi alle spalle l’immagine di ristoratori che inseguono i clienti lungo le vie del borgo e di un castello preso d’assalto da torme di turisti stranieri. Se volete rifugiarvi in un luogo appartato, il villaggio della provincia teatina, fa per voi. È il massimo per visitatori a caccia di avventure dello spirito.

Non ci sono grida, non ci sono richiami. La sensazione è di essere in un luogo dove il tempo si è fermato ad un’epoca lontana. I suoni della terra sono il silenzio e il fruscio del vento tagliente da settentrione. L’armonia delle testimonianze artistiche e monumentali immerse nel silenzio della campagna, il borgo arrampicato in cima alla pietra, rendono il posto unico.

Vista da questo lembo d’Abruzzo, la montagna madre della Majella è arrotondata e la piccola cima del Pallano, a meridione, evoca tutti i misteri dei suoi resti archeologici con le mura megalitiche della fantastica città italica di Pallanum.

La piana offre un bel colpo d’occhio. In lontananza il lago di Bomba e la sua macchia mediterranea lasciano intravedere la magia di queste valli in una campagna impregnata di storia, arte e qualità della vita.

All’interno del castello di Roccascalegna tutto pare assurdo, inquietante, quasi una scenografia ben costruita dal set di un film ambientato nel medioevo. Uno scenario fiabesco. Ed invece è tutto vero! Anche il vecchio a passeggio sull’antico camminamento di ronda, è un bellissimo elemento scenografico. È curvo sul suo bastone, l’incedere incerto, pare voglia affacciarsi dal muretto a picco sull’antico borgo che si stende ai piedi del maniero. Sfida, il terribile vegliardo, la paura e il biasimo dei figli.

La minuscola chiesa di San Pietro del XII secolo è compresa all’interno delle mura del fortilizio e, dalla torretta detta di “sentinella”, appare avulsa dalla massiccia struttura difensiva. Occupa l’ultima propaggine dell’immane sperone su cui poggia il fortino.

Il primo avamposto venne stabilito su questo spuntone di roccia dai Longobardi, ancor prima che l’intera fortezza fosse realizzata al tempo dei Normanni. Fu con l’avvento degli Angioini, nella seconda metà del secolo XIII, che il castello divenne possente.

Nacquero così la torre del “cuore” con il suo bassorilievo raffigurante il muscolo cardiaco, quella famigerata del “carcere” con le terribili segrete e, infine, quella del “forno” adibita alla preparazione e cottura del pane.

Gli squarci sui muri più alti delle garitte, che consentivano l’uso delle bocche di fuoco, sembrano lanciare moniti inquietanti. È come se invisibili occhi stiano lì a spiarti per colpirti a tradimento. Le scalinate sopra al ponte levatoio di accesso, oggi sono state restaurate ma un tempo erano gradini ricavati dalla roccia viva.

Il borgo dall’alto è ancora più incantevole. Il tempo sembra essersi fermato tra porte antiche, mura, archi, vie strette e semi anulari. La più importante di esse è la viuzza di “Codacchie” o della strettoia. È il trionfo della tradizione che voleva i centri urbani raccolti intorno ad una piazza, una chiesa, un castello, appunto!

L’abitato, a cavallo tra la valle del Sangro e quella dell’Aventino, ha una storia millenaria di terra di frontiera essendo stato confine naturale di gruppi di popoli italici, Sabellici, Sanniti e Frentani. Poi man mano sono passati, in maniera distruttiva, Longobardi, Normanni, Svevi, Angioini, Aragonesi.

Le colline dai rigogliosi pergolati di viti, contribuiscono a nobilitare l’immagine di questa cittadina murata. È un itinerario imperdibile per una sintesi tra uomo e territorio, modernità e tradizione. Lo splendido binomio verde-azzurro comunica al visitatore, che osserva dall’alto, una sensazione di grande effetto cromatico.

Ideale cordone ombelicale tra passato e presente, il castello che domina la valle, oggi ristrutturato a spazio museale ed espositivo, rappresenta da solo un valido motivo per arrivare fin qua. Una singolare mostra raccoglie, in questi giorni della mia visita, delle opere di profondo impatto emotivo.

