DYLAN THOMAS nel 100° anniversario della nascita.

di Maria Cristina Marroni

–  Giacomo Leopardi morì a 15 giorni dal suo trentanovesimo compleanno, Dylan Thomas si spense 13 giorni dopo aver compiuto 39 anni. Entrambe le loro esistenze terrene hanno avuto una estensione identica.

Di Leopardi si parla molto in questi giorni, soprattutto per merito del film di Martone che ne rispolvera la profondità filosofica, invece di Dylan Thomas non si parla abbastanza, sebbene sia stato forse il maggior poeta del novecento. Pochi giorni fa è stato il centenario della sua nascita, datata 27 ottobre 1914. Oggi è l’anniversario della sua morte, avvenuta il 9 novembre 1953.

Il mondo intero gli deve moltissimo, basti pensare che il più importante cantautore vivente, Bob Dylan, si ispirò a lui nella scelta del proprio nome d’arte dopo aver letto sue poesie (il vero nome di Bob è Robert Allen Zimmerman) e pure Dylan Dog, il famoso personaggio dei fumetti, ha preso il nome dal poeta gallese.

thomas dueDylan Thomas è stato un poeta estremamente inquieto, dotato di grande cultura e di eccessiva sensibilità, che ha costruito la sua personalità con una varietà di registri espressivi confluiti in un ineluttabile destino di autodistruzione.

Refrattario all’incasellamento in movimenti artistici, Thomas resta inclassificabile e geniale, capace come pochissimi di “dylaniare” il cuore di chi lo legge, con uno stile tormentato e inimitabile.

A cento anni dalla sua nascita, troppo poco resta in Italia del suo ricordo, se non l’aura leggendaria di poeta maledetto che ha trovato nell’alcol la dimensione dell’impossibilità di essere totalmente di questo mondo. I suoi testi vibrano di misticismo e di magia, originalissimi e visionari, surreali e spiazzanti.

Credo che l’unica chiave di comprensione di un poeta così strabordante, che provoca nausea e confusione, risieda in una frase di Emil Cioran: «Non c’è nulla di peggio per un poeta che essere compreso». Dylan Thomas si capisce se lo si sente, se ci si lascia penetrare dalla sua forza ancestrale, se non ci si sforza inutilmente di annodare fili, di incanalarlo in percorsi.

I suoi problemi esistenziali e relazionali, troppo spesso messi in rilievo con la sottolineatura di una condotta di vita funestata dall’alcol, non sono altro che i risvolti umani di una pervicace e ostinata consacrazione alla poesia, vista come solidificazione del flusso visionario di ricordi, di apparizioni, di emozioni che si affollano confusamente nella testa e che solo un genio poteva fotografare con tale crudezza e trasporto.

I versi di Thomas feriscono e curano, straniano e riconciliano, con il mondo, con la natura, con la storia, con la tradizione. La sua poesia è una matassa che non deve essere districata, è un Vesuvio dinanzi al quale ci si pone in ammirazione, ma che se si vuole possedere esplode immediatamente in ceneri e lapilli, in un fiume di lava impossibile da contenere, refrattario a qualsiasi forma.

La potenza artistica e la prepotenza concettuale di un uomo dotato di soverchia irriverenza, hanno scosso da subito l’intero mondo letterario. Il linguaggio semplice ma sofisticato, elementare ma raffinatissimo, ha colpito gli stomaci prima ancora che i cuori. L’uso sovrabbondante di richiami oscuri, di immagini sensuali, di ritmi ancestrali producono sconvolgimenti che non tutti sono in grado di sopportare.

Dylan è poeta di ispirazione purissima, ma capace di grande meticolosità, estraneo nel profondo agli stili del Novecento e allo stesso tempo novecentesco più di qualsiasi altro. Trasgressivo non per posa, ma per esigenza, ossessivo e visionario per carattere e per eredità della sua terra.

thomas treE la lava dei suoi versi ha la forza della verità, il sigillo dell’onestà e l’estraneità più indifferente alle maglie della logica. L’immedesimazione fra l’opera e chi la concepisce è assoluta, l’artista è opera vivente, traduttore delle proprie fantasie, accondiscendente ai propri impulsi, indefesso costruttore di un labirinto dove la parole recano il profumo di emozioni cui ciascuno può avere accesso.

Thomas non è stato un provocatore ma ha inondato il mondo di provocazioni. Ogni approccio ai suoi versi lascia sbalorditi per l’ampiezza delle visioni e per il disordine che vi regna, per il rifiuto delle convenzioni e per l’aderenza alla passione pura.

Nietzsche ha detto che «Bisogna avere il caos dentro di sé per generare una stella danzante»: esattamente quello che Dylan aveva dentro di sé, un caos magmatico sfociato in un’ispirazione cristallina, sostenuta dalla coscienza del proprio ruolo e delle proprie capacità, da una cocciutaggine visionaria talmente travolgente da non poter lasciare indifferenti.

Poeta capace di sortilegi, di registri linguistici mutevoli, istintivo alla radice e gelido nell’esecuzione, è riuscito nella mirabile e sovrumana capacità di fotografare come un entomologo la totale disperazione insita nella vita, usando gli strumenti della passione, del trasporto, dell’amore. E come si faccia ad usare l’amore per descrivere la disperazione è il nocciolo della fama di Dylan Thomas.

La leggenda non ha trovato di meglio che appendergli il cartello di poeta maledetto, ma l’allucinazione della sua poesia si immedesima con la prematura morte, compiendo il miracolo della coerenza assoluta fra vita e opere.

