Scomparse le falci… e adesso pure i Martelli. La Val Vibrata è venuta tristemente a mancare all’affetto degli ex lavoratori. Ma è colpa della crisi?

Scomparse le falci… e adesso pure i Martelli. La Val Vibrata è venuta tristemente a mancare all’affetto degli ex lavoratori. Ma è colpa della crisi?

di Christian Francia

Martelli tropici–  Ai tempi d’oro, quando la Val Vibrata era chiamata la Valle dell’Eden, il solo settore tessile dava lavoro a circa ventimila persone, e stiamo parlando del 2000, non dello scorso millennio.

Poi la discesa agli inferi, rapida e inesorabile, tanto che il 90% dei lavoratori del tessile vibratiano sono svaporati, fino all’ultimo caso, la florida azienda Martelli, che chiude mandando in mobilità gli 80 lavoratori in organico per ragioni definite con una frase secca: “crisi insostenibile”.

Lo stabilimento dell’azienda Martelli di Ancarano chiude definitivamente. Pare che le condizioni di mercato, il costo del lavoro e la crisi di liquidità non consentano di mantenere in attività lo stabilimento teramano.

Crisi? Siamo sicuri che si tratti di crisi? A leggere il sito internet dell’azienda non sembrerebbe proprio: http://www.martelli.it/

Ricordiamo che la Martelli Lavorazioni Tessili S.p.A. è una lavanderia industriale all’avanguardia e che Il Gruppo Martelli è composto da 8 stabilimenti con una superficie produttiva complessiva di 120,000mq e impiega circa 3000 persone. Tutte le sedi sono dislocate in Europa e nel bacino del Mediterraneo, in comparti produttivi particolarmente vocati al tessile” (quattro stabilimenti in Italia e quattro in Romania, Turchia, Marocco e Tunisia).

Inoltre, sempre leggendo sul sito aziendale, si apprende che “Martelli ha sviluppato negli anni un’importante divisione di Ricerca e Sviluppo dedicata all’implementazione creativa e tecnologica di ogni genere di lavorazione e di effetto, su ogni tipo di tessuto, per garantire risultati sempre più moderni ed eccellenti. In particolare Martelli può mettere a disposizione l’avanguardia creativa, rappresentata dai trattamenti all’ozono, al laser e al ghiaccio, che consente di ottenere interventi mirati, controllabili e puliti. Negli anni, particolare attenzione è stata rivolta ai trattamenti eco-friendly, che sono approdati oggi nella piattaforma D.eco.r, dedicata esclusivamente alla ricerca di soluzioni tecnologiche a basso impatto ambientale”.

Quindi una società che fa dell’innovazione un suo vanto e dell’eccellenza un suo merito. Ma la crisi dov’è? Nel maggio del 2014 la Martelli vanta di essere stata protagonista dei “denim days ad Amsterdam”, spiegando il successo della nuova collezione e della piattaforma d.eco.r” e di aver “presentato un nuovo entusiasmante marchio.

La società comunica di aver messo in mostra, nel giugno 2014, “il meglio al Denim Boulevard di Milano, evento che durante la settimana della moda maschile ha riunito a Milano il fior fiore dell’industria italiana e internazionale”.

Martelli Lavorazioni TessiliIn tale contesto la Martelli ha allestito “due vetrine nelle zone più calde di Milano, Duomo e Cadorna, e ha esposto 31 dei suoi capi più significativi, raccontando in più occasioni l’evoluzione delle tecniche di finishing e washing a un pubblico di addetti ai lavori composto tra gli altri da rappresentanti di diesel, replay, dsquared, jacob cohen, black&gold e armani, particolarmente interessati ai trattamenti più innovativi e ai risultati ottenuti grazie alla piattaforma d.eco.r”, giungendo a definirsi fra i “protagonisti mondiali del settore”.

Ma è in crisi oppure è protagonista mondiale? La società vanta uno stato di benessere fasullo oppure gode davvero di ottima salute? A giudicare dalle parole del pacioso presidente della Provincia Renzo Di Sabatino, sembrerebbe godere di ottima salute: “le istituzioni facciano la loro parte (…) rafforzando quel sistema di strumenti di sostegno e incentivi alle politiche d’impresa unica difesa contro le delocalizzazioni, come in questo caso, verso Paesi dove i costi di produzione sono nettamente più vantaggiosi”.

Ecco la verità: l’azienda va alla grande, ma si guarda bene dal continuare a produrre in Val Vibrata per ragioni imprenditoriali del tutto legittime, ma che andrebbero analizzate dal mondo politico con una attenzione che le Istituzioni non hanno mai avuto.

Del resto la puntata del 2 novembre 2014 di Report, la trasmissione RAI condotta da colei che per me sarebbe l’unico presidente del consiglio possibile per l’Italia, ovvero Milena Gabanelli, ha già mostrato quali sono i problemi della distruzione del tessuto produttivo del tessile in Italia.

