Reportage: Le rose di Sarajevo

Reportage: Le rose di Sarajevo

di Sergio Scacchia  –

“La vita è come una commedia: non importa quanto è lunga ma come viene recitata”

(Lucio Anneo Seneca)

In occasione della Giornata della Memoria ho partecipato a un convegno sulla Shoah. È stata un’interessante riflessione sull’Olocausto, sui tragici avvenimenti che portarono allo sterminio di sei milioni e mezzo di esseri umani. Una ridda di ricordi mi ha attraversato la mente e ho rivisto, come un film, la Bosnia ferita! La sera stessa Rai Uno ricordava il giornalista Marco De Luca, interpretato da Beppe Fiorello, e la sua storia con i bambini dell’orfanotrofio di Sarajevo.

Il relatore è un tipo gioviale e sovrappeso con una pila di doppi menti. Parla di Shoah come una storia vissuta personalmente. Seduto in prima fila vedo che, quando si infervora nel discorso, sopra le sue iridi scende come un banco di nubi grigie. Ad un certo punto, quel professore beve un piccolo sorso, lasciando gli intervenuti al convegno come sospesi tra le parole, e infine pronunzia, con enfasi studiata, il termine “Samsara”. Un brusio si alza dalla sala.

Il termine sanscrito che indica lo scorrere del ciclo continuo della vita, morte e rinascita, rappresentato da una ruota che gira, è come un ospite inatteso. Rende difficoltoso e, per alcuni, incomprensibile tutto il discorso incentrato su quel grande oceano che è l’esistenza, tra le follie dell’uomo e il mondo materiale fatto di gioie, dolori, sofferenze.

Mi tornano in mente le immagini del mio viaggio alla scoperta della capitale bosniaca di Sarajevo e di Mostar, quella famosa per l’antico ponte abbattuto dalla furia dei belligeranti. Tutto ciò avvenne nell’assedio più lungo che la storia delle guerre moderne ricordi. Anche allora, eravamo nel 1992, tutto nacque dalla follia senza limiti dell’uomo. Anche allora fu una sorta di olocausto!

So che non c’è niente di più noioso di un viaggiatore che ti assilla con i suoi racconti, ma questa esperienza della memoria e anche della contemporaneità merita, forse, la vostra attenzione.

Il tour in macchina è di oltre duemila chilometri. Si passa, in un contrasto incredibile, dall’opulenza delle coste croate, alla stupenda Spalato con la reggia di Diocleziano, gravida di visitatori entusiasti, per entrare poi nel più ben più povero territorio della Bosnia Erzegovina, reso ancor più misero da lunghi anni di conflitto.

I segni dell’assedio sono ancora oggi, nonostante siano passati tanti anni, tutti visibili sia nei remoti villaggi di montagna, sia nella capitale. Numerosi buchi sui muri delle chiese cristiane e nelle moschee, la città tappezzata da cimiteri a macchia bianca, che fanno capolino un po’ ovunque nel verde dei parchi come nel caos cittadino. Tutto parla di una guerra vicina che non si può dimenticare.

Ci sono anche strani fiori che colorano i marciapiedi. Le chiamano poeticamente “rose di Sarajevo”. Di poetico, credetemi non hanno nulla! Ricordano i punti esatti dove cadevano le granate serbe sparate sulla città, perpetrando ogni volta l’ennesima strage. Una di queste macchie rosse oggi fa da monito proprio fuori il Museo della Guerra, ricco di foto crudeli e commoventi dell’assedio.

Non siamo lontani dai due grattacieli gemelli, pesantemente bombardati dalle milizie del generale Ratko Mladic. Ricorderete tutti questa tragedia di quasi 1400 giorni tra la finta apprensione del mondo occidentale e l’inadeguatezza dell’Onu a fronteggiare un dramma di così vaste proporzioni che ha decimato un’intera generazione.

Ho percorso le tracce labili di un Paese che per gran parte non esiste più, sgretolato da una ferocia bieca, frantumato da una carica di rancori che ha avvelenato l’intero mondo dei Balcani.

