Riflessioni su “I Malavoglia”

Riflessioni su “I Malavoglia”

di Maria Cristina Marroni  –

I Malavoglia - Copertina dell'edizione Feltrinelli
“I Malavoglia” di Giovanni Verga nell’edizione Feltrinelli

I Malavoglia è il romanzo della maturità di Giovanni Verga, grandioso affresco di un piccolo paese siciliano, dove luccicano personaggi dalle storie dolorose e tormentate, generate dalla lotta per la sopravvivenza e dalle frizioni degli egoismi.

Libro troppo noto e troppo letto nelle scuole, eppure non sufficientemente amato quanto meriterebbe, come accade a tutti i capolavori che vengono preceduti dalla loro fama, e a causa di questa non vengono apprezzati e assaporati per quello che sono.

La cifra morale e storica del romanzo è la sconfitta, quella che coinvolge la famiglia Toscano, soprannominata “Malavoglia”, che lotta e soccombe sotto il peso ineluttabile del destino, assurgendo a pietra di paragone delle sorti del paese di Aci Trezza e dell’intera Sicilia.

In un villaggio schiacciato dalla storia, i Malavoglia sono una famiglia di pescatori che vive nella “casa del Nespolo” e avvia uno sfortunato commercio di lupini. Il carico purtroppo affonda in un naufragio, insieme alla barca chiamata “Provvidenza” e al figlio maggiore Bastianazzo che muore, lasciando cinque figli e la moglie Maruzza (che morirà successivamente di colera).

A quel punto la sfortuna degenera e il padre di famiglia, il vecchio padron ‘Ntoni, mette in vendita la casa per far fronte alla crisi economica. Poi il nipote Luca viene richiamato alle armi e muore in battaglia. Il nipote più grande, il giovane ‘Ntoni, dopo aver svolto il servizio militare, si sbanda e non trova di meglio che darsi al contrabbando, finendo per accoltellare una guardia, delitto che lo porterà in prigione.

La sorella minore, Lia, diventa prostituta a Catania; mentre la sorella maggiore, Mena, deve rinunciare al matrimonio con compare Alfio, suo vecchio pretendente. Il vecchio ‘Ntoni finisce in ospedale, ma Alessi, il quinto nipote, riuscirà a ricomprare la “casa del Nespolo”.

‘Ntoni il giovane, scontata la pena, tornerà a casa, ma solo il tempo di comprendere che non è più un posto per lui e di ripartire. Resterà uno sconfitto e un esiliato.

Ma tutti sono vinti, tanto più vinti quanto più protesi nel tentativo di salvaguardare la reputazione e l’onore, valori supremi intessuti dell’integrità degli affetti, del focolare domestico, dei legami familiari.

I Malavoglia, soverchiati da un destino cui è impossibile sfuggire, lottano contro la società asfittica del paesello, fatta di profittatori e di maldicenze, e lottano contro uno Stato nemico, fatto di leggi incomprensibili che uccidono Luca nel nome di una Patria che non rappresenta alcun valore, ma solo una cieca impositrice di tasse.

L’innovazione di Verga si esplica sia nello stile che nella struttura: l’autore scompare e restano solo i personaggi che bruciano le proprie esistenze dai differenti punti di vista, componendo unitariamente la tavolozza dell’intreccio narrativo.

Stilisticamente il verismo verghiano abbandona la tradizione del realismo romantico, incline ad indulgere in commozioni, in sfoggio di eloquenza e in registri ironici.

La crudezza delle vicende rappresentate, della storia che le sovrasta, della società della quale sono parte significativa, è strumento dell’assenza di argomentazioni consolatorie, nonché scelta di una adesione nuda e spietata all’oggetto della narrazione.

Verga lascia solo pochi indizi a segnalare la ciclicità della sconfitta, l’ineluttabilità della sorte, l’impossibilità per chiunque di sottrarsi al peggio: “Solo l’osservatore (…) ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via (…) ai vinti che levano le braccia disperate, e piegano il capo sotto il piede brutale dei sopravvegnenti, i vincitori d’oggi, affrettati anch’essi, avidi anch’essi d’arrivare, e che saranno sorpassati domani”.

I colori cupi di un romanzo straordinario come questo vanno letti come le vaste campiture di nero caravaggesche: buie come la notte che avvolge gli uomini, illuminati solo per il tempo necessario a far luccicare quell’anelito, quella brama, quello stato d’animo, quel sentimento elementare e ancestrale, quell’intuizione che li anima e che presto deve fuggire, lasciando campo aperto alla signoria della tristezza, della finitudine umana, del pessimismo che non conosce aperture né redenzione.

Eppure, all’assenza assoluta di fede in un riscatto del mondo popolare, fa da contraltare quella ostinata difesa delle radici, della casa, della reputazione e dell’onore, che costituiscono la vera cifra di ciò che è umano, e al di fuori dei quali non c’è progresso, ma una sorda barbarie.

One Response to "Riflessioni su “I Malavoglia”"

  1. Il Pignolo   18 marzo 2015 at 12:31

    Nell’assenza di fede nel riscatto sta infatti la principale chiave di lettura del romanzo. Come più volte è stato detto, il giovane ‘Ntoni non tende a migliorare la sua classe sociale, ma solo ad abbandonarla per entrare in una classe superiore, il che significa in fondo condividere i valori dei potenti ed invidiarli.
    Tanto diverso dal protagonista di Fontamara, Berardo Viola, che tenta il riscatto con tutte le sue forze, nonostante la sua ignoranza e la sua estrema povertà.
    Due fallimenti, ma tanto diversi tra loro. I tempi sembravano suggerire al Verga l’impossibilità di un progresso del proletariato. Per Silone, diversi decenni dopo, questa possibilità – remota quanto si vuole – c’era…

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