Se Teramo muore

Se Teramo muore

di Maria Cristina Marroni

Teramo al tramonto - foto di Sergio Scacchia
Teramo al tramonto – foto di Sergio Scacchia

–  Prendo spunto dalla lettera d’amore che il regista Walter Nanni ha pubblicato su questo Blog, per allargare il dibattito sulla morte della città di Teramo. La chiusura annunciata del ristorante Antico Cantinone, risalente al 1906, che fa seguito alla morìa di attività commerciali in tutto il territorio comunale, non può che allarmare chiunque viva o sia originario della nostra città.

Il sindaco Maurizio Brucchi, in un’intervista al quotidiano Il Centro di ieri, dice sostanzialmente che lui non può farci nulla e che il Comune non ha colpe e nemmeno strumenti per arginare la recessione.

Che la politica non sia mai capace di fare autocritica è un male in sé, a prescindere dalle effettive responsabilità del tracollo socioeconomico, per cui mi vergogno personalmente e chiedo io scusa a Teramo – sebbene sia divenuta per la prima volta consigliere comunale da nemmeno sei mesi – per quello che gli amministratori (me compresa) non sono riusciti a fare, ma che avrebbero dovuto fare ad ogni costo.

E chiedo scusa anche a nome di Brucchi che non conosce la categoria della vergogna, se sono stata costretta a leggere pochi giorni fa (sempre sul quotidiano Il Centro) una lettera del sindaco nella quale si vantava di guadagnare solo 1.590 euro nette al mese, in risposta ad un cittadino inferocito, senza però dire che quella è la metà dello stipendio da sindaco (che corrisponde quindi a 3.180 euro netti al mese). E senza dire che egli percepisce la metà degli emolumenti dovuti semplicemente perché svolge a tempo pieno la professione di primario ospedaliero, dalla quale ricava poco meno di 100.000 euro annui, con la conseguenza che egli viene meno ad un impegno a tempo pieno che sarebbe più che necessario per come siamo ridotti, mentre Brucchi ritiene che sia sufficiente dedicare alla città i ritagli del suo tempo, dopo il suo lavoro che lo assorbe a tempo pieno e anche dopo le inevitabili necessità familiari.

Quando un sindaco è così sovranamente indifferente alle sorti della città che amministra, e si permette pure di dichiarare ai giornali che non ha strumenti per incidere il bubbone, quando è nei fatti che egli non vi può nemmeno dedicare tempo perché ritiene il ruolo di sindaco un passatempo alla stregua di un hobby, allora non resta che piangere.

Ma è pur vero che non tutto è addebitabile a chi amministra, quando muore una città.

L’illustre storico dell’arte Salvatore Settis ha appena pubblicato un pamphlet intitolato “Se Venezia muore” (editore Einaudi), dal quale possiamo trarre degli spunti particolarmente interessanti sulle cause (o sull’eziologia) del tramonto di una città.

In primis, cos’è che uccide una città? Certamente i nemici che la mettono a ferro e fuoco, ma questo non è un problema della nostra parte del mondo. Soprattutto, l’assassino è l’ignavia, è l’amnesia degli stessi abitanti che smettono di difendere la loro identità e la loro dignità.

Per riprendere un detto che condivido profondamente: “Non esistono donne brutte, ma solo donne non curate”, ritengo allo stesso modo che non vi siano città brutte, ma città abbandonate al loro destino, come spesso è capitato nella storia del mondo. Il nostro sindaco è il ritratto della nostra città: imbolsita, appesantita, bugiarda a se stessa, ipocrita, trascurata.

Settis, con una lucidità che mette i brividi, mentre parla di Venezia fa il ritratto anche di Teramo: “Come accade a chi perde la memoria, anche le città quando sono colte da amnesia collettiva, tendono a dimenticare la propria dignità  […] Persino Atene giunse a dimenticare se stessa. Oggi l’oblio incombe su Venezia (leggi: Teramo ma perché il sipario avvolga ogni cosa in una notte indistinta, non c’è bisogno di complicità: basta l’indifferenza”.

