Carmelo Bene: pornografia di una vita assente

Carmelo Bene: pornografia di una vita assente

di Christian Francia  –

Carmelo Bene - Recensione di Christian Francia su La Città del 21.03.2015
Grazie al quotidiano La Città per la convergenza sul “Bene”

Ci sono libri che necessitano di molte pagine per dare profondità alla narrazione e ce ne sono altri che hanno bisogno di centellinare le frasi. Ci sono artisti debordanti che straripano inondandoci di pensieri e parole (Céline, Proust, Busi) e ce ne sono altri che passano la vita a cancellare pensieri e parole (Carmelo Bene).

Carmelo Bene - Il teatro del nulla - edizioni Clichy
“Carmelo Bene. Il teatro del nulla” a cura di Fabrizio Parrini, da poco pubblicato presso le Edizioni Clichy

È giunto da poco in libreria un volume delle Edizioni Chichy curato con scrupolo filologico da Fabrizio Parrini: “Carmelo Bene. Il teatro del nulla”. Il curatore riesce a compiere non una sintesi, bensì una concentrazione dello sforzo analitico, figlia di una comprensione profonda dell’oggetto della sua ricerca.

Carmelo Bene è un uomo malato, in tutti i significati dell’accezione, ma soprattutto in quanto ha rappresentato l’incarnazione sublime del protagonista del grande romanzo di Fëdor Dostoevskij “Memorie dal sottosuolo”, che così esordisce descrivendosi: “Sono un uomo malato… Sono un uomo cattivo. Un uomo sgradevole. Credo di avere mal di fegato. Del resto, non capisco un accidente del mio male e probabilmente non so di cosa soffro. Non mi curo e non mi sono mai curato”.

Del resto, è con dovizia di particolari sulle sue infinite patologie che l’attore, regista, poeta, saltimbanco Bene si confessa: “L’indecenza della vita mi ha frequentato assidua fin dalla prima infanzia. Malattie d’ogni sorta e degenze, convalescenze continue…”.

L’essenza del “Bene” può sembrare inafferrabile a chi non lo abbia frequentato spogliandosi di ogni sovrastruttura, si potrebbe dire che la sua parabola parta dalla contemplazione del muro bianco di Roland Barthes e giunga a quella dello schermo nero, passando dal buio del palcoscenico e da “uno spettacolo sulla pagina bianca” (il riferimento è al suo “Pinocchio”, lungamente rimestato a teatro).

carmelo-bene-pinocchio
Carmelo Bene in “Pinocchio”

Devastatore iconoclasta, Carmelo è assertivo e lontano dai dubbi: “non c’è arte senza superamento dell’identità”, “si persegue il nulla”, “mettere da parte l’arte, come del resto la vita”, “Che cosa chiedo io in fondo? Di essere trascurato, di essere ignorato”, “le serate migliori sono quelle in cui riesco a smarrirmi, a perdermi”, “Io non ho coscienza. Sono fuori dalla coscienza. Non ho ideologie. Non ho idee”, “l’autodistruzione è il contrario del narcisismo. Io levo dalla scena, non metto in scena”, “l’importante è perdersi, non trovarsi”, “nessuno è più generoso di chi distrugge se stesso”, “bisogna diventare capolavori. L’arte deve essere incomunicabile, deve solamente superare se stessa”, “la storia non mi contempla e io non contemplo la storia”.

In pratica Bene è un ectoplasma che cerca infinitamente come Sisifo di eliminare l’ingombranza dell’io senza morire; è colui che cerca di spegnere il mondo – che è solo un “noioso cicalare” – attraverso una progressiva sottrazione del senso, aspirando ad una atarassia impossibile, compiendo una ricerca teatrale ossessiva contro l’io, partendo dall’idea necessaria del sottrarre, del far mancare, del venir meno.

Carmelo Bene in scena
Carmelo Bene in scena

L’egoismo radicale, di cui fu maestro Max Stirner (amatissimo da Bene), diviene un’arma con la quale attraversare il fronte delle arti per portarvi scompiglio, disordine, perversione: “io sono indicibile. Io mi mostro soltanto”. E da questa ineffabilità Bene si spinge a divenire “o-sceno”, idolatrando la vanità dell’azione e la vacuità del pensiero, l’inazione e il depensamento, andando deliberatamente verso il vuoto dove cessa ogni volontà ed ogni esserci.

L’artista o, come si definisce egli stesso, “l’artefice” è colui che con lucidità e consapevolezza di sé attua una pornografia etimologica (“pornografico è chi, senza volontà, è l’oggetto di un altro oggetto”), una pornografia intesa come “congelazione del desiderio”, come oscenità obbligata ed orgogliosamente rivendicata, in dispregio di qualsiasi faticosa e fuorviante erotizzazione della vita e dell’arte.

Qualcuno, non senza ragione, ha sostenuto che l’eros attenga alla costruzione del desiderio, mentre il porno atterrebbe alla soddisfazione del desiderio. Bene va ancora oltre e traccia un orizzonte diverso, come al solito inquietante: “L’eros è conflittualità farneticante dell’io. Il porno è, al contrario, oggettività irreciproca dei corpi non squalificata da nessun oggetto; oggettività che eccede il desiderio, o-scenità irrapresentabile. Carne senza concetto”. La sua finalità è ben chiara: essere “contro l’espressività indecente dell’arte che anima le cose. Contro l’eros, generatore di ogni equivoco affanno”, onde pervenire alla perversione assoluta, al deterioramento patologico dei processi psichici, dei sentimenti e dei comportamenti che costruiscono e costituiscono un rassicurante universo di cartapesta.

