Luciano D’Alfonso: maestro dello storytelling o contaballe?

Luciano D’Alfonso: maestro dello storytelling o contaballe?

di Christian Francia  –

Luciano D'Alfonso - Fast & Furious (2)
Luciano D’Alfonso, protagonista del film di m@z

L’Abruzzo vive la sua epoca dalfonsiana (lui direbbe: epopea) e gli abruzzesi debbono sorbirsi l’ennesimo messia che promette miracoli (soprattutto quello della moltiplicazione dei pani e dei pesci). Cerchiamo di enucleare alcuni princìpi di sociologia del governatore di tutti gli Abruzzi.

Innanzitutto occorre evidenziare alcune caratteristiche precipue: Luciano D’Alfonso è un grande comunicatore (vincenti gli slogan: “Regione Ovunque” e “Regione Facile”), presenzialista quant’altri mai, sempre prodigo di sorrisi, di complimenti, di una buona parola declinata con affettazione e con eloquenza curiale.

La sua forza d’urto mediatica è tale che hai paura di poterlo incontrare in ogni luogo, dalla palestra al ristorante, dalla chiesa ai giardinetti, e in tal senso la sua ubiquità è sconcertante ed entusiasmante, perché la presenza del governatore smorza le polemiche, attutisce gli attriti, ammansisce le belve, è un segno costante di attenzione e di premura.

La cifra stilistica e umana di Big Luciano è la corsa, il suo essere velocemente furioso e furiosamente veloce, proprio come il film di cui è protagonista: D’Alfonso corre, corre dappertutto, da est a ovest, da nord a sud, stringe mani, accarezza volti, sorride, promette tanto e prende parecchie multe per eccesso di velocità.

Ma sotto la vernice di tale ostentata potenza comunicatrice e di tale inesauribile energia, i problemi esistono e non tarderanno a manifestarsi dopo il necessario periodo di incubazione.

1) Dei problemi giudiziari abbiamo parlato a lungo, ma meglio di noi sapranno parlare le sentenze penali in arrivo. Al di fuori di quelli, il primo problema del governatore è di essere circondato da una corte di nani e ballerine, da una Giunta di incapaci, da una schiera di lacchè che lo lubrificano di bave ma non assolvono nemmeno per un minuto al compito di alleviare le sofferenze dei cittadini.

Silvio Paolucci è imbarazzante per l’infantilismo con il quale crede di poter risolvere problemi complessi; Camillo D’Alessandro è ridicolo quando articola le sue difese d’ufficio delle condotte presidenziali da arrampicatore sugli specchi; il capogruppo PD Sandro Mariani è portatore sano di crassa ignoranza amministrativa, tale da risultare incomprensibile il suo ruolo di leadership fra i colleghi consiglieri.

2) Il secondo problema di D’Alfonso si chiama PD.  Il partito è morto, è assente, non è un crogiolo di idee, di soluzioni, di fermenti, ma un ragionieristico comitato elettorale al quale ci si aggrappa per lucrare un consenso immeritato.

La prova lampante è fornita dal recente fantasmatico congresso regionale che ha condotto all’elezione del nuovo segretario abruzzese del PD, Marco Rapino, un perfetto sconosciuto privo di qualsiasi capacità di lettura della realtà drammatica di questi anni, il quale come un novello Peter Pan ha cinguettato le seguenti idiozie: “La partecipazione straordinaria che abbiamo registrato afferma l’attenzione che i cittadini abruzzesi hanno avuto nei confronti del progetto politico che abbiamo messo in campo in questa competizione”. Quale progetto politico? Quale mozione congressuale? Quale documento di discussione? Quali priorità di intervento? Su quali temi Rapino ha comunicato il proprio impegno alla cittadinanza durante la campagna precongressuale?

Rapino ha gonfiato il petto: “Il nostro progetto è in linea con il profilo e la maturità dell’azione di governo del PD nazionale, guidato da Matteo Renzi. Oggi mi sento di definirmi un renziano adulto”. Praticamente un “Figlio della Lupa 2.0” pronto a spellarsi le mani ad ogni flatulenza emessa dal corpo carismatico del leader nazionale o di quello regionale.

