Teatro ad Atri: Giorgio Albertazzi è Shylock ne “Il Mercante di Venezia”

Teatro ad Atri: Giorgio Albertazzi è Shylock ne “Il Mercante di Venezia”

di Maria Cristina Marroni  – (immagini esclusive dello spettacolo ad Atri del 7.3.2015)

Assistere ad una rappresentazione teatrale di Giorgio Albertazzi è sempre un privilegio, ma lo è ancora di più visto che il maestro ci ha onorato della sua presenza al teatro comunale di Atri, sabato 7 marzo 2015.

Albertazzi è il decano degli attori e dei registi italiani, avendo 91 anni e mezzo ed avendo debuttato sul palcoscenico nel 1949. La sua predilezione per Shakespeare attraversa l’intera carriera, fino a giungere a quest’ultima impresa: “Il Mercante di Venezia”, nella quale egli veste i panni dell’enigmatico protagonista, lo spietato usuraio ebreo Shylock.

La trama è tanto nota quanto complessa, suscettibile di infinite interpretazioni, densa di passioni umane, di vizi e di virtù. Albertazzi riscrive il testo strappando via ogni esitazione, ogni ambiguità, ogni margine di dubbio.

Per lui l’amore, l’impeto e l’irruenza degli anni giovanili sono un tutt’uno con i vizi, le angosce e le malvagità della vecchiaia; nemmeno due facce della stessa medaglia, bensì un unico percorso che procede per tappe obbligate e che conduce alla medesima inesorabile perdizione.

Shylock odia la gioventù perché la sua ricchezza non può più comprarla, ecco perché concede il prestito di 3.000 ducati a Bassanio, pretendendo come penale una libbra di carne del garante Antonio, il mercante veneziano che detesta gli ebrei e che presta il denaro senza interessi, facendo infuriare l’usuraio Shylock.

Quella libbra di carne è un oggetto irraggiungibile dal quale Shylock è ossessionato, al pari del Faust che ha un’ossessione per l’immortalità. Di converso, l’ebreo è odiato da tutti – giovani, debitori, mercanti, istituzioni – proprio perché vedono in lui ciò che loro potrebbero divenire, ciò che probabilmente saranno, il male al quale anche loro presentono di dover soggiacere.

Ma se i “buoni” vengono percorsi da brividi, da continue angosce, da crisi esistenziali, Albertazzi il “cattivo” si assegna un ruolo pacificato, rasserenato, di colui che abbia alfine risolto gli enigmi che la vita gli ha sottoposto, e si avvia con sguardo disteso e tranquillità d’animo al tramonto.

Shylock e Albertazzi si compenetrano fino ad essere una cosa sola: quella saggezza, quella somma infinita di eventi che compone un mosaico del quale finalmente si conosce ogni tessera, del quale finalmente si può godere lo sguardo d’insieme, del quale finalmente si comprende il significato, e cioè che la vita è sconfitta, che la cifra dell’avventura umana è perdere tutto e annichilire nella morte.

Per questo Shylock accetta l’esito negativo del giudizio, il proprio disfacimento nel processo, e dinanzi alla condanna si fa remissivo, conscio che tale è il destino al quale non ci si oppone: di essere invidiati se si è avuto successo, di essere abbandonati dai figli se a loro si è dato tutto, di essere condannati proprio perché si ha ragione da vendere, di essere ripagati con la stessa moneta che si è data al prossimo, di spogliarsi di ogni cosa se in vita ci si è coperti di onori e di denari, di presentarsi nudi alla propria tomba.

Albertazzi non strepita, non si agita, al massimo fa roteare il bastone, ma distende le proprie rughe in uno sguardo imperturbabile e inventa la trovata finale del vecchio usuraio che si separa da ciò che ha di più caro, i soldi, estraendoli dalla borsa e gettandoli in terra, perché la potenza del denaro che può comprare ogni cosa si arresta dinanzi alla vecchiaia, dinanzi all’isolamento sociale, dinanzi all’indifferenza della figlia, dinanzi alla fine.

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