Il professore, nel suo libro fresco di stampa, spiega magistralmente che In tre modi muoiono le città: quando le distrugge un nemico spietato (come Cartagine che fu rasa al suolo da Roma nel 146 a. C.); quando un popolo straniero vi si insedia con la forza, scacciando gli autoctoni e i loro dèi (come Tenochtitlàn, la capitale degli Aztechi che i “conquistadores” spagnoli annientarono nel 1521 per poi costruire sulle sue rovine Città del Messico); o, infine, quando gli abitanti perdono la memoria di sé e senza nemmeno accorgersene diventano stranieri a se stessi, nemici di se stessi. Questo fu il caso di Atene, che dopo la gloria della “polis” classica, dopo i marmi del Partenone, le sculture di Fidia e le vicende della cultura e della storia segnate da nomi come Eschilo, Sofocle, Euripide, Pericle, Demostene, Prassitele, perse prima l’indipendenza politica (sotto i Macedoni e poi sotto i Romani) e più tardi l’iniziativa culturale, ma finì col perdere anche ogni memoria di se stessa”.

Fra le concause della morte cittadina possiamo enumerare l’invecchiamento (certamente), l’emigrazione dei residenti (figlia dell’inaridirsi delle possibilità di lavoro), il disfacimento delle famiglie (in parte è vero), bassa natalità (senza dubbio), ecc. In pratica Teramo è  una città in fuga da se stessa che ha una emorragia inarrestabile di cittadini, di artigiani, di botteghe, di negozi, di ristoranti, di industrie (la zona industriale di Sant’Atto è divenuta un cimitero), di aziende, di servizi.

Ovvio che, affinché avvenga un processo lungo come quello dell’eutanasia di una città, è necessario che di pari passo muoiano le Istituzioni (Caserma, Banca d’Italia e – fra poco – Provincia e Camera di Commercio) e pure la democrazia: non è un caso, ma è una precisa volontà politica, che le 5.000 firme per il referendum sullo stadio comunale siano finite nel cestino; non è un caso, ma una precisa volontà politica, che la proposta del Comitato Nuovo Teatro Teramo di adozione del regolamento per le consultazioni popolari sia stata messa nel dimenticatoio e le esigenze dei tanti che occuparono i locali dell’ex Oviesse siano rimaste inascoltate (il sindaco Brucchi si permise di rifiutarsi di parlare con gli occupanti, denunciandoli e facendoli andare oggi a giudizio).

Quando una città sopravvive sotto il tacco di camarille gattiane e tancrediane che la dissanguano ogni giorno, che succhiano tutti gli stipendi possibili mentre i cittadini non possono pagare le bollette e vivono al buio e senza riscaldamento, la comunità subisce una marginalizzazione e si riduce ad un enorme ghetto, il dissenso non è scintilla per un dialogo fecondo, ma occasione di denunce e di querele che avvelenano un corpo sociale già martoriato.

Mentre l’incultura, la prepotenza e l’arroganza comandano in totale dispregio della volontà dei cittadini, l’unica speranza di salvezza – come insegna Settis – è che “l’assediata comunità dei pochi saprà acquistare consapevolezza, sviluppare solidarietà sociale e capacità progettuale, esercitare il diritto di parola”.

5 Responses to "Se Teramo muore"

  1. Leda Santosuosso   20 novembre 2014 at 11:01

    Verissimo!
    Indifferenza, ignavia, scarsa lungimiranza, incapacità di immaginare….colpa dei cittadini e degli amministratori che eleggono.

    Unica strada possibile è svegliare le coscienze dei nostri concittadini.
    Io nel mio piccolo ho cominciato dal nostro piccolo quartiere Santa Maria a Bitetto. Un quartiere praticamente abbandonato a se stesso.

    Come sarebbe bello se fosse tutto pedonale… se ciascuno di noi si prendesse cura di un pezzettino di strada, di piazza… se ciascuno di noi fosse disposto anche a qualche piccola rinuncia per il bene di tutti..
    per questo Consigliera Marroni ti chiedo di portare avanti in Consiglio il discorso della democrazia partecipativa e dei beni comuni.
    In pocchi possiamo dimostrare ai molti sfiduciati che qualcosa possiamo cambiarla, se veramente vogliamo.