L’eco del programma, incentrato sull’azienda di piumini Moncler, ha avuto ripercussioni anche in Borsa e su tutti i media, provocando reazioni forti, focalizzate forse eccessivamente sul trattamento riservato alle oche e forse troppo poco sul destino degli ex lavoratori tessili italiani, oggi disoccupati, e sulle condizioni degli attuali lavoratori tessili esteri, troppo sfruttati.

Il sito satirico www.spinoza.it, come al solito, ha centrato il cuore del problema:

“Moncler crolla in borsa dopo che Report ha mandato in onda come le oche vengano spiumate da vive. Mentre dei lavoratori non frega un cazzo a nessuno”;

“Servizio shock di Report sui piumini della Moncler, a quanto pare i clienti non erano gli unici ad essere spennati”;

“La Moncler dopo la pressione degli animalisti, annuncia la svolta: «Riempiremo i piumini di operai»”.

Il centro della questione è appunto questo: ma perché le produzioni del tessile di lusso, quello che il mercato acquista a prezzi stratosferici (senza stare a questionare sulle cifre scritte sui cartellini), non possono più essere prodotte in Italia? Perché lucrare ulteriori pochi euro, producendo all’estero, quando tali minimi costi in più non incidono affatto sulla collocazione commerciale del prodotto e sulla sua fascia di prezzo, ma solo eventualmente sui margini di profitto delle aziende?

Martelli Lavorazioni Tessili - insegnaPerché affamare un intero comparto produttivo in Italia, al quale viene riconosciuta una qualità superiore, per rivolgersi a Paesi dove il costo del lavoro è minore, ma la qualità certamente più scarsa? Questo atteggiamento sarebbe comprensibile sui prodotti tessili a basso e bassissimo costo, ma sui prodotti di lusso?

E perché poi le aziende italiane, pur producendo all’estero, continuano a fregiarsi della prestigiosa fama del “Made in Italy”? Di questo dovrebbero occuparsi le Istituzioni, ancora oggi, nonostante i buoi siano fuggiti e le stalle siano vuote.

E almeno la politica dovrebbe vietare l’uso del brand “Made in Italy” a tutti coloro che non certificano l’intera filiera produttiva all’interno dei confini nazionali. Perché è troppo comodo produrre all’estero e poi vendere in tutto il mondo un prodotto definito italiano, che però italiano non è.

Non è un caso che Report abbia, subito dopo il servizio sulla Moncler, mandato in onda un servizio sull’azienda Brunello Cucinelli, altra società del tessile di lusso, che produce integralmente in Italia, tratta i propri operai come prìncipi e ha ricavi in continua crescita, creando ricchezza e PIL, tanto che il proprietario è divenuto miliardario. È stato lo stesso Brunello ad elogiare la qualità delle maestranze italiane e il valore fondamentale del prestigio del “Made in Italy”.

Invece, sempre nella puntata di Report, è stato intervistato un terzista che produce a bassissimo costo nei Paesi dell’Est europeo per conto delle aziende italiane del lusso, il quale molto sinceramente ha testualmente detto: Che cazzo me ne frega a me dei lavoratori italiani!”.

La politica inizi ad interrogarsi, perché non è mai troppo tardi per invertire la tendenza.

Quanto ai lavoratori della Martelli, sembra che abbiano strappato l’impegno della società a riassumere prioritariamente i lavoratori presso una start-up del gruppo, la Penny Jeans. Ma la Martelli non confeziona prodotti destinati al mercato del lusso? Per quale motivo non potrebbe continuare a dare lavoro ad 80 dipendenti ad Ancarano, visto che l’intero gruppo conta 3.000 dipendenti (di cui 80 rappresenta un misero 2,66% del totale)?

Domande che dovrebbero togliere il sonno a Matteo Renzi, a Gianni Chiodi e Paolo Gatti, a Big Luciano D’Alfonso e al suo remissivo assessore vibratiano Dino Pepe. E se i pessimi Chiodi & Gatti porteranno per sempre sulle loro spalle la vergogna di non aver mosso un dito mentre la disocuppazione dilagava e le aziende chiudevano o fuggivano all’estero, il neogovernatore Luciano Facile parla forbito, è onnipresente, ma oltre al dono dell’ubiquità ancora non riesce a moltiplicare né un pane, né un pesce, né un posto di lavoro.

Oggi, parafrasando un celeberrimo incipit, mentre la politica continua a dormire, “Uno spettro si aggira per la Val Vibrata, lo spettro del disoccupato del settore tessile”.

La Martelli continua ad andare avanti sulla via dell’eccellenza, mentre altre 80 famiglie devono andare avanti senza stipendio; 80 ex lavoratori le cui competenze rischiano di andare perdute, mente il PIL continua a scendere, le tasse aumentano (ma diminuisce la platea di coloro che le pagano), il Paese naufraga nella deindustrializzazione.

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