3) Il terzo problema di D’Alfonso è il suo predominio assoluto, culturale, relazionale, organizzativo, che si esplica nei confini abruzzesi, ma che non affascina per niente oltre regione. Luciano Ovunque invita tutti a venire e a farsi fotografare con lui, ma nessuno se lo caca (Renzi importunato di continuo, ma refrattario a qualsiasi ipotesi di recarsi in Abruzzo; il neo Presidente della Repubblica Sergio Mattarella invitato pubblicamente, ma nemmeno lui se lo fila; addirittura D’Alfonso ha scritto ad Obama (figurarsi!). La verità è che tutti hanno paura di farsi fotografare con lui perché se fra breve dovesse essere condannato chiunque – specie nel PD – sosterrà di non conoscerlo e di non aver mai avuto a che fare con lui.

4) Il quarto problema di D’Alfonso è che il suo pregio principale rischia di trasformarsi nel suo limite più grande. Il governatore è maestro dello “storytelling”, cioè dell’arte di raccontare storie utilizzata come strategia di comunicazione politica persuasiva, ma la capacità affabulatoria ha il respiro corto per coloro che attendono risultati tangibili, per cui la narrazione si tramuta presto in presa per i fondelli, e il narratore diviene un contaballe, cioè un bugiardo.

Si vedano i casi emblematici dei sopprimendi Punti nascita e delle parimenti rilevanti Liste di attesa (per non parlare dei ticket sui disabili): l’intero fronte sanitario rischia di trasformarsi in una Caporetto per il governo regionale, che si difende con la trita storiella delle direttive ministeriali e degli obblighi imposti da Roma, cioè gli stessi argomenti usati da Chiodi, argomenti ai quali il PD di Paolucci si opponeva con forza, al pari di D’Alfonso e di Monticelli che rivendicavano in campagna elettorale una attenzione maniacale per ogni singola realtà e per ogni presidio sanitario.

5) Il quinto problema del governatore è l’accentramento decisionale, in barba o in contrapposizione alle istanze dei consiglieri e degli assessori, i quali già manifestano visibili segni di irritazione poiché il capo raccoglie di persona segnalazioni e istanze territoriali, marginalizzando ed esautorando il loro radicamento locale e la rappresentatività del loro consenso.

6) Il sesto problema dalfonsiano è quello della sovraesposizione sterile, riassumibile con la formula dello studioso francese Christian Salmon: “È scomparso in prima pagina”.

In una intervista di qualche tempo fa lo scrittore Salmon spiegava egregiamente il fenomeno Luciano D’alfonso avvertendo come “La politica è prigioniera dei racconti dei suoi leader” e mettendo in guardia dai politicanti che indulgono nella ricerca del consenso utilizzando solo espedienti narrativi.

Salmon ha scritto un libro dedicato all’assoggettamento dei politici alla narrazione e alla performance, laddove si indaga la nuova generazione di uomini pubblici protagonisti di una commedia mediatica permanente. Il politico “si presenta ormai più come un oggetto di consumo che come una figura autorevole: è diventato un artefatto della sottocultura di massa e non è più visto come un’istanza produttrice di norme. Un personaggio di serie tv sottomesso all’obbligo della performance”.

Salmon sembra soffermarsi proprio sul caso di D’Alfonso: ogni leader “è costretto a essere onnipresente fino a banalizzarsi, sovraesposto sotto alla lente d’ingrandimento dei media. Si crea una distanza ravvicinata persino oscena”.

La grande pressione popolare, poi, genera fughe in avanti che creano illusioni momentanee, confluenti in quello che Salmon definisce “paradosso del volontarismo impotente”, cioè quella ostentazione di volontà politica tipica del potere privo di mezzi. In pratica “viene esibita una volontà ancora più forte per tentare di recuperare credibilità. Ma questa prova di forza non fa altro che accentuare il sentimento di impotenza dello Stato. E si entra così in una spirale di perdita di legittimità”.

Salmon conclude inquadrando un dramma democratico che calza a pennello anche per il piccolo Abruzzo: “La mediasfera è il teatro della sovranità perduta. È la ribalta per uno strip-tease in cui l’homo politicus si spoglia a poco a poco dei suoi poteri, dei suoi attributi, del suo prestigio, della sua maestà, fino a perdere dignità. È il prezzo da pagare per catturare l’attenzione sempre più reticente dell’opinione pubblica. La ribalta di questo spogliarello è la televisione. In verità, l’uomo politico sta forse scomparendo al culmine della sua sovraesposizione mediatica.  Parafrasando una formula di Martin Amis, direi: È scomparso in prima pagina”.

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