  2. michele villanova   20 novembre 2014 at 15:36

    sono nato a teramo,sono stato primo ballerino del teatro alla scala,ho visto la città morire da tempo,ho visto morire la cultura,l’arte e la voglia di progettare e creare,sono profondamente rammaricato anche dalla assoluta arroganza di chi ha amministrato la città,non mi hanno mai chiesto una opinione o un aiuto per l’arte,hanno fatto sempre man bassa delle risorse economiche rilegate alla cultura senza lasciare nulla a teramo,verrebbe da dire,come in un famoso film di Totò:”Arrangiatevi”.

  3. Gian   20 novembre 2014 at 17:40

    Pienamente d’accordo sul fatto che il sindaco di Teramo (e più in generale di una città capoluogo) debba dedicarsi esclusivamente a fare il primo cittadino, direi addirittura per legge, magari anche con emolumenti maggiori.
    Non sono invece d’accordo sul fatto che Teramo sia un deserto culturale. La città è viva, vivace. C’è un buon numero di forze giovani e meno giovani di tutto rispetto, sotto il profilo qualitativo e quantitativo. Ma vi prego, non sopravvalutiamo la nostra pur amata città e i presunti uomini di cultura che sbraitano per avere visibilità pretendendo chissà quale ruolo pubblico sulla base di auto investiture da egomaniaci all’ultimo stadio. La vecchia storia, ‘sto ciclico refrain, di pretendere che una amministrazione sovvenzioni la cultura “tout court” è semplicemente demenziale, oggi più che mai. Una amministrazione seria deve mettere gli operatori culturali (chiamiamoli così per semplicità) nelle condizioni di operare. Solo questo. Ad esempio evitando di emanare ordinanze di chiusura, vedi il recente caso delle Officine Indipendenti, di cui (chissà perché) qui sopra non si parla preferendo tirare in ballo a sproposito la pur spiacevole chiusura di attività commerciali di aggregazione come il White Wolf, il Cantinone, ecc. Perchè nei casi citati trattasi di attività commerciali, che seguono logiche di mercato, con profitti e perdite.
    Auspicherei che l’estenditrice di questo articolo e il buon Nanni, che mi paiono persone intelligenti, dicano la loro mettendo da parte le passate bagattelle.

  4. mf   20 novembre 2014 at 21:36

    A questo sindaco, volutamente scritto con la lettera minuscola,le normative vigenti gli permettono di esercitare la professione medica a tempo pieno e come dopo lavoro quella di sindaco. E’ veramente vergognoso, che in presenza di una crisi economica così marcata dove il sindaco dovrebbe cercare di risolvere i problemi lavorandoci sopra giorno e notte, questo signore possa permettersi di arrotondarci lo stipendio come dopo lavoro. E’ vergognoso sotto ogni profilo, soprattutto quello politico. Dobbiamo organizzarci, scendere in piazza, mobilizzare tutti i commercianti, magari coinvolgendo gli studenti, ecc, ecc., le persone di cultura di ogni ordine e grado. Dobbiamo pretendere che faccia solo il sindaco, altrimenti a casa. Se si ribella il popolo dovrà soccombere. Qualcuno si metta avanti per favore.
    Con la crisi occorre che ci si lavori, lui dovrebbe stare 23 ore al giorno dentro al Comune a piangere, invece sta in ospedale a guadagnare per se medesimo e ad esercitare il potere. Ha paura di perdere il posto. Certo i Teramani che l’hanno rivotato lo sapevano che questo avrebbe fatto il sindaco solo la domenica ma quelli che hanno votato contro come fanno a sopportarselo?.
    Se qualcuno si organizza per una protesta io porterò la bandiera.

  5. zio   21 novembre 2014 at 21:30

    ora risolvono tutto gatti e tancredi con le nude mani….tanto i ca…. se li sono fatti

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