Requiem per il giornalismo abruzzese

Requiem per il giornalismo abruzzese

di Christian Francia  –

Il giornalismo teramano pietrificato
Il giornalismo teramano pietrificato (fotografato da m@z)

Vittorio Feltri racconta che un vecchio direttore del Corriere della Sera “non gradiva articoli puntuti, troppo disinvolti: preferiva le «minestrine riscaldate». Si comportano così quasi tutti i responsabili delle testate nazionali e provinciali: la loro principale preoccupazione non è fare un giornale che piaccia ai lettori, bensì che non dispiaccia all’editore; perseguono un solo obiettivo: non perdere il posto.

Sempre Feltri, pragmaticamente, sentenzia: “i quotidiani (e le aziende di ogni settore) hanno un padrone e i redattori mettono l’asino dove vuole lui”.

Prendiamo atto. Ma sorge una domanda: cos’è il giornalismo? Messa giù in modo demotico, il giornalismo è spiegare alla gente quello che le accade intorno. La notizia in sé, nuda e cruda, spesso non significa niente e non contribuisce in alcun modo al formarsi dell’opinione pubblica.

Se scrivo: “il Sindaco vuole far diventare la Te.Am. tutta pubblica”, oppure: “il Comune riapre le palestre”, ai lettori non ho comunicato quasi niente. Un giornalista dovrebbe spiegarmi cosa comportano gli accadimenti, cosa c’è dietro, quali saranno le conseguenze, come vanno lette le notizie, come debbono essere messe in collegamento, in qual modo parlano i numeri, le statistiche, le tabelle. Il giornalista deve accompagnare e agevolare la conoscenza del lettore.

Quando il ruolo del giornalista viene meno, l’opinione pubblica collassa, perde la bussola, e la democrazia inevitabilmente si ammala. Del resto il cosiddetto “quarto potere” consiste proprio nell’enorme influenza che i media esercitano sulle opinioni e sulle scelte dell’elettorato.

Il recentissimo rapporto annuale 2014 di “Reporter senza frontiere” sulla libertà di stampa vede l’Italia perdere ben 24 posizioni su 180 Paesi monitorati, crollando dal 49° al 73° e collocandosi fra la Moldavia e il Nicaragua. Come libertà di stampa siamo messi molto male fra minacce, ritorsioni, intimidazioni mafiose, processi per diffamazione pretestuosi, assenza di pluralismo, autocensura, pericolose commistioni tra poteri politici, economici e media che generano conflitti di interesse estremamente frequenti.

In questo scenario internazionale desolante, il piccolo Abruzzo vive un coma giornalistico irreversibile, nonostante l’esplosione delle fonti informative e l’espansione smisurata dell’utilizzo dei social networks. Veniamo letteralmente bombardati da notizie di ogni genere, ma quasi nessuno fra i media locali tenta la strada impervia dell’interpretazione dei fatti (encomiabile eccezione: il quotidiano online www.primadanoi.it), meno che mai in direzione antigovernativa.

Senza voler generalizzare, una delle criticità è rappresentata – nel nostro sistema asfittico – dalla pubblicità istituzionale e da quella legale.

1) Intanto, i cittadini dovrebbero chiedersi come mai società ed enti pubblici in condizione di monopolio debbano spendere i soldi delle tasse di tutti per fare una pubblicità del tutto inutile.

Mi spiego con esempi pratici: la Te.Am. S.p.A., società a maggioranza pubblica che gestisce in affidamento diretto il servizio dei rifiuti nel Comune di Teramo, per quale motivo inonda di pubblicità i giornali e le televisioni locali? La Ruzzo S.p.A., società interamente pubblica che gestisce l’erogazione dell’acqua, perché si fa pubblicità? La ASL di Teramo, azienda pubblica che cura il diritto alla salute, perché spende soldi nostri per pubblicizzarsi?

Back Camera
Striscione della ASL di Teramo

2) Le tre aziende citate sono egualmente in condizione di monopolio, perché il cittadino non può decidere di rivolgersi ad un diverso gestore dei suoi rifiuti anche se lo volesse, né può decidere di approvvigionarsi da un diverso fornitore di acqua ad uso domestico, né può rivolgersi – per moltissime branche specialistiche – alla sanità privata in provincia di Teramo.

3) Ed allora: a cosa serve la pubblicità fatta costantemente da tali enti se non è rivolta ad aumentare i clienti ed i fruitori? Semplice: serve ad addomesticare gli organi di informazione i quali, una volta ricevuta la commessa, si troveranno nell’implicito imbarazzo di non poter essere più imparziali nei confronti di un cliente che ti paga, con l’aggravante che i soldi li mettono proprio i cittadini ed ottengono l’effetto deleterio del naturale imbavagliamento della stampa nei confronti di chi governa gli enti pubblici.

Di fatto il rischio è che certi media divengano dei veri e propri uffici stampa di regime, poiché si vedono costretti a sopravvivere e a barcamenarsi proprio con le commesse pubblicitarie provenienti dagli enti pubblici.

Se ad esempio una TV locale riceve ingenti introiti dalla Te.Am., gestita da uomini nominati da Brucchi, avrà il coraggio di denunciare pubblicamente acclarate nefandezze commesse dalla società stessa, oppure illegittimità commesse dal Comune di Teramo in persona del sindaco o della sua giunta? A voi la risposta.

E voi cittadini, che ogni giorno subite l’ondata pubblicitaria di enti pubblici ai quali siete comunque obbligati a rivolgervi per usufruire di servizi essenziali, non vi incazzate almeno un poco per lo sperpero inutile del vostro denaro che viene perpetrato dai politici a fini ignobili come quelli di drogare scientemente l’informazione pubblica e arrecarvi due danni contemporaneamente: a) gettare il vostro denaro alle ortiche; b) azzoppare la vostra capacità di comprensione della realtà circostante affievolendo la libertà, l’indipendenza e l’imparzialità della classe giornalistica.

Il potere politico ed economico locale controlla l’informazione ufficiale e silenzia le rare voci di dissenso con offerte corruttive, minacce velate e non, pretestuose querele per diffamazione. L’opinione pubblica viene in tal modo cloroformizzata e le uniche speranze di attingere a fonti pulite di informazione viaggiano sulla rete e sui social networks, mentre il giornalismo ufficiale vive una crisi profonda, dovuta certo a molti fattori fra i quali la crisi economica, ma in parte subita per rinuncia volontaria ad esercitare il proprio ruolo e per autonoma decisione di non dichiarare guerra a chi attenta alla libertà di stampa.

Il primo passo per uscire dall’arretratezza consiste nel vietare le pubblicità istituzionali e legali, nonché nello spezzare ogni legame fra potere politico-economico e giornalismo. Il secondo passo, disintossicato il mercato dalle provvidenze pubbliche, consiste nell’approntare tutele di legge forti nei riguardi di coloro che esercitano la libertà di parola e di opinione.

Solo chi tiene la schiena dritta esercita il sacrosanto diritto di libera stampa avulsa da qualsiasi dal potere, e solo chi rispetta la propria coscienza può esercitare quel controllo democratico sul potere senza fare sconti a nessuno, come avviene nei Paesi più avanzati nei quali la libertà di stampa viaggia di pari passo con il benessere economico e con il progresso sociale e culturale.

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