Perché “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón non è un capolavoro

Perché “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón non è un capolavoro

L'ombra del ventoEra da tempo che avevo voglia di leggere “L’ombra del vento” dello scrittore spagnolo Carlos Ruiz Zafón, libro nel quale mi sono imbattuta numerose volte e che mi è stato unanimemente consigliato da amici e conoscenti. Alla fine mi sono decisa a leggerlo, alimentando molte aspettative su un romanzo che sulla stessa copertina delle edizioni Mondadori reca scritto “ha stregato i lettori di tutto il mondo” (ed ha venduto solo in Italia oltre un milione e mezzo di copie).

La prima impressione, dopo essermi bevuta le 439 pagine con la velocità e la facilità di un bicchier d’acqua, è: che peccato. Che peccato che un libro così bello lasci una sensazione di sgradevolezza e finisca per rivelarsi stucchevole. Che peccato che un libro che ti tiene incollata alle pagine come una calamita non sia altro che uno splendido passatempo, divertente in sommo grado, ma incapace di lasciare una traccia indelebile nella tua vita. Che peccato che una scrittura così felice sia stata messa al servizio di un’idea ruffiana.

“L’ombra del vento” è la storia di un adolescente, Daniel, che si imbatte fortuitamente nel romanzo di uno scrittore sconosciuto, Julián Carax, con il quale scoprirà di avere molto in comune e più di tutto un amore adolescenziale impossibile che – nel caso di Carax – è sfociato in tragedia e nell’impossibilità di riscattare una vita per la quale un infausto destino aveva riservato solo esilio e sofferenza, nel caso di Daniel sfocia in un lieto fine obbligato dopo un dedalo infinito di dolore, vite spezzate, angosce inconsolabili.

Il romanzo è ambientato in una Barcellona gotica degli anni 40 e 50 del secolo scorso, la quale inspiegabilmente è sempre avvolta nella nebbia, in cieli lattiginosi, battuta da venti gelidi, dipinta con colori di rame liquido, sovrastata da nuvole minacciose, frustata da temporali e addirittura coperta di neve. Ma il sospetto che l’autore si sia lasciato sopraffare da una narrazione favolistica non è dettato unicamente dal fattore meteorologico, quanto piuttosto da presenze enigmatiche e luoghi misteriosi che sono il ricettacolo di segreti inconfessabili.

La storia si dipana con un meccanismo ad orologeria assolutamente perfetto, disvelando a mano a mano particolari e tasselli che compongono l’affresco delle due storie parallele, quella del protagonista e quella dello scrittore Carax, i quali sembrano condannati a ripetere gli stessi passi (peraltro con la medesima penna stilografica passata fatalmente dall’uno all’altro), fino a che proprio Carax espierà le sue colpe e riscatterà la propria esistenza sfortunata indicando a Daniel la via di una vita felice.

Quello che non convince, in un libro che ha avuto un successo strepitoso di vendite in tutti i continenti e che quindi ha indubbie doti da fuoriclasse, è il suo essere freddamente deterministico, con i personaggi che perdono molta della loro umanità a causa della coazione a recitare la loro parte come marionette che non possano muovere nemmeno una mano senza che l’autore imponga loro il gesto predefinito e costantemente finalizzato ad ottenere una precisa reazione del lettore, oppure una determinata conseguenza nell’intreccio narrativo.

“L’ombra del vento” è un’architettura meravigliosa, costruita con grande perizia e con doti letterarie e psicologiche fuori dal comune, ma manca del genio proprio dell’artista. Sembra una cattedrale di Gaudí, ma sebbene ne possegga tutti gli stilemi e le caratteristiche ne è solo una copia molto ben riuscita.

È uno degli esempi migliori di artigianato che abbia mai visto, ma non è un’opera d’arte. È un lavoro da orefice confezionato con estrema perizia e largo uso di oro e pietre preziose, ma non è un capolavoro. Perché?

