Teatro: Leo Gullotta in “Prima del silenzio”, ovvero la sublime storia di un fallimento

Teatro: Leo Gullotta in “Prima del silenzio”, ovvero la sublime storia di un fallimento

di Christian Francia  –

Leo Gullotta in -Prima del silenzio- di Patroni Griffi
Leo Gullotta in “Prima del silenzio” di Giuseppe Patroni Griffi

Davvero sorprendente lo spettacolo messo in scena ieri sera al Teatro comunale di Teramo da Leo Gullotta, protagonista di “Prima del silenzio”. Talmente sorprendente da meritare una visita alle due repliche odierne, di giovedì 12 febbraio, la prima alle ore 17.00 e la seconda alle ore 21.00.

La mia sintesi ossimorica, riferita alla rappresentazione teatrale come “sublime storia di un fallimento”, è dovuta alla storia del protagonista: un signore di mezza età che si vede snocciolata sotto gli occhi la sua vicenda umana, incompresa e deludente, e che trova la sua cifra simbolica nel fallimento. Fallimento del matrimonio, della paternità, dei rapporti umani e professionali.

Eppure la sconfitta evidente e inesorabile che attiene al protagonista (Gullotta) è essa stessa superba, nobile ed elegante nella misura in cui si abbatte su di un poeta che ha fatto del culto della parola la sua unica ragione di vita.

Il testo di Giuseppe Patroni Griffi, sebbene risalente alla fine degli anni ’70, riesce a radiografare le difficoltà del mondo contemporaneo, che sono soprattutto difficoltà comunicative (nell’era della comunicazione globale) e difficoltà della parola.

Prima Del Silenzio - Teatro Carignano, Torino
Neon di scena dello spettacolo “Prima del silenzio”

Il linguaggio, espressione precipua dell’essere umano, entra in crisi, si ammala, rovina i rapporti umani che vivono un conflitto permanente proprio perché la narrazione di se stessi e delle proprie esistenze viaggia su livelli differenti, su valori differenti, su interpretazioni inconciliabili.

Il poeta subisce la società, le regole della convivenza, si scontra con le convenzioni di cui la moglie è portatrice e soccombe di fronte all’immobilità dei luoghi comuni di cui sono paradigmi il figlio e il vecchio maggiordomo.

L’ultima spiaggia che resta prima della solitudine, prima dell’incomprensione assoluta, prima del disincanto, “prima del silenzio” (cioè della morte) è il rapporto con un ragazzo che incarna un vitalismo carnale, disinvolto e disilluso, preso da se stesso e dall’ansia di soddisfare una brama giovanilistica, un individualismo narcisistico e un’ansia edonistica.

Gullotta tenta di perforare la corazza della gioventù attraverso la debolezza del suo fallimento, che è sinopia della vita, sintesi di tentativi coraggiosi quanto vani di perseguire un ideale, che nel suo caso è quello della parola.

Il poeta, del resto, pensa, vive e respira per la parola, nella quale cerca e trova ogni significato, ogni risposta ai perché, ogni timida soddisfazione. Ed è così, dipanando una narrazione fatta di fantasie letterarie, vivide quanto spuntate alle orecchie del suo acerbo interlocutore, che il poeta tenta l’ultimo assalto alla fortezza della gioventù bruciata.

L’angoscia incrina la voce via via che il protagonista scopre se stesso incapace di testimoniare la verità dell’espressione verbale, incapace di tradurre il palpito vitale della parola che incarna le storie, i sentimenti, le glorie e le bassezze, i sogni e le delusioni, i progetti e le utopie di un uomo.

Il Ragazzo non si limita a non comprendere, ma nega la dignità del poeta di affermare il suo vissuto e di trasmettere quanto di più sacro ha compreso sulla vita: i suoi giovani occhi sono volti altrove, in cerca obiettivi imprecisati ma urgenti, fugaci quanto impellenti, in una instabile irrequietezza che richiede la sollecitudine del viaggio atto a soddisfare le esigenze del corpo e della mente, senza possibilità di sosta alcuna, anzi nella negazione assoluta della sosta quale lugubre sinonimo di morte.

Gullotta è credibile nel ruolo di autonarratore, di difensore di quella trama tessuta a mano che è l’espressione verbale, espressione da innalzare agli altari prima che sia troppo tardi e il silenzio tombale si impadronisca delle tracce lasciate dal passaggio di un’esistenza, impedendo alla voce di innalzarsi e al ricordo di potersi fissare nella mente di chi resta.

I registri linguistici sono altalenanti, i toni salgono e scendono, i dialoghi spiazzano e stupiscono, in un turbine inesausto di comunicazioni uditive non meno che visive, aiutate da una scenografia fluorescente che risalta nel buio con la precisione di un parallelepipedo.

(segue sotto)

Scenografia di -Prima del silenzio- con Leo Gullotta
Scenografia di “Prima del silenzio” con Leo Gullotta

Nell’epica lotta per dimostrare di avere vissuto e di essere nel giusto, il protagonista inciampa nelle recriminazioni della moglie, nel conformismo di suo figlio, nella banalità dell’agiatezza perduta del vecchio maggiordomo, ma alla fine cade definitivamente dinanzi al muro del giovane amico, che lo umilia e lo relega fra i rottami che non meritano nemmeno la dignità degli oggetti di antiquariato.

La parola esce sconfitta, il poeta subisce lo smacco finale e incarna il fallimento definitivo di colui che ha lottato con tutte le sue forze, che ci ha provato in ogni maniera, ma deve arrendersi al tempo e alle circostanze.

Unica consolazione, quella dell’anatema lanciato contro la sorda modernità, contro l’incomunicabilità che toglie ogni significato al verbo e al libro: per perdere bisogna aver lottato, accettato la sfida e combattuto, per fallire bisogna aver tentato l’impresa; ma cosa ne sarà dei giovani slegati da ogni sostegno valoriale, da ogni ideale, preda del degrado della comunicazione, vittime degli istinti e privi del sacro fuoco della ricerca di senso?

Per loro non c’è redenzione, non c’è sconfitta, non c’è fallimento possibile perché – semplicemente – non c’è stata vita.

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