Un quadro colpisce la mia immaginazione. La donna appare con il viso sconvolto, distorto quasi da colori troppo violenti. Il suo corpo è attorcigliato e raggomitolato, intrappolato da pozze di colore. La tela non poteva essere esposta in un luogo migliore di questo. Regala a chi la osserva inquietudine e fascino.

La natura, grazie ad una vertiginosa rupe di calcare, ha contribuito nei secoli a dare il senso dell’inespugnabilità a questa rocca incredibile, luogo di eroici capitani di ventura. Il posto non aveva buona fama. Si favoleggia di serpenti, sotterranei e pozzi utilizzati per far scomparire persone scomode. Numerose leggende ruotano intorno al castello, tra lupi mannari, streghe, apparizioni demoniache e tesori maledetti.

Una di queste racconta che, intorno al 1587, sotto il dominio dei baroni Carafa, quando ovunque aleggiava l’aria sulfurea delle streghe, Roccascalegna vivesse un periodo di grave carestia con raccolti scarseggianti e la popolazione resa alla fame.

La colpa di ciò fu data agli strani raduni che si svolgevano all’ombra del maniero, in fondo all’ultima strada, quella dello “spino santo”. Le streghe, si racconta, furono prese e torturate con confessioni strappate a forza. Vennero poi bruciate e le loro ceneri disperse al vento.

Anche il famigerato “ius primae noctis” imposto dai feudatari della famiglia Corvi, tra il seicento e il settecento, alle giovani donne del contado per ottenere il permesso di sposare il loro amato, è qui ben rappresentato. Regala storie piccanti, spesso sfociate in tragedie.

Il barone maledetto si arrogava il diritto di giacere con le novelle spose fin quando uno degli aspiranti “cornuti”, esasperato dalla gelosia e dall’ira per una così crudele imposizione, non lo accoltellò. Pare che per lunghi anni su di un muro sia rimasta impressa l’impronta della mano insanguinata del nobile, nelle cui vene il sangue non scorreva blu ma rosso come per tutti.

Il cortese giovane della Pro Loco che guida i miei passi, mi accompagna verso la torre carceraria, raccontando di una fattucchiera, la “comare Rosa” che viveva proprio alle pendici della rocca, in una casupola spoglia e senza finestre. Pare che la donna riuscisse a guarire le strane ecchimosi che comparivano sulla pelle dei giovani ragazzi, chiedendo in cambio sacchi di grano.

Probabilmente questa sorta di “ianara” nulla avrebbe potuto, secoli prima, contro le pestilenze che giungevano dalla piana abbandonata e impaludata, conseguenza di incursioni saracene e diffondersi di malaria.

Dopo la decadenza culminata con dei crolli all’inizio del ‘900, c’è stato un lodevole restauro che ha ridato alla struttura una nuova vita.

La locanda in cui mi fermo a mangiare fuori il paese, è accogliente. La cuoca mi scodella un trionfo di prosciutto artigianale, soppressata, ricotta al miele e uno splendido pecorino sott’olio. Poi, senza riguardo per la mia linea già compromessa, butta con poca eleganza delle invitanti tagliatelle agli asparagi selvaggi, le sarde in purgatorio, piatto tipico con crostini e la “ciambotta”di ortaggi freschi.

Diario di viaggio

Roccascalegna, nella provincia di Chieti, fa parte della Comunità montana Aventino Medio Sangro. Si raggiunge all’uscita Val di Sangro dell’autostrada A14.

Da vedere, oltre al vecchio borgo e il castello, resti archeologici risalenti al III millennio a.C., le antiche chiese di San Cosma e Damiano, a tre navate di tipo basilicale e di San Pancrazio nei pressi del cimitero.

Possibile prenotare una visita guidata al borgo e al castello alla mail prolocoroccascalegna@libero.it

Per mangiare ovunque ci si fermi il cibo è di ottimo livello. A dieci minuti di auto c’è un agriturismo “L’Alveare”, contrada Cavriglia, dove le specialità abruzzesi sono fantastiche.

In mezz’ora circa si mangia del buon pesce lungo la famosa costa dei Trabocchi sul mare Adriatico.

www.paesaggioteramano.blogspot.it

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