Non è cosa semplice descrivere i motivi che fanno in un’opera dell’ingegno un’opera d’arte o addirittura un capolavoro. Se il metodo fosse quello democratico, con i voti dei lettori o le copie vendute in libreria, allora “L’ombra del vento” surclasserebbe “I Buddenbrook” di Thomas Mann e “Viaggio al termine della notte” di Céline, così come centinaia di altri capolavori della letteratura moderna. Se bastasse questo allora “Va’ dove ti porta il cuore” della Tamaro verrebbe letto in classe al posto dei “Promessi Sposi” di Manzoni.

Un capolavoro è quel genere di esperienza che non ti lascia come eri prima di provarla. Che ti segna. Che ti cambia. Che scrive nel tuo DNA e ti fa salire di un gradino nella scala della bellezza. Un capolavoro spesso non ha nemmeno bisogno di una trama perché la vita vi trabocca da ogni lato. E soprattutto un capolavoro disseta come l’acqua, mentre le altre bevande hanno bisogno di essere consumate fredde, oppure necessitano di bollicine, o ancora lasciano un sapore dolciastro o amaricante in bocca. Esattamente come accade con il libro di Zafón.

Il personaggio riuscito meglio del romanzo è certamente Fermín, il comprimario che dispensa perle di saggezza, l’assistente che dà luce ai dialoghi, il servo che strappa la risata, lo stratagemma narrativo che rende più umano il protagonista imbolsito dal suo mantello e dalla spada lucente. Però la sensazione è che tutti i personaggi siano privi di autodeterminazione, di forza di volontà, di quella voglia di mordere la vita che permette di strappare la scenografia del destino e di vivere davvero ciascuno a suo modo.

Con Zafón questo non accade, tutto è organizzato secondo un cerimoniale immutabile, le figure si muovono su uno sfondo irreale, piangono e soffrono a comando perché non possono farne a meno, perché è così che devono andare le cose. Tutto si trova lì dove deve essere, Barcellona è fredda perché deve trasmettere brividi, i genitori devono essere severi o crudeli perché questo è il loro ruolo, l’amore adolescenziale è irrazionale e irrefrenabile come è logico che sia, il fato è crudele e beffardo, i cattivi non solo non hanno nessuna pietà ma sono cattivi ontologicamente, a prescindere, perché la vita li ha traviati da piccoli facendo di loro degli assassini. L’amico non ti stima per quello che sei, ma ti aiuta perché è un suo dovere farlo, senza preoccuparsi di quello che accadrà.

Alla fine a farne le spese è la naturalezza del racconto, la vita che contiene ne è imprigionata e non riesce ad esprimersi. Il protagonista non agisce, viene agito dall’inizio alla fine, ed è un pinocchio al contrario, una marionetta che si spegne all’inverso del burattino di Collodi che prende vita mano a mano, strappa i fili, diventa di carne e sangue come e più della carne e del sangue della vita reale.

Invece i personaggi di Zafón hanno quello sguardo metallico da robot che li allontana dalla vita. Per descrivere una bellissima donna che il destino ha condannato ad amare Carax non ricambiata, l’autore una espressioni come queste: “la giovinezza sembrava essere sfuggita dal suo sguardo”; “sembrava che non sapesse cosa farsene, del suo fascino”; “mi diede l’impressione di essere una di quelle persone che non possono essere felici da nessuna parte”. C’è una insistenza sospetta nel segnalare ad ogni costo che una intera vita è stata sacrificata sull’altare di un amore ideale che ha deturpato ogni cosa, amore al quale non solo non è possibile sfuggire, ma non è nemmeno possibile spiegare perché si debba restare devoti del nulla, appesi ad un vuoto che il caso ha imperscrutabilmente voluto.

Del resto Zafón è troppo scaltro per non sapere cosa stava facendo: “Sono poche le ragioni per dire la verità, mentre quelle per mentire sono infinite”. L’autore ha ceduto alla menzogna intesa come storia romanzata, a scapito della verità intesa come capacità di raccontare la vita reale.

