25 anni dalla morte di Sciascia: Luciano D’Alfonso è un quaquaraquà

25 anni dalla morte di Sciascia: Luciano D’Alfonso è un quaquaraquà

di Christian Francia

Leonardo Sciascia
Leonardo Sciascia

–  Caro Leonardo Sciascia, quanto ci manchi, come siamo soli senza la tua fibra morale, senza i tuoi occhi capaci di leggere la realtà che ci circonda. E come siamo tristi oggi, nel venticinquesimo anniversario della tua morte (avvenuta il 20 novembre 1989), un quarto di secolo fra i più bui della storia d’Italia.

Ci manca tutto di te: lo scrittore, il politico, il giornalista, il maestro di scuola elementare. Tutte categorie troppo strette per definire la tua figura non incasellabile ma sempre anticonformista, la tua coscienza critica che illuminava i guai e le storture del nostro tempo.

Pochissimi, come te, hanno saputo raccontare il muro di gomma sul quale si infrangono le speranze delle brave persone, l’atteggiamento omertoso che assurge a norma di comportamento e rappresenta la cifra morale della società italiana, il costante interrogarsi sulla realtà e il tentativo di decifrarla e di denunciarne i meccanismi corrotti.

Non passa giorno che non si riveli necessario ricorrere alla classificazione degli uomini elaborata nel tuo romanzo “Il giorno della civetta”: Io ho una certa pratica del mondo; e quella che diciamo l’umanità, e ci riempiamo la bocca a dire umanità, bella parola piena di vento, la divido in cinque categorie: gli uomini, i mezz’uomini, gli ominicchi, i (con rispetto parlando) pigliainculo e i quaquaraquà… Pochissimi gli uomini; i mezz’uomini pochi, ché mi contenterei l’umanità si fermasse ai mezz’uomini… E invece no, scende ancor più giù, agli ominicchi: che sono come i bambini che si credono grandi, scimmie che fanno le stesse mosse dei grandi…E ancora più giù: i pigliainculo, che vanno diventando un esercito… E infine i quaquaraquà: che dovrebbero vivere come le anatre nelle pozzanghere, ché la loro vita non ha più senso e più espressione di quella delle anatre…”.

Oggi come allora gli uomini veri sono troppo pochi, e troppi sono invece quelli indegni di qualsiasi ruolo.

Primo fra i quaquaraquà è l’attuale governatore d’Abruzzo Luciano D’Alfonso, e adesso ricorderemo il perchè.

Il 22 febbraio 2014 l’allora aspirante candidato governatore sedeva in prima fila all’Hotel Abruzzi ad un incontro teramano con l’allora Sottosegretario Giovanni Legnini; in quella sede il sottoscritto chiese a Legnini come mai non si candidasse lui alla presidenza della Regione per il centrosinistra, per evitare un altro tragico destino nel quale ci avrebbe trascinato senza dubbio D’Alfonso (per via dei suoi guai giudiziari). Legnini, evidentemente imbarazzato perché aveva D’Alfonso davanti agli occhi, mi rispose con una oscura frase da azzeccagarbugli: “per evitare la reductio ad unum”, cioè per evitare l’omologazione e l’eccesso di problematiche in capo alla sua persona.

Oggi per allora dico a Legnini: che peccato, per colpa delle solite misere ambizioni personali hai lasciato il tuo Abruzzo all’abbandono, in preda di un famelico dittatore che ci trascinerà tutti nell’abisso del suo inevitabile destino.

Circa la classificazione di D’Alfonso come quaquaraquà, ebbi modo di scrivere a marzo su questo blog che non avrebbe potuto candidarsi come presidente di Regione (http://www.ilfattoteramano.com/2014/03/12/clamoroso-luciano-dalfonso-deve-ritirarsi-dalla-corsa-governatore-dellabruzzo/), e più autorevolmente di me lo scrissero Il Fatto Quotidiano (http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/03/14/abruzzo-il-pd-vince-le-regionali-il-neo-presidente-dovrebbe-dimettersi-il-giorno-dopo/914471/), il quotidiano La Repubblica (http://www.repubblica.it/politica/2014/03/11/news/abruzzo_per_renzi_la_grana_d_alfonso-80763415/), e il settimanale L’Espresso – tramite la firma di Marco Travaglio – con un titolo dall’ironia amara: “È inquisito, candidiamolo” (http://espresso.repubblica.it/opinioni/carta-canta/2014/03/19/news/e-inquisito-candidiamolo-1.157760).

