L’uomo di Fano dalle rughe che sorridono

L’uomo di Fano dalle rughe che sorridono

di Sergio Scacchia  –

“Ecco sto alla porta e busso:

se qualcuno ascolta la mia voce e mi apre la porta,

io cenerò con lui e lui con me.”

(Apocalisse 3,20)

La gente di montagna è nata in posti ripidi, per cui spesso mostra molto equilibrio. Sono uomini come la torre di Pisa, si storcono, si flettono ma non cadono.

Mauro Corona, in un suo libro, li definiva dei pali di ghisa, gente dalla fierezza ingenua e simili a caterpillar quando lavorano. Tutto questo calza a perfezione se conosceste Eusebio.

Lui è vecchio ma non diteglielo, si offenderebbe a morte. Ha occhi chiari, sembra che profumi incredibilmente di faggio e la sua voce, a volte ansimante, di colpo diventa profonda come suono d’acqua di sorgente che corre veloce e salta.

Mi dicono che in gioventù sia stato un gaudente amante della buona compagnia e del bicchiere. Custodisce memorie di sentieri e montagne, uomini e lupi ai piedi di quello spicchio di Gran Sasso che parte dal ridente paese di Fano Adriano.

Sogghignando come una cariatide, si auto definisce il decano dei pastori d’Abruzzo in virtù della vita trascorsa all’ombra di una montagna difficile e inquieta.

Nel sentirlo parlare è facile ricordare un proverbio africano: “Un anziano che muore è una biblioteca che brucia”!

Chi non ha un passato non ha neanche un futuro. Queste enciclopedie viventi dovrebbero essere tutelate come monumenti nazionali.

La casa dell’uomo è isolata fuori Fano Adriano. Lo conobbi quando, durante un trekking, di cui ho raccontato tutto nel libro “Il mio Ararat”, mi fermai con l’amico di escursioni, a chiedere acqua.

In breve ci ritrovammo a bere vino insieme alla vecchia spugna. In cucina c’era la figlia che tagliava erbe con le quali creare un’ottima “misticanza”: cicorielle, lampascioni, cardi selvatici, spinaci di montagna e lattuga selvaggia.

Assaggiai il vino che profumava di chinotto, melograno, rosa, alloro o liquirizia, non so bene. Il vecchio pareva un esaltato mentre roteava il calice con dentro il sangue della terra. Tannino di finissima fattura e buona acidità, carattere introverso, esclamò solenne. Non immaginavo un sommelier improvvisato in mezzo a montagne severe.

Il padrone di casa accompagnò il bicchiere con una frittella di farina scura, salsiccia e lardo. A me parve tutto irresistibile, tanta era la fame. La voglia di abbinarci un brasato era un goloso effetto collaterale. Al secondo bicchiere cominciai a ridere sguaiato. La sintassi del vecchietto divenne molto più che zoppicante.

Ex instancabile conversatore d’osteria, il linguaggio non certo da giovincello di Oxford, forbito com’è d’intercalari scurrili, pare sia vissuto per tutto il tempo della sua esistenza, in questo pezzo selvaggio d’Italia sconosciuta, dove si cerca faticosamente di proteggere boschi, animali e rocce. Non ha aiuti concreti colui il quale decide, in controtendenza con il mondo, di vivere tra stenti e recriminazioni.

L’uomo dalle rughe che sorridono raccontò la scuola della montagna, dei boschi, degli animali, i mille stratagemmi a volte poco legali per rendere la vita meno amara. E giù a confidare, quasi come rappresentazione teatrale, di funghi colti senza permessi per venderli e ricavar spiccioli, caccia di frodo, taglio di legna dove vige divieto, schioppettate ad animali randagi che imperversavano sulle sue pecore.

Rise divertito di quelle che lui definisce “marachelle”, poi sbottò: “Sto per morire cosa vuoi che mi facciano ormai?”.

Il terribile novantenne ha solo la terza elementare ma ne sa una più del diavolo e dice ancora il suo bel rosario all’ora del vespro. Mette in fila ricordi con invidiabile lucidità e certezza, con scene di vita che si dipanano quasi agli occhi, salendo dalla memoria alla rinfusa.

Il vecchio borgo di Fano Adriano oggi non risuona più dei giochi di tanti bambini, solo in agosto si ascoltano le risate dei ragazzi scout che spesso dimorano da queste parti. Quando il sole scende tra le fronde dei faggi sui dirupi, il vecchio è come se acquistasse nuove energie, novello “Higlander” che muore e risorge in un attimo attraversando secoli.

Gli dissi che era di ferro e quasi schermendosi, rispose: “Perché, giovinastro di città, non vieni a vivere con me?”. Mi fece piacere il “giovinastro” a quasi sessanta primavere, ma così mi vedeva un futuro centenario.

Il Gran Sasso è ancora un luogo solenne e misterioso che incute rispetto e timore in chi non vi è nato. Un continuo alternarsi di luci, ombre, rumori, musiche, suoni e figure che si confondono tra loro, in un tutt’uno magico.

Gli elementi, mescolati fra loro, creano una sinfonia poetica unica, un insondabile rapporto tra uomo e natura. Mondi lontani e diversi che, vincendo le difficoltà, imparano a conoscersi e rispettarsi. La montagna è una delle migliori “scuole di vita” che insegna a superare i propri limiti, le incertezze, le paure, il saper soffrire, il saper vivere.

Enrico Finzi, ricercatore sociale e giornalista, in un’intervista spiegava che, in antropologia, al mare è associata la figura femminile, alla montagna quella maschile. Immagini che si ritrovano anche nelle iconografie antiche che all’acqua associavano il ventre materno. Alla montagna, insomma, si collega l’asprezza mascolina degli scalatori, degli alpinisti o maestri di sci. Forza e resistenza che si addicono a una fisicità maschile.

Al contrario, oggi la montagna appare sempre più donna. È tornata a essere accarezzata, conservata, preservata, quasi un approccio prettamente femminile. Uscendo dalla casa del vecchio, quella sera, e rendendolo partecipe dei miei pensieri, Massimo, il mio compagno di escursione, aggiunse:

“Il Gran Sasso, a dispetto del nome, è come una bella donna glamour, è certo evidente dalla grazia che esprime il suo paesaggio, dalla dolcezza seppur aspra delle cime rivestite dai gomitoli luminosi dei raggi del sole”.

Incredibile, non sapevo di avere come amico di chilometri un vero poeta! A proposito di poesia, il sudore sopra la pelle e l’umido di pioggia e uomini mi fa ripensare a una delle composizioni più belle della grande Alda Merini:

“Bambino se trovi l’aquilone della tua fantasia, legalo con l’intelligenza del cuore. Vedrai sorgere giardini incantati e tua madre diventerà una pianta che ti coprirà con le sue grandi foglie. Allora fa delle tue mani due bianche colombe che portino pace ovunque e l’ordine delle cose…”.

La poesia, scrisse l’amico Giancarlo, è acqua del cuore che assume tutte le sembianze e può essere forma del dolore, dei tradimenti, ma anche dell’amore, della vita e, aggiungo io, della camminata.

www.paesaggioteramano.blogspot.it

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