Le geografie dell’abbandono: Masseri

Le geografie dell’abbandono: Masseri

di Sergio Scacchia  –

La storia del nostro Paese è fatta di ricchezze dimenticate o non valorizzate. Tra questi tesori paesaggistici e culturali, ci sono sicuramente i borghi, molti dei quali in abbandono.

Sono insediamenti abitativi risalenti al medioevo, che hanno costituito la struttura portante della distribuzione demografica del nostro paese almeno fino agli anni immediatamente successivi alla seconda guerra mondiale.

In quei tempi è cominciato, per vari motivi, il progressivo svuotamento di alcuni piccoli abitati: la necessità di trovare lavoro altrove, infrastrutture che privilegiavano sempre più le città che andavano ingrandendosi, cause naturali, hanno portato, progressivamente, allo svuotamento totale di alcuni di questi borghi.

Le chiamano “Ghost cities”, quelle città o quei paesi abbandonati a causa di eventi naturali, come alluvioni, terremoti o perché la principale o unica fonte di reddito e di lavoro scompare.

Sono famose leghost town del far west americano”  o quelle dell’entroterra australiano, ricche di un particolare fascino, ma anche in Italia ce ne sono molte e alcune amministrazioni, insieme a privati si stanno attivando per salvarle o, addirittura, ridare loro nuova vita.

La più alta concentrazione di questi  borghi la troviamo nel sud del nostro paese, soprattutto in Basilicata ma anche nelle aree più interne delle Marche e della Toscana e in alcune zone della Liguria. Bisogna dire che questo tipo di problema non riguarda solo l’Italia: in Europa sono in particolare la Spagna e l’Irlanda a far registrare un fenomeno simile.

Anche in Abruzzo, e in particolare nel teramano, non mancano i paesi fantasma, semidimenticati da una diffusa incuria culturale e da profonde mutazioni sociali ed economiche per intere comunità.

Questo fenomeno accade non solo nelle remote zone dei monti Gemelli o della Laga, con i vari Martese, Tavolero, Settecerri, Laturo, Serra, ma anche in zone insospettabili, molto vicine a insediamenti cittadini.

È il caso, ad esempio, di Faraone Vecchio non lontano dalla popolosa Sant’Egidio alla Vibrata, di Frunti a pochi chilometri da Teramo, della parte alta di Villa Brozzi a qualche passo da Montorio al Vomano e di Masseri, sulla collina sopra la città d’arte di Campli. Di quest’ultimo borgo, Masseri, rimangono pochi monconi di case.

È scomparsa anche la sua storia peraltro interessante, caratterizzata soprattutto dalla presenza della facoltosa famiglia Palma. La piccola chiesa, la scuola, erano infatti di loro proprietà, lascito antico del ricchissimo casato da cui nacque il famoso storico teramano, Niccola, e il maggiore dell’Esercito, Ottavio, che sulle montagne teramane ha speso la sua vita nel dare la caccia ai briganti.

Masseri, infatti, nella seconda parte del 1500 aveva ospitato milizie spagnole che si trovavano nella nostra terra per combattere il dilagante fenomeno del brigantaggio, e visse proprio nel periodo tra il ’600 e il ’700 un relativo benessere grazie ad una intensa vita pastorale e agricola dei suoi abitanti. Il luogo vide pian piano, già dall’800, un continuo decadere a causa delle tante tasse imposte dall’unione dei due comuni grandi di Campli e di Teramo.

Le case di Masseri vennero in gran parte squarciate dal terremoto del 1950 ed ebbero il colpo di grazia in una frana di pochi anni dopo che decretò la fine del paese e la fuga dei suoi abitanti.

Sonia Celii Jotterand è una bella donna che oggi risiede in Svizzera. Le sue origini, le sue radici più intime risiedono nel ricordo di Masseri. Il nonno andò a vivere in questo sperduto borgo teramano, per amore. La suocera, Giovanna Romantini, si era sposata lì vivendoci tutta la sua esistenza. Il suo giovane marito nel ’40 fu fatto prigioniero in Libia, trattenuto in Inghilterra fino al 1946, quando finalmente conobbe, tornando in paese, il figlio che aveva già sei anni. Era il padre di Sonia.

Allora, ricorda la nostra amica, erano solamente diciotto le famiglie, prete incluso, aggiunge ridendo.

C’erano i Bianconi, i Baldassarri, i bisnonni Paolizzi, i Pucci, i De Santis. Molti si ricordano per i loro soprannomi, perché a quei tempi, tutti ne avevano. I De Santis erano i benestanti della comunità.

Dalle mura di Masseri rimaste in piedi, ancora si capisce l’antico frazionamento in tre nuclei di case ben distinte con le sue vie di accesso, con la parte alta del paese, quella “nuova” e la centrale e la bassa sicuramente riconducibili a periodi più remoti.

Sarebbe, credo, interessante predisporre azioni che possano ridare vita a questo luogo e ai tanti altri che hanno avuto come fulcro la creazione di comunità.

Grazie all’intervento di architetti sensibili si potrebbero creare progetti per il recupero e per ridare ossigeno ai paesi, movimentare ma soprattutto trasformare questi borghi in veri e propri “laboratori” integrati con il territorio. Potrebbe essere una sorta di valorizzazione a fini di turismo consapevole.

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