Ciò nonostante il PD abruzzese si è lanciato lo stesso nel baratro, subito seguito dai cadaveri partitici di SEL, dell’IDV e di Abruzzo Civico (che ancora parla di “valori” pur avendoli calpestati dalla nascita), obbedendo ad un istinto masochistico che con Legnini avrebbe potuto evitare.

D'Alfonso in bicicletta
Luciano Facile, alias Luciano Ovunque

Ricordo che la coalizione regionale denominata “Insieme, il nuovo Abruzzo”, formata da PD, SEL, IDV e da altri soggetti, nella propria “Carta d’intenti per il cambiamento abruzzese”, formalmente adottata e pubblicata in rete (http://www.pdabruzzo.com/wp-content/uploads/2014/03/Carta-d%E2%80%99intenti-della-coalizione-Insieme-il-Nuovo-Abruzzo.pdf), a pagina 2 ha stabilito che “la questione morale sarà un cardine della coalizione e del suo governo” e s’è impegnata “ad adottare formalmente i contenuti della Carta di Pisa, che sarà parte integrante del Codice Etico della coalizione”.

E infatti nel Codice Etico dell’alleanza “Insieme, il nuovo Abruzzo”, accettato e condiviso dagli allora tre aspiranti candidati di centrosinistra alla presidenza della Regione (Caramanico, Mascitelli e D’Alfonso), all’articolo 6 si legge che “Il candidato alla presidenza della coalizione si impegna a far adottare formalmente dalla Regione Abruzzo la Carta di Pisa nonché ad assumere i princìpi in essa contenuti, relativo ai codici di condotta etica degli amministratori”.

La “Carta di Pisa” è un “Codice etico per promuovere la cultura della legalità e della trasparenza negli enti locali”, nato per combattere le mafie e la corruzione (http://www.provincia.pisa.it/uploads/2012_03_6_10_01_40.pdf).

All’articolo 20 della “Carta di Pisa” si prescrive che: “In caso sia rinviato a giudizio per reati di corruzione, concussione, mafia, estorsione, riciclaggio, traffico illecito di rifiuti (…) l’amministratore si impegna a dimettersi ovvero a rimettere il mandato”.

Il Fatto Quotidiano chiosava: “Tutto questo lo sa Luciano D’Alfonso che, se dovesse applicare la norma etica – da lui sottoscritta – dovrebbe dimettersi un istante dopo la sua, eventuale, elezione come presidente di Regione: è imputato per corruzione – in appello, assolto in primo grado con formula piena – per una storia di mazzette” (a dire il vero non è stato soltanto assolto, bensì prescritto in almeno due capi di imputazione, la qual cosa è molto più grave).

D’Alfonso, come era prevedibile, ha gettato nel cestino la sua residua credibilità e oggi è un “quaquaraquà” che – per la sua incontenibile ambizione personale – mette quotidianamente a repentaglio per l’ennesima volta l’immagine già sporca della nostra martoriata Regione, e soprattutto viene meno alla parola data non dando seguito all’impegno di far adottare la “Carta di Pisa” dalla Regione Abruzzo.

Del resto, Il Fatto Quotidiano già segnalava prima delle elezioni regionali una cupa rassegnazione: “Ma qui in Abruzzo – come in gran parte d’Italia – la parola dimissioni ha scarso significato. E senza l’abitudine alle dimissioni, la locuzione questione morale, resta lettera morta (proprio oggi Ernesto Albanello si occupa di questione morale su questo blog).

Il Professore di Scienza Politica Alberto Vannucci ha spiegato come l’obbligo di dimissioni sia una sanzione politica inevitabile per D’Alfonso (se fosse un “uomo” secondo la classificazione di Sciascia), in quanto incombe sul suo capo un processo d’appello proprio per corruzione, e la sua stessa coalizione si è vincolata all’adozione della Carta di Pisa, per cui appena eletto Big Luciano avrebbe dovuto adottare formalmente il codice etico e dimettersi immediatamente dopo.

