Aborro la meritocrazia

Aborro la meritocrazia

di Christian Francia  –

MIGNOTTOCRAZIA
Copertina del celebre libro di Paolo Guzzanti

Politici irredimibilmente idioti e ignoranti (che non cito per non far loro una immeritata pubblicità) perseverano nell’abusare del concetto di meritocrazia, riempiendosene la bocca come un mantra capace di catalizzare consensi politici sulle loro misere figure, prive di qualsiasi capacità di raziocinio.

E più sento nominare a sproposito la categoria del “merito”, più sento il bisogno di distanziarmene per evitare una omologazione subculturale. A tal fine ritengo utile riproporre una riflessione che ho elaborato un po’ di tempo fa.

Sono decenni che sento invocare come una parola magica la meritocrazia, che dovrebbe rappresentare la panacea di tutti i mali dell’Italia. Non vorrei deludere i fedeli del merito, ma devo segnalare che la meritocrazia c’è già e, anzi, in Italia c’è sempre stata.

La parola merito ha la medesima radice della parola meretrice e significa mercede, ricompensa, premio da attribuire in relazione alle capacità del soggetto.

La logica del merito, che è alla base degli scambi mercantili, si contrappone alla logica del dono, che non implica alcun calcolo utilitaristico sul contraccambio. A fronte del disinteresse del donatore deve esserci, nell’animo del beneficiario, il sentimento della riconoscenza, poiché sarebbe grave per il beneficato mostrarsi ingrato.

In pratica il dono genera gratitudine, in primo luogo come accettazione del legame con il donante. Il dono deve essere valutato in quanto espressione di una relazione, tanto che autorevoli studiosi lo hanno concettualizzato come “valore di legame” in contrapposizione a quello di “valore di scambio”.

La categoria del merito è una categoria farisaica che – per fare un esempio comune ai cristiani – Gesù non tollera all’interno della sua comunità, perché Gesù insegna la categoria del dono.

Orbene, se una puttanella – per meriti che non vogliamo sindacare – viene ripagata con l’attribuzione di una carica pubblica, lo scandalo non risiede nel fatto che debba esserci una ricompensa, bensì nella svalutazione delle Istituzioni, degradate al livello di mercede (ogni riferimento alla realtà teramana è preciso e puntuale).

La logica mercantile che pervade integralmente il tessuto della società capitalistica, conduce ad inquadrare ogni rapporto nelle categorie del merito, corrodendo dall’interno anche i sentimenti, i valori e le Istituzioni, che dovrebbero attenere esclusivamente alle categorie del dono.

Ne discende che la meritocrazia è quanto mai salutare nell’impresa, in azienda, nel lavoro in genere, ma è assolutamente deleteria laddove – nell’amicizia come in politica – ben altri dovrebbero essere i fini.

Che poi nella pratica la meritocrazia subisca una eterogenesi dei fini per cui, a titolo esemplificativo, diviene professore universitario chi vanta altri meriti rispetto a quelli accademici, questa è solo una anomalia di sistema che conduce inesorabilmente alla disgregazione del patrimonio scientifico-culturale di una Nazione.

E ciò accade nelle fasi di declino di una civiltà, quando i livelli corruttivi salgono alle stelle, raccomandazioni, relazioni e servilismi la fanno da padrone, il denaro assurge al ruolo di generatore di tutti i valori, l’utilitarismo viene trasfigurato emarginando i valori del bello, buono, giusto e sacro.

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