L’antica chiesa di San Nicola a Cavuccio

L’antica chiesa di San Nicola a Cavuccio

di Sergio Scacchia (foto Lucio De Marcellis)  –  

 

 

Il silenzio della campagna riempie le orecchie. Il canto degli uccelli, una foglia che si stacca da un ramo e scivola tra quelle ancora attaccate all’albero, il vento che sussurra tra gli olivi. È il tanto pubblicizzato “momento perfetto”.

Davanti ai miei occhi c’è l’antichissima chiesa di San Nicola, frutto della fede che da secoli anima la gente di questo luogo. Mi trovo di là dal colle, su di una mezza costa, oltre il gruppetto di case del borgo di Cavuccio, pochi chilometri da Teramo.

Un pensiero attraversa la mia mente, frutto della deformazione professionale di un povero funzionario tributario: siamo a circa 450 metri di altezza sul livello del mare, forse l’IMU agricola il comune fatica a farla pagare a chi non è coltivatore diretto.

Dal punto di vista paesaggistico non si può chiedere di più. Per secoli, benché minuscolo ammasso di piccole abitazioni, questo è stato punto di ritrovo per mercanti e viaggiatori che, attraverso i monti della Laga, dovevano raggiungere tra fatica e stenti, le terre marchigiane. Non lontano, passava, inoltre, tutta la fiorente economia della Transumanza montana.

Oggi il borgo è completamente escluso dai percorsi turistici. Mi tornano alla mente le parole che scrisse su di un quotidiano qualche anno fa, il Soprintendente dell’importante polo museale di Firenze, tal Antonio Paolucci: “Tutta l’Italia è un fantastico museo sotto il cielo!”.

Proprio vero! Questo è uno dei luoghi totalmente sconosciuti di un Paese minore che in realtà è il più bello. Niente d’incredibile se non la fantastica fusione tra storia, leggenda, arte, natura e cultura.

Bisogna però avere occhi allenati al bello per trovare le tante positività di questa provincia teramana nascosta. La qualità più grande del territorio cavuccese, credo sia la totale assenza della frenesia che contraddistingue la vita cittadina nel cuore di Teramo, a soli cinque chilometri.

Qualcuno ipotizza che proprio in quest’agro esisteva un monastero o francescano di Minori Osservanti, o Carmelitani scalzi o Celestini, distrutto e sepolto in epoca remota. Non so quanto ci sia di vero.

Potrebbe essere una notizia facilmente credibile se consideriamo che gli ordini mendicanti privilegiavano i luoghi dove lo sviluppo economico era sensibile e consistente per ovvi motivi legati alla questua. Sarebbe uno dei tanti patrimoni invisibili persi nelle campagne italiche e non più esistenti, l’ennesimo su cui piangere lacrime amare.

Pensare che oggi qui, dopo lo spopolamento e il declino, vive un pugno di belle famiglie con il loro pezzetto di terra da zappare, con tenacia e grinta nelle ore libere. Hanno, gran parte degli abitanti, una piccola casa in pietra lavorata tempo prima, con fatica e pazienza dai nonni, oggi goduta dai figli che immagino riconoscenti. Il piccolo nucleo, nella sua atmosfera raccolta, ha conservato la sua vocazione agricola, anche se molti lavorano nel capoluogo teramano.

Alcuni studiosi di storia locale giurano, convinti, che la parrocchiale sia stata costruita sulle zolle che custodivano i resti di un’antica chiesa dell’anno mille, una delle più vetuste d’Abruzzo.

Chiedo conferma a un anziano signore. Il vecchietto tartagliante dagli occhi guizzanti e la voce in sordina, mi racconta sulla panchina della mini piazzetta delle storie surreali di qualche fantasma che ogni tanto si divertirebbe sul colle a rumoreggiare tra catene e ululati. Arricchisce le storielle con aneddoti gustosi. Forse il vegliardo scambia i cani per entità soprannaturali!

Quel che è sicuro è il fantastico e interessante ritrovamento dei ruderi di un antico acquedotto romano, segno tangibile di una perduta importanza di questo luogo.

Per molti mesi l’anno la chiesina, in abbandono, quasi è ricoperta di erbacce. Poi, per fortuna, qualche abitante, armato di roncola e zappa, ripulisce le antiche mura, restituendo al monumento parte della sua dignità.

Esternamente, sulla porta laterale, un architrave in pietra presenta frammentarie incisioni misteriose di origine sumerica. Gli abitanti del luogo non sanno come queste iscrizioni siano arrivate lì.

L’elemento meraviglia è quasi assente. La piccola costruzione è di semplice sobrietà. Inesistente un qualsiasi tripudio decorativo all’interno, niente di indimenticabile architettonicamente all’esterno. Eppure quanto fascino sprigionano le vetuste pietre. E che storie raccontano!

La casa sacra risalente al XV secolo, posta nella parte estrema dell’abitato, e restaurata pochi anni fa grazie a un provvidenziale contributo regionale, sarebbe nata come atto di ringraziamento.

Una vicenda che ha del fantastico! Ci sarebbe stata una furiosa battaglia svoltasi tra i contadini e gruppi di temibili briganti. Lo scontro, che pareva impari, volse incredibilmente a favore dei locali che sconfissero i banditi, erigendo questo edificio sacro come voto a Dio per il pericolo scampato.

In quei difficili tempi bui i paesi erano costruiti su dei colli proprio per difendersi dalle razzie di questi malviventi. Basti pensare a come sono stati edificati altri villaggi limitrofi come Villa Ripa, Frondarola, Spiano o Rocciano.

Le famigerate bande capitanate dal mitico Santuccio di Froscia e dal feroce Titta Colranieri compivano le più nere malefatte, mettendo tutto a ferro e fuoco e “regalando” a profusione orrore e paura.

Oggi invece qui pare tutto idilliaco. La ridente frazione di Cavuccio con le sue poche dimore raggruppate e racchiuse fra colline verdi, è posta su di un colle a belvedere, ed è semplicemente deliziosa. I pochi abitanti, vi giuro, sono tutti innamorati della loro terra.

La mancanza di un piano regolatore non ha permesso, negli ultimi anni, l’edificazione di tante nuove abitazioni e questa è stata una vera fortuna.

Le origini di Cavuccio sono antichissime. Resti di epoca romana sono visibili in contrada “Malle” che, insieme con quella denominata della “Taverna”, “Collepiano” e “Piano Piccolo”, rappresentano la parte del paese con il più alto numero di abitanti. Il “centro storico”, un eufemismo chiamarlo così, è quasi insignificante come presenze.

Il villaggio era citato già nel 1007 quando esisteva un castello a Piano Piccolo, poi donato al Vescovo Pietro I. Aggregata vi era anche Villa Ripa denominata Riparattieri che, secondo vecchi censimenti risalenti al 1931, divenne poi frazione a sé stante. Secondo un bollettino di quegli anni, Cavuccio contava oltre 500 abitanti con circa 114 famiglie. Oggi, come detto, le anime sono molte meno.

Però sono tutti abitanti agguerriti. Fanno di tutto per rendere visibile il borgo, valorizzandolo con belle manifestazioni in ogni stagione, tra giri di cantine in sella ai cavalli, presepi viventi, serate di Teatro dialettale e piccole sagre contadine.

La passeggiata volge al termine. Alcuni alberi sulla strada mostrano piccole mele. Frutto proibito dell’Eden o pomo di Paride, nell’immagine tramandata dagli antichi, la mela è “mala orculos”, il cibo degli Inferi. Qui a Cavuccio, però, è tutto paradisiaco, altro che inferno!

http://paesaggioteramano.blogspot.it/

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