“Je suis Charlie 3.0”: riflessioni corsare

“Je suis Charlie 3.0”: riflessioni corsare

di Christian Francia  –

Vauro - il papagno di Bergoglio
Vignetta di Vauro sulla battuta di Papa Francesco

C’è grande confusione nel dibattito pubblico sviluppatosi a seguito della strage parigina nella redazione del giornale satirico “Charlie Hebdo”. La questione centrale è l’attacco alla libertà di espressione. Quando alle parole e ai disegni si reagisce con le armi, nessuno nel mondo occidentale può permettersi di giustificare l’accaduto. Comprenderlo è invece fondamentale.

Un professore di filosofia teramano, Luciano Verdone, scrive oggi sul quotidiano Il Centro una sua riflessione in merito, che è molto subdola e da respingere con tutta l’energia possibile, per cui la riporto testualmente per poi tentare di confutarla.

“È bastata una breve frase di papa Francesco per diradare la nebbia di passività che si era creata intorno ai fatti di Parigi: «Non si deve uccidere in nome di Dio ma neanche oltraggiare la fede altrui». Sì, perché se c’è un Islam fanatico col suo dio sanguinario e di parte, c’è anche un Illuminismo radicale che fa della libertà un feticcio. Un assoluto che non riconosce nient’altro che se stesso. Che celebra in modo arrogante la sua onnipotenza. Jihad e radicalismo volterriano sono, dunque, due estremismi, due forme d’integralismo. Le facce della stessa medaglia. Se l’islamismo subordina il mondo al Noi della tradizione, negando le libertà dell’Ego, al contrario, il libertarismo supremo dell’Occidente sottopone tutto alla signoria dell’Io, negando il ruolo del Noi, lo svolgimento storico dei popoli. Respingendo la significatività delle culture, di ogni cultura, in nome di princìpi universali, tipici dell’Occidente, quali libertà ed uguaglianza, i redattori del settimanale satirico parigino, hanno posto se stessi e la nostra cultura quale criterio assoluto di verità. Non hanno riconosciuto che gl’islamici hanno il diritto di ritenere innominabili e non raffigurabili, nomi ed immagini sacre. E che loro non possiedono il codice comunicativo dell’ironia e della satira, per il semplice fatto che non hanno avuto (come gli altri popoli orientali) le cosiddette “rivoluzioni dell’Ego” (Rinascimento, Razionalismo, Illuminismo, Esistenzialismo), di cui noi andiamo fieri, fino alla tracotanza. Basta guardare le vignette di “Charlie Hebdo” per rendersi conto di quanta tracotanza possa esservi nella divinizzazione dei princìpi astratti, propria di un certo Illuminismo”.

Mi stupisce e mi indigna che un professore di filosofia si spinga a rinnegare i valori sui quali si fonda la civiltà europea, al fine di rendere omaggio “alla significatività delle culture” e al loro diritto di cancellare i nostri diritti per non urtare i loro valori.

Voglio chiarire subito che questo modo di argomentare è destituito di ogni fondamento, non solo filosofico, ma anche giuridico.

Quelle che Verdone chiama le “rivoluzioni dell’Ego” sono state determinanti per strutturare la libertà e l’uguaglianza in occidente, libertà che oggi decliniamo anche con l’ironia e con la satira, le quali niente e nessuno può pretendere di imbavagliare.

Quando la Chiesa cattolica, nel secoli scorsi, ragionava in siffatta maniera (ricordo solo le Crociate, Galileo Galilei e Giordano Bruno), ha scritto le pagine più buie della propria storia, e se oggi dovessimo dare ascolto alle incaute parola di Papa Francesco – secondo il quale non bisogna “oltraggiare la fede altrui” – dovremmo bruciare tutti i libri di Nietzsche sui quali si fonda la società contemporanea.

Tutte le cose umane, in primis le religioni, sono criticabili sotto ogni profilo e suscettibili di satira in virtù della libertà di espressione che è sacra. Almeno da noi. Non mi sfugge che esistono altre culture degnissime, e mi riferisco all’Oriente, che hanno altri valori ed altri princìpi che rispetto in sommo grado, tanto che quando ci si reca in quei Paesi si adottano tutti gli accorgimenti del caso per evitare di violare norme, riti e usanze di quei popoli.

Ma ciò che è insopportabile è che si debba derogare ai propri princìpi in casa propria, in nome di un travisato dovere di ospitalità, buttando speciosamente in mezzo il richiamo al rispetto delle culture, delle religioni e dei popoli.

Il rispetto è un valore non assoluto, che non si concede sic et simpliciter, ma che bisogna sapersi guadagnare. Soprattutto il rispetto del diritto di criticare e sottoporre a satira non deve essere affievolito in ossequio al rispetto del diritto a non essere criticati o sottoposti a satira.

Chiunque ha il diritto, in Europa, di farsi beffe di Dio, di Allah, di Buddha e pure di Maometto, sia esso filosofo o vignettista. E chiunque se ne senta eventualmente offeso, dato che tutti i sistemi giuridici conoscono i reati di ingiuria e di diffamazione, esperisce i metodi che il diritto – scienza inventata nell’antica Roma che è la sola ed unica religione della convivenza civile – appronta e mette a disposizione per la tutela della propria reputazione, della propria dignità e dei propri valori.

