I Canti di Giacomo Leopardi

indexI Canti leopardiani, composti tra il 1819 e il 1833 con edizione definitiva napoletana nel 1835, ci presentano un Leopardi nella sua incontaminata purezza, un poeta sicuro di sé che ha oltremodo riflettuto sulla sua concezione della poesia e sul suo mondo concettuale. Lasciati alla spalle definitivamente il classicismo e la distinzione tra poesia di immaginazione e quella di sentimento, poesia antica e poesia moderna, egli intende concentrarsi su di un  aspetto precipuo: il lirico “primogenito, proprio di ogni nazione anche selvaggia, più nobile e più poetico di ogni altro; vera e pura poesia in tutta la sua estensione; proprio di ogni uomo anche incolto , che cerca di ricrearsi o di consolarsi col canto e con le parole misurate in qualunque modo  e coll’armonia ; espressione libera e schietta  di qualunque affetto vivo e ben sentito dall’uomo.”

 Per lui le poesie non sono se non in quanto liriche. E per lirica si intende una espressione poetica in cui sia fortemente presente l’Io lirico con la sua percezione del mondo e col suo bagaglio emotivo; di modo che l’uomo qualunque possa ritrovarsi in quei sentimenti che avverte come universali. Per questo si suole affermare senza enfasi che Leopardi è il più grande lirico della letteratura italiana, che mentre parla di sé parla del mondo tutto. Scagli infatti la prima pietra quell’uomo che non si è commosso , talora depresso, comunque coinvolto, nel seguire il pensiero leopardiano poetico espresso nelle più alti liriche, come l’Infinito, A Silvia, Alla Luna, L’ultima Canto di Saffo. Il che avviene perché “ il sentimento che l’anima è la sola musa ispiratrice del poeta “; egli giudicherà estranei alla poesia quei lavori che “domandano un piano concepito  e ordinato in tutta freddezza”. E la sua poesia non è imitazione della natura, ma piuttosto di se medesimo. Ben si potrebbe dire che “la natura parla dentro di lui” e quando questo avviene la poesia diventa “facoltà divina”, attraverso cui la poesia diventa espressione altamente emotiva della piena dei sentimenti. E senza sentimento poesia non c’è; quindi nei Canti troviamo un Leopardi romantico e l’etica e l’estetica convergono in un misticismo sentimentale. C’è una religione nel Leopardi dei Canti : è quella del sentimento, che è effusione del cuore puro che vince l’aridità o lo strazio di una tragedia e si abbandona all’immediato infinito sentire, che sarà tanto più evocativo quanto più vago. Di qui la celeberrima poetica del vago e dell’indefinito, che si esprime soprattutto attraverso l’evocazione di spazi interminati e la forza della rimembranza. Il poeta mira a riproporre l’ondeggiamento del suo pensiero così con naturalezza,  come sgorga dal cuore, colto alla sua genesi. In lui poesia e vita coincidono e le scene liriche si susseguono con lo stesso stupore o col lo stesso tormento con cui sono state concepite nell’animo del poeta e nella chiusa spesso si avverte pungente il dolore del cuore che prima si era aperto ad un moto affettuoso. Possiamo quindi dire che I canti sono un’opera di scavo psicologico non razionale, ma coerente con il flusso di coscienza che il poeta vive, seguendo il tempo dell’anima. Per cui il lettore sensibile avverte con tutta la freschezza le novità interiori ed esteriori che il poeta ci comunica con l’immediatezza che erompe e che nessuna diga può contenere. Rispetto alle prime composizioni poetiche i Canti si distinguono perché non vi è nulla di voluto o ricercato o troppo letterario o composito. Il poeta qui canta, altrove, più giovane descrive. I canti hanno spesso come scenario “il borgo selvaggio” di Recanati che il poeta odiava oltremodo per via di una cultura retrograda e papalina, in quanto parte dello Stato della Chiesa. Da giovane tentò la fuga verso Roma, da cui rimase profondamente deluso, perché si trovò una città in rovina molto diversa da quella che trovava celebrata dai poeti e dai libri di storia che divorava con inusuale passione. Poi si sposterà verso Bologna e Firenze, ma sostanzialmente le sue più profonde riflessioni e i suoi canti più intensi riguardano proprio il mondo confinato di Recanati che scatena in lui la forza dell’immaginazione.