Le cartoline che riporto da questo viaggio sono tante:

– La moschea di Alì Pasha fatta erigere nel 1560, colma all’inverosimile di fedeli inginocchiati a pregare sui tappeti nelle ore più calde e opprimenti del giorno, senza condizionatori d’aria o a mezzanotte per il ringraziamento della giornata vissuta;

– Le donne in burka che passeggiano in un giugno afoso da record, accanto a occidentali con appariscenti minigonne;

– Le strane contaminazioni, negli sperduti paesini musulmani, di statue raffiguranti Rocky Balboa, mito americano, o poster di Pepsi Cola tra piccoli bar che preparano un “turkish caffè”;

– Il fantasma imbracato di ciò che resta della storica Biblioteca Nazionale, la più grande e ricca dei Balcani che conteneva un milione e mezzo di volumi rari e manoscritti di tutto il mondo, oggi ancora assediato dai ponteggi;

– Infine, gli abili artigiani che decorano, con maestria, i bossoli di mortaio con sopra motivi di calligrafia islamica;

– Il maledetto tunnel dell’orrore, attraversato dai cittadini per evitare le granate, lungo un paio di chilometri e oggi visitabile in parte.

Sono alcune delle immagini del presente di una città che non ha perso il suo spirito, né una certa nostalgia del maresciallo Tito.

Ho conosciuto un musulmano fuori la moschea più grande della città, di nome Igor Slavisa. Con il suo aiuto ho cercato di capire qualcosa. Nel mio viaggio tra il dolore della Serbia post conflitto, molti avvenimenti di quella sporca guerra, prima di partire, mi risultavano incomprensibili. In verità mi è ancora incomprensibile tutta Sarajevo, un misto di facce di un mondo arroccato che rotola in basso come una frana devastante.

La città era ed è tuttora, sull’orlo di un burrone: musulmani, ortodossi, cristiani in una sorta di girone d’inferno quello delle illustrazioni di Gustavo Doré, tutti lì a sopportarsi senza amore. Igor è un personaggio, eccome! Ha la chioma tutta bianca e leonina, lo sguardo curioso, il codino e una bocca con due enormi finestre, lì dove due canini si sono resi irreperibili.

Ricordo che quando me l’hanno presentato, il cielo era diverso da sempre. Le nuvole sembravano grasse, un’onda di marea a volte come inghiottita e qualcuno pareva avesse infilzato ripetutamente una forchetta in un cielo di velluto, lasciando che trapelasse una luce quasi divina dai numerosi fori.

Parlando a sprazzi la mia lingua, l’uomo si è subito offerto, in cambio di una piccola mancia, di accompagnarmi in qualche luogo della città dove avrei potuto comprendere meglio il perché di un odio irresponsabile che aveva causato tanto dolore. Il tono della sua voce sale e scende d’improvviso. A volte si ha l’impressione che aspiri elio a intervalli irregolari e le parole sembrano pronunciate da Paperino, incomprensibili e grottesche.

Si è fatto capire bene però quando, alzando gli occhi al cielo ha farfugliato qualcosa come: “Fratelli, ognuno col suo Dio, ma fratelli”! L’uomo purtroppo è vistosamente curvo in maniera perenne a causa del crollo di un cornicione, colpito da una granata. Però è come una maschera greca che sopporta ogni avversità. Una gragnola di calcinacci rovinò, durante l’assedio, sulla sua schiena lasciandolo per sempre ingobbito. Aveva imparato l’italiano grazie a un volontario della Croce Rossa che in quegli anni cercava di alleviare le pene del popolo serbo durante l’assedio.

Al bar dei nostalgici di Tito, tra foto d’epoca e busti in pietra dell’uomo forte che era riuscito a tenere insieme tutte le anime della vecchia Jugoslavia, mentre sorseggiamo un buon the verde, la mia improvvisata guida mi dice in inglese: “The world is a narrow gate. Through the door, not build a house on it”, che significa: “Il mondo è una porta stretta. Attraversala ma non costruirci una casa sopra”.

La natura umana è una foresta grande e imperscrutabile che a nessuno è dato conoscere completamente e l’amore è un mistero ancora più grande della stessa morte. Quell’uomo è stato ferito per sempre dai suoi simili, ha perso i familiari, depredato di ciò che aveva. Mi ricorda Giobbe nella Bibbia, colpito da ripetute sventure che non rinnega il suo Dio.

Il musulmano, che noi crediamo sempre un delinquente, invece di odiare, era lì ad augurarmi, prima di salutarci, di fare della mia vita un inno di gioia, riuscendo sempre a sorprendermi della bellezza del creato, ma di essere comunque pronto a lasciare tutto per un ultimo viaggio.

Esistono persone che per conoscerle non ti basta una vita ed è come se dovessi battere sentieri inestricabili di una selva fitta e buia. E poi ci sono individui, sono pochi certo ma buoni, paragonabili a certe strade belle e dritte, con sopra lampioni illuminanti il percorso. Sono personaggi divini che, su parecchi milioni di viventi, aprono l’anima agli altri.