Chiunque ritenga che l’ordinamento sociale e giuridico è emendabile, modificabile o da correggere, si avvia all’attività Politica (lascito culturale dell’antica Grecia), unico luogo riconosciuto per discutere del destino civile di un popolo, dei diritti e doveri degli abitanti di una Nazione, e delle Istituzioni pubbliche preposte alla regolazione e alla tutela della vita civile.

Insinuare che il rispetto delle religioni e di altre culture dovrebbe indurci a modificare il nostro modo di vivere maturato in secoli di battaglie di civiltà per la difesa ad oltranza della libertà, è un modo surrettizio per offendere e per limitare la libertà. Una volta che si dia credito ad una prima forma di limitazione, ogni successivo limite appare plausibile all’orizzonte, fino alla dittatura (qualcuno ricorda il fascismo?).

La libertà di espressione (e con essa l’ironia e la satira) è assoluta in Europa, così come del tutto legittimamente non lo è nei Paesi arabi, e chiunque vi si rechi o vi si trasferisca sa di doversi deve adattare a quelle culture e a quelle leggi.

Ma nessuno si permetta di sostenere, in Europa, che Allah o Maometto non sono nominabili o criticabili o sottoponibili a satira, perché noi difenderemo fino alla morte quella libertà, così come ci ha insegnato Voltaire: “Non condivido le tue idee, ma difenderò fino alla morte il tuo diritto di poterle esprimere”.

Del pari, argomentare, come fa il professor Verdone, che “l’Illuminismo radicale fa della libertà un feticcio”, insinuando che ci sarebbe una differenza sostanziale fra libertà e “licenza” e fra “libertà” e “arbitrio”, è immorale ancor prima che un errore.

L’arbitrio e la licenza sono categorie che, nell’ordinamento statuale laico europeo, rientrano nel novero degli illeciti e delle illegittimità: è solo la Politica che fa le leggi e può stabilire per tutti cosa è consentito e cosa non lo è; ed è solo la Magistratura che applica le leggi in nome del popolo, condannando le violazioni delle norme.

Sostenere inoltre che “il radicalismo volterriano è un estremismo ed un integralismo”, al pari della Jihad, è una castroneria che un professore di filosofia non dovrebbe esternare. Così come è gravissimo ritenere che “i redattori del settimanale satirico parigino hanno posto se stessi e la nostra cultura quale criterio assoluto di verità. Non hanno riconosciuto che gl’islamici hanno il diritto di ritenere innominabili e non raffigurabili, nomi ed immagini sacre”.

I redattori di “Charlie Hebdo” hanno semplicemente esercitato la libertà di satira che in Francia come in Italia è sacra ed inviolabile. Né dovevano preoccuparsi di cosa ritengono innominabile o non raffigurabile gli islamici.

Se del caso è un problema degli islamici vivere in una Nazione che consente ciò che la loro cultura vieta. Un problema che potranno risolvere entrando in Politica, convertendo all’Islam la maggioranza della popolazione francese, vincendo libere elezioni e poi adeguando le leggi francesi alla loro cultura, cosa che peraltro prevede lo scrittore Michel Houellebecq nel suo romanzo “Sottomissione”, appena uscito anche in Italia.

Fino ad allora saranno la nostra storia, la nostra cultura, la nostra libertà e le nostre leggi ad essere sacre ed inviolabili, così come lo sono le loro culture e le loro leggi a casa loro.

Per questo, adesso più che mai, anch’io sono Charlie, Charlie 3.0.

2 Responses to "“Je suis Charlie 3.0”: riflessioni corsare"

  1. Il pignolo   18 gennaio 2015 at 12:31

    Tutto vero. Ma da questa situazione in qualche modo si dovrà uscire. Ci vorrebbe una personalità di altissima statura morale che proponesse un patto di portata mondiale: gli occidentali non nomineranno più Maometto ecc., e gli islamici la smetterasnno di pretendere che noi togliamo Crocifissi o simboli di qualsiasi altra religione. La dovranno smettere di scandalizzarsi se nelle scuole materne si fanno recite natalizie con Gesù Bambino e la Madonna, accetteranno di buon grado che gli Ebrei festeggino le loro ricorrenze e cosi via… Le loro donne non faranno storie se per i documenti dovranno farsi fotografare a volto scoperto. I loro giovani non strapperanno più (come accade a Londra) i manifesti che propongono feste in cui probabilmente si berrà qualche aperitivo o altro alcolico… L’elenco sarebbe lungo…

  2. Tibisay   19 gennaio 2015 at 11:46

    Ogni tua parola è condivisibile…come sempre
    🙂

Leave a Reply

Il Fatto Teramano è l'unico sito che ti permette di commentare senza registrazione ed in forma totalmente anonima. Sta a te decidere se includere le tue generalità o meno. Nel momento in cui pubblichi il tuo commento dichiari di aver preso visione del nostro disclaimer e di accettarne le regole. Per inviare il tuo commento aiuta il sito a verificare la tua esistenza trascinando un'icona secondo le indicazioni e clicca su Commento all'articolo.

 

Your email address will not be published.