Lo spirito della Carta di Pisa, argomenta il professor Vannucci, è quello di offrire una tutela ai cittadini, “garantendoli contro il rischio di scoprire troppo tardi di essere stati governati da amministratori corrotti. Non è la responsabilità penale degli amministratori ad essere coinvolta, “bensì la responsabilità politica di fronte alla propria comunità, il rapporto di fiducia intaccato da un procedimento penale che getta ombre sull’integrità dell’amministratore, e dunque sulla sua capacità di curare gli interessi pubblici che gli sono stati affidati”.

Più precisamente, il professore chiarisce: “Il rinvio a giudizio, e a maggior ragione i successivi gradi di giudizio, sancisce precisamente questo: l’esistenza di indizi di colpevolezza tali da richiedere un dibattimento per accertare la verità. Quale credibilità possono avere di fronte ai propri amministrati un governatore, un sindaco, un assessore che bandiscono appalti, assegnano licenze e concessioni, approvano piani urbanistici, impegnano risorse pubbliche, nominano commissioni e dirigenti mentre su di loro incombe una possibile condanna per reati così infamanti?”.

Vannucci chiude sottolineando che “In un paese come l’Italia, nel quale il 63% dei cittadini è convinto che la corruzione sia pervasiva tra i politici di ogni livello (atteggiamento esemplificato dalla formula di uso corrente “tanto sono tutti ladri”), la Carta di Pisa è uno strumento per affermare in modo verificabile che così non è”, ed è uno strumento per alzare “l’asticella della trasparenza, della legalità e dell’integrità nella propria azione quotidiana di governo. Riguadagnando così in termini di legittimità e credibilità di fronte ai propri concittadini”.

La coalizione del centrosinistra abruzzese si è impegnata “ad adottare formalmente i contenuti della Carta di Pisa”, D’Alfonso si è parimenti impegnato “a far adottare formalmente dalla Regione Abruzzo la Carta di Pisa nonché ad assumere i princìpi in essa contenuti, relativi ai codici di condotta etica degli amministratori”.

Sia Big Luciano Facile sia coloro che lo sostengono sono tutti inequivocabilmente ed irreversibilmente dei “quaquaraquà”, ultima delle 5 categorie umane enucleate da Sciascia.

Leonardo ci manchi, l’Italia è al tramonto e l’Abruzzo non si sente per niente bene. Circa la tua famosa frase: “In quanto al mio essere di sinistra, indubbiamente lo sono: e senza sfumature”, purtroppo la tua sinistra è stata rottamata da quello che definiresti un “ominicchio”, tal Matteo Renzi.

Se tu fossi ancora qui, forse ci consoleresti con le tue stesse parole: l’Italia intera è fatta di tanti personaggi simpatici cui bisognerebbe tagliare la testa”.

One Response to "25 anni dalla morte di Sciascia: Luciano D’Alfonso è un quaquaraquà"

  1. mf   21 novembre 2014 at 10:34

    Complimenti a chri-stian per l’articolo.

    Lo conosco (chri-stian) e mi permetto di invitare a nome suo tutti i Teramani (giovani e meno giovani) che hanno dimestichezza con la penna e la tastiera, a denunziare, a portare a conoscenza della pubblica opinione, tramite questo blog, anche solo con commenti, tutto ciò che, secondo loro, i nostri governanti locali avrebbero potuto fare meglio e con meno soldi. Per amministrare meglio la Città occorre studiare, studiare, perderci tempo, ma tanto tempo, metterci l’anima, elaborare le soluzioni, coinvolgere la cittadinanza.
    Purtroppo tutto questo non è mai avvenuto e non avverrà, il sindaco in carica non ha le capacità, è troppo gallettaro, è convinto di saper fare, ed invece no.
    Per paura che gli fottono il posto in ospedale, fa il medico a tempo pieno ed il sindaco nei ritagli di tempo per arrotondare lo stipendio. Io non lo sopporto, ma non perché mi è antipatico, ma solo perché fa apparire di essersi messo al servizio della cittadinanza ed invece no, si è messo, secondo me, al servizio dei propri tornaconti, basti pensare alla sistemazione della sua c….e! Che dire!! Giudicate Voi.

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