La passione da orefice per l’ordine maniacale degli accadimenti e per la perfezione degli incastri e dei meccanismi ha prodotto un affresco talmente ineccepibile da umiliare la verità, i sentimenti, le descrizioni. L’aspetto che si finisce per ammirare maggiormente è la perizia dell’autore, non la bellezza del libro.

La visione deterministica è così radicata che Zafón la lascia emergere in qualsiasi momento:

“In genere il destino si apposta dietro l’angolo, come un borsaiolo, una prostituta o un venditore di biglietti della lotteria, le sue incarnazioni più frequenti. Ma non fa mai visite a domicilio. Bisogna andare a cercarlo”;

“Nulla succede per caso, non credi? Tutto, in fondo, è governato da un’intelligenza oscura”;

“Si stavano domandando se il loro destino era stato deciso dalle carte toccate loro in sorte o dal modo in cui le avevano giocate”;

“Una volta Julián ha scritto che le coincidenze sono le cicatrici del destino. Le coincidenze non esistono, Daniel: siamo solo marionette mosse dalla nostra incoscienza”.

La narrazione è davvero scorrevole, piena di infinite suggestioni e frasi ad effetto che meritano di essere ricordate, ma ai personaggi è vietato l’accesso all’empireo dei grandi eroi del romanzo, dei nomi immortali della letteratura. “Tendiamo a considerare le persone come biglietti della lotteria e crediamo che siano funzionali alle nostre aspettative”: è proprio così, “L’ombra del vento” è popolata da soggetti che sono drammaticamente funzionali alla storia, incatenati ad essa al punto da non avere nessuna autonoma dignità (tranne Fermín), appoggiati come sono gli uni agli altri come gli ingranaggi di un meccanismo.

Ma Zafón conosce i suoi limiti e provvede da sé a metterli in evidenza: “Il destino aveva ordito la sua trama e, quando la storia cominciò, il finale era già stato scritto”.

Maria Cristina Marroni

23 Responses to "Perché “L’ombra del vento” di Carlos Ruiz Zafón non è un capolavoro"

  1. Tibisay   19 agosto 2014 at 13:14

    Complimenti Maria Cristina!
    Bella questa analisi del libro, anche se confesso di non averlo letto.
    Però hai ragione, un bel libro deve lasciarti dentro qualcosa di indelebile….anche se ciascuno di noi risponde a stimoli differenti.
    Forse il libro in questione vuole rivolgersi ad un altro tipo di pubblico. Il fatto che sia molto venduto già depone in suo sfavore…. ehehe ;))

  2. Giovanna Albi   19 agosto 2014 at 21:48

    Stupendamente profonda la tua analisi. Io ho letto il libro e ne sono stata conquistata, ma, a pensarci bene, non mi ha lasciato nulla.Quindi condivido.
    Ti abbraccio cara e stimata amica.

  3. Federica   1 settembre 2014 at 11:44

    Analisi perfettamente rispondente al mio pensiero su tutti i suoi libri: un ottimo passatempo.

