Un futuro senza orizzonti (riflessioni per il Natale)

Un futuro senza orizzonti (riflessioni per il Natale)

di Ernesto Albanello  –

Gauguin - La nascita di Cristo figlio di Dio - Te Tamari no Atua
Paul Gauguin: quadro intitolato “Te tamari no atua”, che si traduce sorpendentemente “La nascita di Cristo figlio di Dio “

Oggi è Natale ed è un giorno che ci ricorda nostro Signore che è nato per redimerci dai nostri peccati, per fare sue quelle nostre colpe fino ad immolarsi sulla Croce per espiare le malvagità dell’uomo sulla Terra.

Però l’uomo quando considera il grande sacrificio di Gesù Cristo, compiuto per il grande bene che ha manifestato nei nostri confronti, non può poi ricadere sempre nelle stesse sue manchevolezze, come se non ci fosse in lui modo di fare esperienza.

Non è possibile che chi governa le sorti di questa Europa, non avverta il modo scarsamente lungimirante che ha nel far procedere questo continente, ormai alla deriva, sempre meno significativo nello scacchiere del mondo.

Siamo la parte del pianeta più vecchia, che custodisce le meraviglie architettoniche ed artistiche più pregevoli rispetto alle altre aree della Terra, ma restiamo inconcludenti, impacciati, incapaci di offrire alle giovani generazioni un futuro degno di questo nome.

L’Europa continua a pretendere un patto di stabilità: ma ci rendiamo conto del significato di questo termine? Di quale stabilità stiamo parlando? Se ha ancora un senso continuare a contemplare una imbalsamazione della situazione economica e produttiva che ha prodotto solo recessione.

I cosiddetti “stabilizzatori” sono consapevoli che ormai abbiamo imboccato una strada di non ritorno e che anche se, per miracolo, l’economia tornasse a galoppare, i danni che sono stati commessi sono così giganteschi che non si potrebbe approfittare di questa remotissima eventualità?

Noi ricorderemo questo periodo come equivalente ad una guerra che ha prodotto macerie di tipo diverso: forse non caseggiati demoliti da bombe da cui si elevano pennacchi fumanti, ma depressioni, suicidi, interruzioni insanabili di sistemi che vedevano la grande industria dare alimento alla piccola che a sua volta era il volano per l’artigianato e poi il presupposto per l’articolazione dei servizi.

La guerra se guerreggiata, alla sua conclusione, spronava i sopravvissuti alla ricostruzione: questo era un grande orizzonte che moltiplicava le forze, che generava nuovi entusiasmi.

Adesso niente di tutto questo: siamo in mano ad oscuri burocrati che applicano leggi insensate che hanno il solo merito di costruire il nulla.

Accadrà che folle sterminate si incammineranno nella direzione dello smarrimento e del non senso: i padri non sapranno cosa dire ai figli e tutto equivarrà a generare cinismo, indifferenza, assenza di prospettive.

È tempo che la parola “crisi” riacquisti il suo significato etimologico vero: quello di “scelta”.

Noi siamo colpevoli perché non scegliamo: restiamo ancora arroccati all’idea di una ripresa che dia opportunità per tornare ad una opulenza consumistica che non tornerà più, certamente non a beneficio di larghi strati di popolazione come accadeva fino agli anni ’90 e stiamo incattivendoci non riuscendo a dare, nel nostro cuore, spazio alla fraternità vera, al senso della solidarietà autentica.

Manteniamo ottusamente in piedi il folle sistema dei “diritti acquisiti” come se solo chi ad una certa data si era assicurato un certo privilegio, dovrebbe poi tenerselo stretto con le unghie e con i denti.

Sembriamo somigliare sempre di più al naufragio del Titanic, quando furono scese in mare scialuppe per portare in salvo prima le donne ed i bambini e soggetti vestiti da donna corrompevano gli addetti alle scialuppe con denaro per accaparrarsi un posto con il sordido disegno di mettersi in salvo e che gli altri si arrangiassero, mentre gli orchestrali sul ponte suonavano celebri musiche per ridurre lo stato di panico che ormai si era impadronito di tutti i superstiti.

L’Italia, l’Abruzzo non fanno eccezione in questa miopia: continuiamo ad amministrare mettendo al comando degli organismi deputati a governare i più importanti sistemi come quello sanitario o quello dell’istruzione o quello della ricerca o quello della gestione amministrativa dei territori, o quello delle banche, delle autentiche “mezze calzette” senza curarci, una volta e per tutte, di mandare a quel paese il “manuale cencelli” perché altre sono le priorità.

Basta “giocare” con “quell’uomo o quella donna a te” perché hai una determinata percentuale di consenso e poco mi importa se poi ci ficchi un mediocre, perché è “affare tuo”: l’importante è poi che non fai storie per assicurarmi i voti per quell’uomo o quella donna mia, quando sarà il mio turno.

Viene solo uno stomachevole senso di nausea.

Chiesa, se davvero hai il ruolo di rappresentare il mistero della nascita di Gesù, se davvero vuoi ricordare a tutti che il Salvatore è venuto per redimere i peccati dell’Uomo, ma anche per educarlo ed indurlo a maturare ed a liberarsi dei suoi limiti e delle sue nefandezze, smettila di frequentare i potenti che in massima parte sono impresentabili.

Ernesto Albanello
Ernesto Albanello

Ricordaci i tuoi uomini migliori come Don Peppe Diana, come Don Pino Puglisi, come Don Lorenzo Milani, come Don Tonino Bello, come Don Luigi Ciotti e ponili come modelli ed esempi costringendo gli amministratori a conformarsi a queste luci che illuminano le tenebre.

Altrimenti sarà un altro Natale celebrato invano!

One Response to "Un futuro senza orizzonti (riflessioni per il Natale)"

  1. Anonimo   25 dicembre 2014 at 23:07

    Ma Albanello non è quello che appoggiava la Di Pasquale alle comunali ?
    Di quale futuro ci vuole parlare.

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