Il canto “l’Infinito” è sintomatico di questo rapporto conflittuale con la sua Recanati e con la sua voglia incontenibile di immaginare altri mondi possibili, che coincidono con quelli della sua fervidissima fantasia.

Si trova affacciato al balcone della casa avita e ha di fronte il monte Tabor,” il caro ermo colle”; la lirica si apre con quel “sempre” che allude alla durata infinita del tempo interiore, che si dilata ad accogliere il ricordo; con “questo”  “ questa” si individuano le cose vicine al poeta o spazialmente o sentimentalmente; così la “siepe” è questa , questa che gli sta dinanzi ed è limite e pretesto per immaginare. Perché la poesia vera è poesia di immaginazione, quella che ti trasferisce in una dimensione altra, dove si possa sognare, cioè fingere. Difatti la siepe esclude dallo sguardo l’ultimo orizzonte, ma (con funzione fortemente avversativa nuovi e inaspettati orizzonti si aprono a chi ha il cuore di sedere e mirare. Egli farà un’esperienza ineffabile,  cadrà in una profonda meditazione in cui  diventa tutt’uno con la Natura, una Natura ancora benevola, precedente al pessimismo storico e cosmico. Si aprono così “interminati spazi” al di là della siepe che ora è divenuta “quella”, inglobata nell’immaginazione, non più ostacolo, ma elemento trasferito nella natura tutta, e “sovrumani silenzi” e “profondissima quiete”: siamo di fronte all’infinito spazio/temporale finto nel pensiero. Nell’arte è possibile raggiungere ciò che nella vita ci è assolutamente estraneo, perché nel leopardi filosofo razionale-atomista tutto è finito e l’infinito è un inganno/ illusione della mente, ma ben venga questa illusione se il cuore scalpita e chiede. La percezione è talmente potente che il cuore stesso trasecola e si “spaura”, dando luogo a quel sentimento misto, “sublime”, di kantiana memoria, che consiste nell’esaltazione del pensiero che può concepire l’infinito e la depressione dei sensi che temono per l’operazione mentale ardimentosa che si sta vivendo. Il poeta ci rappresenta tutto il suo percorso mentale così con l’immediatezza con cui lo sta sperimentando: “ E come il vento odo stormir…”: il vento è la voce del presente che interrompe il flusso immaginativo : le piante diventano “ queste” reali, vicine al poeta, che compara l’infinito silenzio (temporale) a questa voce presente ( finito temporale).Gli sovvien l’eterno, gli anni trascorsi, mentre il tempo presente si impone con la sua vita, con il suo suono..L’immensità ormai gli appartiene e diventa “questa” e in questa annega il pensiero, in mistica esaltazione, e ivi, non ritrovando  né spiaggia dove approdare  né fondo dove giungere. naufraga dolcemente in questo mare infinito prodotto dalla sua sconfinata immaginazione.

 Giovanna Albi

4 Responses to "I Canti di Giacomo Leopardi"

  1. Francesca Diano   16 novembre 2014 at 15:45

    La tua analisi è davvero una splendida introduzione a Leopardi. Grazie Giovanna

  2. Anonimo   18 novembre 2014 at 6:05

    Grazie a te, Francesca . Ti abbraccio

  3. anonimo   18 novembre 2014 at 10:39

    Veramente complimenti Professoressa della sua splendida analisi.Torni a vivere a Teramo. Abbiamo bisogno di persone colte, di poeti.
    Purtroppo i nostri attuali governanti teramani(Chiodi-Tancredi-Gatti-Brucchi, con la loro poca lungimiranza hanno contribuito non poco ad inaridire la vena poetica dei poeti Teramani.

  4. Giovanna Albi   20 novembre 2014 at 2:53

    Grazie, commossa! Teramo mi sta e mi stara sempre a cuore. Tornerò, io tornerò.

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