Carmelo Bene
Carmelo Bene

Carmelo è un guastatore, un minatore oscuro che non porta alla luce pietre preziose, bensì sotterra ogni certezza tranquillizzante e sparge terrore a piene mani, come un untore che lavori sulla mancanza, sul disertare, sull’intensità senza scampo e soprattutto “contro ogni speranza”.

Chi ha assistito ai suoi spettacoli (odiava la messinscena e pure l’essere in scena), chi ha frequentato la sua prosa, chi ha subìto il sui film, ha provato lo sconcerto e lo spavento della sovversione, lo sconvolgimento dinanzi a chi rovescia in modo sprezzante ogni ordine costituito.

La domanda di fondo, quella essenziale, è: ma perché Bene ha fatto teatro, cinema, poesia, televisione, letteratura, invece che chiudersi al mondo? Perché ha sentito l’esigenza ineludibile di manifestarsi piuttosto che sottrarsi, in una assenza assai più apparentemente consona al suo pensiero?

Risponde lui stesso circa l’urgenza e la necessità di essere ed esserci sulla scena, ma in modo osceno: “il sapiente dice le cose a se stesso in pieno mercato”. E così lui ha fatto, avendo preferito farsi infastidire dal rumore di fondo dei critici, dei benpensanti, dei baciapile, dei borghesucci scandalizzati, piuttosto che astrarsi in una dimensione se non domestica almeno non plateale quanto quella della ribalta.

È stato l’orrore per l’umanità becera e meschina che si affanna a “ricondurre tutto al senso” ad indurlo a divenire un folle (proprio come l’analogo “fool” shakespeariano), ed anche in questo caso a divenire folle in senso etimologico, cioè di pallone pieno d’aria, testa vuota senza idee e senza coscienza. Ma la follia è un traguardo ascetico che richiede impegno e fatica, che bisogna potersi guadagnare come una medaglia: “Nietzsche se l’è meritato. Qui invece ci sono troppi pazzi che non se lo sono sudato”.

Carmelo Bene in Manfred
Carmelo Bene in Manfred

Il libro dà conto anche dell’attività poetica di Carmelo, tesa radere al suolo anche la poesia, nella costante ricerca della parola che non consoli più, che spiazzi definitivamente, che sconcerti, che dilani corpo e mente, che prosciughi finanche l’essenza (“tu che non sei che non sarai mai stata”), nella convinzione che “l’unica bellezza della poesia è nel farsi istrice, nei suoi aculei”.

Il genio salentino viene tratteggiato dal curatore in tutte le sue poliedriche manifestazioni, ed anche nelle sue passioni e predilezioni, come quella per il pittore Francis Bacon, unico artista del quale Bene condivideva integralmente la visione estetica del mondo, capace di disarticolare il reale e di inoculare angoscia e spiazzamento attraverso le immagini spezzate, rotte, smontate, sfibrate, sciolte, tramite l’uso dello stesso metodo applicato da Carmelo con le parole, svuotate e rese puro flatus vocis, private della capacità di comprendere e di dominare la realtà. Il nulla come unica medicina che possa cancellare la prepotenza dell’io.

Bene è stato crudele con rigore scientifico, con gli altri come con se stesso, ed ha sintetizzato i decenni del suo incessante “lavorìo” con precisione chirurgica: “squartamento del linguaggio e del senso nella scrittura scenica, disarticolazione del discorso succubo del significante, togliere di scena”. Più volte ha invitato tutti a non occuparsi del suo teatro, “dove da capire non c’è nulla”, e ai critici che a frotte lo dileggiavano per il suo isolamento intellettuale rispondeva: “io me ne infischio di tutta la storia del pensiero, io sono un filosofo. Per depensare bisogna aver pensato”. Nella rivendicazione del “non esserci” è tutta la sua ricerca, un “orgasmo senza desiderio”, un costante “fare il vuoto e al vuoto andare”, un “uccidere il buon senso”, un “disapprendere”, un restare “senza storia e senza pensamento”.

Carmelo Bene 2
Carmelo Bene

Senza voler essere troppo sofistici, la questione è che non si cerca più il senso perché il senso delle cose e della vita non c’è, lo ha sancito la storia, una storia che non insegna più niente; però rimane la gioia di essere contro, la cocciutaggine di esistere ad ogni costo (“si è contro il mondo fino ad essere contro i propri sogni caduti”), di “massacrare i ruoli in nome dell’irrappresentabile”, con l’idea fissa della progressiva traversata verso il nulla, che paradossalmente è l’unica operazione sensata poiché il senso profondo della vita è proprio nella morte.

Carmelo è un insurrezionario permanente, individualista esasperato, sacerdote della profanazione come metodo di affermazione, come impresa filosofica consistente nel mostrare il nulla dietro a qualsiasi preteso essere, dietro ad ogni pretesto, testo, contesto, metatesto.

Come dice Max Stirner, “essere rivoluzionari significa credere dove non c’è più nulla da credere”, in solitaria come Carmelo Bene, nello spazio scenico dove resta solo l’io, spogliato di ogni ego, crocifisso alle parole che “si fanno luce ed escremento” perché l’attore le trita e le calpesta in segno di disprezzo. Ma sempre in piedi, martire che subisce il destino della candela: esserci nella consunzione, ardere per dare luce, bruciare per splendere.

2 Responses to "Carmelo Bene: pornografia di una vita assente"

  1. Il Pignolo   22 marzo 2015 at 12:07

    Busi? C’est à dire Aldo Busi? Accanto a Proust?

  2. christian francia   22 marzo 2015 at 12:21

    Yes, proprio Aldo Busi, il Proust italiano, il Cèline di Montichiari, a mio parere il più grande scrittore italiano vivente, il migliore interprete del ritmo in letteratura, un genio accostabile a qualsiasi classico…

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