L’energia è un’altra delle chiavi che consentono l’ingresso al mistero iniziatico delle sue parole, al fiume carsico che ci attraversa nel profondo, portando furia distruttiva e orizzonti di rinascita. Un apocalittico che ha forzato e torturato il linguaggio fino alle estreme possibilità, consumandolo e consumandosi allo stesso tempo, con la forza della candela che nell’atto di consumarsi regala calore e luce, in un fuoco che unisce la vita più bruciante alla morte quotidiana.

Per questo, quando pensiamo alla sua esistenza dissoluta, non possiamo non leggere in quell’alcolismo, in quegli sperperi, in quell’indigenza familiare, l’assoluta urgenza di essere niente di più e niente di meno che quello che si è: cioè vigore creativo, forza oscura e indecifrabile, onda furiosa e visionaria, evocazione di immagini condotte alle estreme conseguenze, vortice nauseante e sublime, stella danzante.

Lo ricordiamo con un azzardo, una sua poesia tradotta da Eugenio Montale dove ogni verso è affiancato al testo originale, così da poter godere al medesimo tempo le parole di Dylan Thomas e quelle di Montale:

La forza che urgendo nel verde càlamo guida il fiore,

The force that through the green fuse drives the flower

guida la mia verde età; quell’impeto che squassa le radici degli alberi

drives my green age; that blasts the roots of trees

è per me distruzione.

is my destroyer.

E muto non so dire alla rosa avvizzita

And I am dumb to tell the crooked rose

che questa febbre invernale piega anche la mia giovinezza.

my youth is bent by the same wintry fever.

La forza che guida l’acqua tra le rocce,

The force that drives the water through the rocks

guida il mio rosso sangue; quella stessa che asciuga le sorgenti che gridano,

drives my red blood; that dries the mouthing streams

le mie raggruma.

turns mine to wax.

E son muto a gridare alle mie vene

And I am dumb to mouth unto my veins

che a quell’alpestre polla succhia la stessa bocca.

how at the mountain spring the same mouth sucks.

La mano che mulina l’acqua dentro alla pozza

The hand that whirls the water in the pool

sommuove il fondo limo; quella che lega i vènti, ora il sudario

stirs the quicksand; that ropes the blowing wind

della mia vela spinge.

hauls my shroud sail.

E sono muto a dire all’impiccato

And I am dumb to tell the hanging man

quant’è della mia argilla in chi lo impicca.

how of my clay is made the hangman’s lime.

Le labbra del tempo lambiscono dove la fonte fa vena;

The lips of time leech to the fountain head;

goccia l’amore, gonfia, ma il sangue che cade, di lei

love drips and gathers, but the fallen blood

addolcirà le pene.

shall calm her sores.

E sono muto a dire al soffio che si leva

And I am dumb to tell a weather’s wind

che paradiso è scandito dal tempo intorno alle stelle:

how time has ticked a heaven round the stars:

muto a dire alla tomba dell’amante

and I am dumb to tell the lover’s tomb

che sul mio letto appare lo stesso verme aggrinzito.

how at my sheet goes the same crooked worm.

 

Autore: Dylan Thomas

Traduzione: Eugenio Montale

 

5 Responses to DYLAN THOMAS nel 100° anniversario della nascita.

  1. Anonimo

    9 novembre 2014 at 16:00

    L’analisi di Cristina penetra gli abissi più profondi e le salite più ardite pedel poeta. Un bel film su di lui sarebbe sacrosanto.

  2. Mauro Di Girolamo

    10 novembre 2014 at 13:38

    Grazie per avercelo ricordato e raccontato così bene. Augurandole buon lavoro nel suo ruolo di consigliere comunale volevo farle presente una poesia di questo grande poeta che mi è rimasta nella memoria personale e che in questi giorni di preghiera e di visita per i nostri cari defunti conforterà sicuramente tutti coloro che sono nel dolore.

    E MORTE NON AVRA’ SIGNORIA.

    E morte non avrà signoria.
    I morti ignudi saranno tutt’uno
    con l’uomo nel vento e la luna in occidente;
    quando le loro ossa siano scarnite ben bene e l’ossa scarnite scomparse,
    stelle avranno essi al fianco e sotto i piedi;
    sebbene impazziscano, avranno intera la mente,
    sebbene sprofondino nel mare, risorgeranno;
    sebbene gli amanti si perdano, non così l’amore;
    e morte non avrà signoria.

    E morte non avrà signoria.
    Sotto i gorghi del mare
    coloro che a lungo saranno giaciuti non morranno in tempesta;
    torcendosi sotto i tormenti quando i nervi cedono,
    legati a una ruota, non si spezzeranno;
    la fede tra le loro mani si schianterà in due,
    e i mali unicorni li trafiggeranno;
    distorti da ogni parte non si smembreranno;
    e morte non avrà signoria.

    E morte non avrà signoria.
    I gabbiani potranno non più stridere alle loro orecchie
    o l’onda non più infrangersi furiosa sulla riva;
    dove sbocciò un fiore mai più fiore
    levare il capo ai colpi della pioggia;
    ma sebbene siano pazzi e morti come stecchi,
    le teste dei messeri martellano attraverso le margherite;
    irrompono nel sole fin che il sole sprofonda,
    e morte non avrà signoria.

  3. Francesca Diano

    16 novembre 2014 at 15:44

    Bellissima, bellissima analisi Maria Cristina, sottile e profonda come tu sai essere. Grazie

  4. Cristina

    19 novembre 2014 at 13:11

    Grazie, Sig. Mauro, per averci ricordato questa splendida poesia e grazie a te, Francesca, i tuoi complimenti mi onorano. Sono molto felice d di averti conosciuta.

  5. Francesca Diano

    19 novembre 2014 at 15:03

    Cara Maria Cristina, sono io felice di avere un’amica come te, capace di tanta sensibilità, come mi hai dimostrato e grazie a Giovanna che ha permesso molte cose splendide

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