Cosa resta del “borghese piccolo piccolo”

di Maria Cristina Marroni

Un Borghese piccolo piccolo - Alberto Sordi nel film di Mario Monicelli

Un Borghese piccolo piccolo – Alberto Sordi nel film di Mario Monicelli tratto dal romanzo di Cerami

-  Cosa resta, dopo quasi quarant’anni, del romanzo di Vincenzo Cerami “Un borghese piccolo piccolo”? Quel microscopico ma gigantesco affresco delle frustrazioni e delle piccinerie piccolo-borghesi degli italiani? È rimasto tutto, quindi non è cambiato niente.

Il libro è il tentativo del protagonista Giovanni, un ex povero contadino abruzzese divenuto impiegato ministeriale a Roma, di far superare al figlio un concorso pubblico per sistemarlo professionalmente. Per ottenere tale obiettivo si raccomanda presso il suo capo ufficio il quale gli chiede di entrare nella Massoneria, in tal modo accedendo ai canali preferenziali di cui godono i membri della loggia. Con la tessera massonica il protagonista ottiene in anticipo le risposte alle prove d’esame ma, proprio il giorno del concorso, il figlio muore ucciso da una pallottola accidentale di un rapinatore. La madre muore di pena, il padre si fa giustizia da solo catturando l’assassino, torturandolo per giorni fino alla morte e infine seppellendolo.

Questo spietato ritratto dell’Italia degli anni Settanta angoscia per la crudezza della realtà, ma ancor di più inquieta il fatto che in questi decenni il Paese non è punto cambiato, ivi compreso l’attuale Presidente del Consiglio, che a dispetto di quanto vada predicando è anch’egli un dipendente dell’azienda di paparino, il quale assunse formalmente il figlio in qualità di dirigente della società di famiglia alla vigilia dell’elezione a Presidente di Provincia, allo scopo di consentirgli di lucrare maggiori contribuzioni pubbliche, così che da oltre dieci anni i contributi per la sua pensione da dirigente li paga la collettività.

Un borghese piccolo piccolo strazia le coscienze e, come scrisse Italo Calvino, possiede “l’esattezza d’una lente d’ingrandimento puntata sulla bruttezza senza riscatto che regna nel cuore del nostro consorzio civile, ma anche sulla tenace rabbia di vivere che persiste in fondo a un desolato svuotamento di ragioni vitali”. Fuori dal cliché della vittima che si trasforma in carnefice, il libro accende un faro sulle contraddizioni della società italiana, distillando gli insegnamenti che l’autore aveva ricevuto dal suo professore di lettere della scuola media, Pier Paolo Pasolini, che si accorse da subito delle qualità di Cerami, anche se non fece in tempo a vedere pubblicato il romanzo.

La tragedia di una famiglia, media e insignificante, sublima all’interno della generale situazione cancerosa rappresentata da un vuoto valoriale talmente enorme da ridurre l’orizzonte civico della cittadinanza alla necessità di sistemazione professionale, all’esigenza di garantirsi un recinto di sicurezza economica nell’alveo di un mondo ormai privo di slanci, di passioni autentiche, di nobili aspettative.

L’Italia è un calderone informe nel quale si sciolgono individui e famiglie, dove il singolo è vittima di una solitudine inesorabile, dove il potere è un esercizio sterile e privo di responsabilità, dove l’uomo tira a campare solo in funzione dell’istinto di sopravvivenza che lo induce a trovarsi un riparo dentro a microcellule che garantiscono il perseguimento di interessi privati, dissanguando le Istituzioni, gusci vuoti dove il tuorlo dell’interesse pubblico è stato divorato da parassitismi, clientelismi, camarille, consorterie, corporazioni e massonerie di ogni genere.

Le mafie sono il paradigma di successo di una società che ha rinunciato allo “Stato”, demandando ai privati quella protezione sociale che non ritiene di poter trovare nel Pubblico. La massoneria diviene un focolare anch’esso privo di ideali, risucchiata in una quotidianità desolante, dove la selezione degli affiliati e la formazione delle nuove classi dirigenti è slegata da qualsivoglia requisito culturale e professionale, così da consentire un imbarbarimento collettivo che non ammette redenzione. I partiti e i sindacati, associazioni di rango costituzionale, sono anch’essi svuotati di ogni contenuto, riducendosi a loro volta a tristi agenzie di collocamento dove la meritocrazia è percepita come un pericolo da evitare a ogni costo.

Ci si continua a scavare la fossa, disintegrando l’elevazione collettiva in cambio di un tozzo di pane, relegandosi nella stalla del proprio particolare, castrando i talenti e le passioni nel nome di una misera sistemazione che garantisce stabilità, ma uccide la cittadinanza. Millenni di civiltà occidentale vanno al macero, dimenticati da una società che ha bandito ogni virtù e mortificato ogni slancio, preda di un pessimismo verso il futuro che è divenuto un habitus mentale, un tatuaggio, una seconda pelle, tanto che la sfiducia nei confronti di chi ci amministra è talmente profonda che occorreranno generazioni prima di poter ricostruire un rapporto normale fra popolo e governanti.

Il borghese piccolo piccolo coltiva la vendetta quale unico strumento utile alla sua visione ombelicale di Giustizia, laddove ogni legame con la comunità si è spezzato sia nella forma che nella sostanza. Il mondo non esiste più e “l’inferno sono gli altri” (come diceva Sartre). Il disincanto, il vittimismo e la frustrazione sono conseguenze di mancate risposte, di una pedagogia sociale assente, di una narrazione pubblica priva di contenuti, di valori, di obiettivi alti, ma dedita ineludibilmente al compromesso, al ribasso, al risultato minimo, alla navigazione a vista.

E gli ultimi quattro decenni non sono serviti a rialzare la testa, a fomentare gli animi, a ritrovare motivazioni, a cancellare le tare ereditarie e lo spread politico e culturale, sociale ed emotivo, che ci allontana sempre di più dai Paesi avanzati ed emergenti, che ci relegano nell’archeologia; proprio noi che abbiamo inventato il diritto, e che oggi moriamo vittime di un’autoconsunzione, di un suicidio collettivo, di un prolasso etico e morale, di un ritardo mentale senza cura.

3 Responses to Cosa resta del “borghese piccolo piccolo”

  1. Tibisay

    2 novembre 2014 at 11:37

    Bravissima!
    Certe volte mi chiedo se valga la pena tutto questo darsi da fare per un popolo bue, ignorante ed incapace di ragionare….

  2. Anonimo

    2 novembre 2014 at 18:12

    Ottimo intervento critico della mitica prof.

  3. Aniello De Dilippo

    2 novembre 2014 at 23:06

    Maria Cristina,
    condivido ogni parola di quello che hai scritto.
    Sono anni che vado dicendo che l’Italia sta andando in macerie, ma parlo di macerie di ordine civile e morale. A volte “non mi sento italiano, ma per fortuna o purtroppo lo sono”. Non arrendiamoci, andiamo comunque avanti. Mi piace pensare che quasi sempre i grandi cambiamenti della società sono avvenuti ad opera di uno sparuto gruppo di uomini.

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