Che differenza con me, ad esempio, che non mi conosco neanche da solo, in possesso di un’anima che pare un bosco buio dove devi stare attento a non precipitare in qualche dirupo.

Nel cuore della capitale serba, ho conosciuto anche Darko Nebojsa, il proprietario dell’albergo in riva al fiume Miljacka, che divide la città in due parti. Al primo incontro, quando gli ho chiesto da dove sparavano i maledetti cecchini sulle colline, l’uomo aggrottando le ciglia e tirando un sospiro, ha esclamato: “Patize, snajper”. Era questo, mi ha detto in un italiano misto a inglese, il grido che risuonava nelle strade di Sarajevo nei lunghi e terribili 44 mesi di assedio, dal 5 aprile 1992 al 29 febbraio 1996. Sono trascorsi quasi diciannove anni, l’anno prossimo, nel 2016, saranno venti.

A me pare sia ieri. Il mio viaggio in Bosnia è stato davvero istruttivo. Ho visto, con sgomento, come l’uomo possa passare allegramente dall’essere umano all’essere bestia. La guerra che ha insanguinato l’ex Jugoslavia, nel cuore del vecchio continente, è stata una delle pagine più tragiche di questi nostri tempi, così come fu per la terribile Shoah.

Anche inspiegabile. Sfido chiunque a capire perché sia accaduto che croati, serbi, bosniaci e poi montenegrini, macedoni, Kosovari, sloveni, tutti abbiano deciso di fare violenza a tutti. Quali erano le fazioni in lotta?

“I nazisti – mi ha detto il proprietario dell’albergo – durante la seconda guerra mondiale avevano occupato la nostra città e l’intera nazione. Il maresciallo Tito guidò la lotta partigiana e tenne insieme il paese fino al 1990. Poi … tutto kaputt!”.

Colpa dell’odio e del nazionalismo di popolazioni mescolate che fecero scoppiare una guerra civile di orrori su orrori senza un fronte ben definito. A rafforzare le sue parole, mi porta all’interno di un altro locale e tra busti del dittatore, fotografie d’epoca, bandiere e altro, consumiamo una vodka che, al primo sorso, quasi mi brucia le viscere e sicuramente fa fuori una barca dei pochi neuroni rimasti.

Anche la musica, ricordo, viene scelta accuratamente. Una terra dimenticata da Dio quella che un tempo era stata potenza. Una lenta, moribonda disgregazione. Nel 1990 si dichiararono indipendenti Slovenia, Croazia e infine la Bosnia che divenne terra di musulmani bosniaci ma, subito dopo, anche di serbi e croati. Agli eserciti regolari si mescolarono milizie di sgherri senza scrupoli e bande di soldati senza onore. E fu la fine.

Uscendo dal bar, nell’attraversare il giardino del Museo della Guerra, dove campeggiano in “brutta mostra” un paio di carri armati, due piccole jeep militari, tre mortai, i miei occhi hanno visto il segno della speranza: bambini che giocavano sopra queste carcasse omicide, senza rendersi conto di stare su strumenti distruttivi che hanno ucciso chi sa quante anime. La vita continua!

Ho così avuto finalmente il coraggio di alzare lo sguardo sulle colline. Sarajevo è una città lunga e stretta chiusa da montagne. Un catino su cui far cadere di tutto. “I serbi si appostarono, occupando alcune zone della città e tennero in scacco la città per 44 lunghi mesi, fin quando non intervenne la Nato a metter fine alle stragi”, – mi racconta ancora il bosniaco.

Tornati in albergo, l’uomo estrae, come reliquia, una cartina che rende perfettamente l’idea delle forze in campo. I bosniaci non riuscirono a rompere l’assedio, i serbi non furono abbastanza forti da occupare l’intera città. Dai palazzi i cecchini sparavano, dai monti i cannoni bombardavano. Alla fine a terra rimasero 12 mila persone con oltre 50 mila feriti.

I fuggitivi, civili che avevano fatto le spese di un conflitto assurdo, tornarono a casa nel 1995, dopo l’accordo di pace firmato tra i capi delle fazioni in lotta davanti al mediatore americano e ai rappresentanti di Unione Europea e Russia. Trovarono macerie al posto del letto e un Paese spezzettato pieno di odio. E nessun vincitore.

Anzi no, un vincitore c’era stato: il maledetto demone del rancore!

http://paesaggioteramano.blogspot.it/

One Response to "Reportage: Le rose di Sarajevo"

  1. Christian   1 febbraio 2015 at 22:01

    Subito dopo aver letto il presente reportage, Papa Francesco ha annunciato la sua imminente visita a Sarajevo. Miracoli del Fatto Teramano!!!

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