Teatro romano di Teramo: le pietre della discordia

Teatro romano di Teramo: le pietre della discordia

di Sergio Scacchia  –

Siamo ancora qui ad aspettare che uno dei monumenti più importanti del centro Italia sia valorizzato definitivamente.

Credo converrete con me che, in qualsiasi città d’Italia, un monumento come il Teatro Romano di Teramo sarebbe il classico fiore all’occhiello del turismo storico e architettonico dell’intera regione.

Le pietre secolari, raffinate e eleganti, testimoniano la vocazione multi millenaria della terra aprutina, testimone di civiltà antichissime che partendo dai Pretuzi, Fenici, fino ai Romani, caratterizzarono la vita sociale dei nostri luoghi.

Il monumento, al contrario, è segno di discordia e d’indifferenza. Il meraviglioso Teatro che definirei “delle beffe”, continua da infiniti anni a essere un esempio poco edificante di mala tutela, assolutamente da non imitare, pur essendo, senza dubbio, il massimo bene archeologico in regione.

Insieme a esempi fulgidi come gli antichi centri di Amiternum, in prossimità dell’Aquila, e Alba Fucens, nel parco Velino Sirente, il teatro rappresenta un unicum anche per la sua posizione al centro della città e per quello che potrebbe rappresentare un percorso archeologico ineguagliabile, tra anfiteatro, terme e antiche rue romane.

Parliamo, a beneficio di chi non ha mai visitato Teramo, di un’opera prodigiosa dell’era augustea, uno dei massimi esempi dei tempi d’oro dell’antica Roma, costruita nel secondo secolo dopo Cristo con l’imperatore Adriano.

È un unicum di una città che è un incredibile concentrato di arte e storia, sottovalutata anche dai suoi cittadini che ignorano quale tesoro di percorso potrebbe nascere dalle pietre dell’Anfiteatro del I secolo, la Domus Romana e la successiva basilica del VI secolo d.C.

Oggi, dopo millenni e cataclismi, fra cui quello ultimo, disastroso del sisma nel 2009, il teatro è ancora lì, sebbene soffocato dall’indifferenza e da due obbrobri di palazzi, il Salvoni e l’Adamoli, con uno sperone di cemento da rabbrividire.

Sono palazzi che dai tempi del fascismo vengono annunciati in prossimo abbattimento, ma che resistono imperterriti nel rovinare l’insieme e il colpo d’occhio in grado di arricchire il turismo in città.

È ancora al suo posto sebbene rimaneggiato da vari interventi disastrosi come quello in cui la “cavea” venne deturpata dalle ruspe che fecero cadere delle arcate che oggi non esistono più.

Nel frattempo anche il vicino Anfiteatro è stato “violentato” negli anni’60 e ’70 quando improvvide licenze hanno permesso costruzioni come il palazzo vescovile della Curia, quasi raddoppiato nella sua ampiezza fino a toccare e in alcuni casi ad abbattere arcate di pietre millenarie.

Da anni ci si riempie la bocca di un percorso storico che regali, al visitatore, l’inedita sensazione di vivere come dentro una macchina del tempo, in una sorta di “Piccola Roma”.

È chiaro a tutti che i palazzi sarebbero da abbattere. Chissà cosa uscirebbe ancora fuori dal sottoterra durante i lavori?

Se non avesse ragionato in questi termini, lo storico e archeologo teramano Francesco Savini nel lontano 1902, oggi non avremmo questa grande porzione di monumento storico.

Se Teramo prendesse a esempio la capitale d’Italia, Roma, che negli anni trenta iniziò un cammino di estrazione di quello che un tempo era la magnifica area dei Fori Imperiali, oggi la città sarebbe meno povera e più ambita da chi viene in Abruzzo.

Opportunismo, incuria, improvvisazione, indifferenza, imbrogli, speculazioni affaristiche, abbiamo visto di tutto nella storia recente del Teatro Romano e dei palazzi centenari che lo coronano.

Tutto questo continua coerentemente in località Ponte Messato della Cona dove, sul percorso archeologico della cosiddetta antica “via Appia teramana”, hanno costruito palazzine, sotterrando irrimediabilmente la storia e soffocandola di cemento armato!

Tant’è! Nessuno può negare che la Regione Abruzzo, la Provincia di Teramo, la Sopraintendenza alle Belle Arti, il Ministero dei Beni Culturali e perfino il Comune, si siano mostrati negli anni inadeguati a gestire un problema d’immagine di enormi proporzioni.

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Sergio Scacchia

Di questi esempi negativi l’Abruzzo è pieno! Si pensi all’attuale abbandono al suo destino dell’Aquila, la mancata valorizzazione di aree pregiate per la storia, penso al borgo medievale di Castelbasso, vicino a noi, oppure la mancata riqualificazione di grandi conventi come quello di San Giovanni di Capestrano o delle numerose abbazie cistercensi, l’abbandono di antichi conventi, i numerosi ponti romani nel degrado assoluto.

Purtroppo la Storia, quella con la S maiuscola viene violentata giorno per giorno!

La speranza è che il progetto finanziato dalla Fondazione Tercas, fra le istituzioni più interessate al recupero, presentato alla Regione Abruzzo, prima o poi venga almeno preso in considerazione!

http://paesaggioteramano.blogspot.it/

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