  4. Elisabetta Bruni   7 novembre 2014 at 18:52

    Cara prof, sono una sua ex-alunna del liceo Curie di Giulianova e sono immensamente felice di aver letto questa recensione perché “L’Ombra del Vento” è il mio libro preferito. L’analisi è perfetta, non ci sono pecche nella sua recensione, e le sue parole a mio parere trovano piena conferma nella maggior parte delle altre opere dello stesso autore (che ho letto, per fedeltà), tuttavia volevo raccontarle una storia. Quando avevo 8 anni andai a trovare mia zia a Roma, e la sera prima di partire, per passare il tempo, presi un libro dalla sua libreria. Era “L’Ombra del Vento”, il titolo mi aveva attirato come una calamita e avevo divorato le prime pagine come solo una lettrice agli esordi sa fare. Purtroppo ero troppo timida per chiederlo in prestito. Essendo distratta, dimenticai il titolo, e passai molti anni successivi nella ricerca del fantomatico libro. Nel frattempo cominciai a scrivere una storia che intitolai “Il soffio del vento” in onore del libro perduto. Io amo scrivere, ma quella storia è per me quanto di più importante c’è. Credo di provare qualcosa di simile a quanto dichiara Manzoni nel prologo dei Promessi Sposi. Anni dopo ritrovai il libro magico nella casa di un altro mio parente, lo presi immediatamente e lo lessi con avidità e velocemente. Improvvisamente mi sentivo certa del motivo per cui scrivevo, di chi ero, ed ero grata con tutto il mio cuore a quel libro per avermi ispirata a scrivere la storia della mia vita. Tutte le volte che lo rileggo, è come tornare a comprendere chi sono. Ha perfettamente ragione prof, “L’Ombra del Vento” non è un capolavoro, non lo è. Ma la mia vita l’ha cambiata. Con affetto,
    E.B.

  5. Gaetano I. A.   14 aprile 2015 at 0:02

    Gentilissima Professoressa Maria Cristina Marroni,
    Intervengo in relazione al suo commento al libro non tanto per condividere le sue tesi, con le quali mi trovo democraticamente, a tratti, in disaccordo, ma quanto per Complimentarmi con lei per L’ analisi che ha voluto dedicare all’opera di Zafon sopratutto per l’accuratezza da lei usata. Non ho avuto la curiosità, prima di leggere, di sapere di chi fosse l’ articolo, ma nel leggere avevo sempre più la consapevolezza di assistere ad una lezione di letteratura… mi scuso per aver pensato che chi avesse scritto questa analisi fosse un uomo, ma la grinta con la quale ha scritto ha un vigore molto maschile.
    tuttavia vorrei dirle che a me la vita l’ ha cambiata, l’ ho letta quando avevo circa 15 anni, e lei saprà sicuramente quanto siano delicati quegli anni, sopratutto per un maschietto nel pieno delle nuove scoperte. Grazie a Daniel Sempère ho deciso come avrei vissuto l’ amore, come avrei cercato di vivere le future storie e come la donna che avrei avuto accanto avrebbe dovuto ricambiare il mio amore. Sempre grazie a Daniel ho scoperto il mio amore per la lettura, sopratutto quella Spagnola. Ho letto tutti i libri di Zafon e ora aspetto con ansia il 4° libro della saga … per sapere di più su Fermin Romero De Torres e del suo passato che ancora deve essere svelato.
    Spero di leggerla ancora e mi impegno a cercare informazioni su eventuali suoi testi.

  6. Penelope   26 luglio 2015 at 16:32

    Mi dispiace doverle dire di essere completamente in disaccordo con quello che ha scritto. La sua analisi trabocca di ammirazione eppure sostiene che non sia un capolavoro che lascia il segno. Mi dispiace dirle che ho letto l’intera trilogia dell’ ombra del vento e sono i libri più belli e coinvolgent che io abbia mai letto. Me lo fece scoprire alla professoressa di italiano che ringraziai col cuore per avermi aperto quel mondo.
    Trovo che i personaggi non siano meccanici come dice lei.. costretti a provare dolore perché devono.. perché é frutto di un disegno.. ma che lottano per scoprire la verità.. che nonostante il buio e la nebbia di Barcellona.. i i momenti d’amore.. di pace.. che pregheresti per entrare nel libro a viverlo assieme ai personaggi.. si trovano.
    Sarebbe bello proseguire un confronto
    Un saluto

  7. Edo   7 settembre 2015 at 18:57

    Ma è stupendo zia sveglia

  8. Claudio   3 ottobre 2015 at 21:36

    Concordo pienamente con questa recensione.
    Finalmente un’analisi corretta ed esauriente del tanto decantato libro di Zafon.
    Personalmente lessi questo romanzo alcuni anni fa. Sollecitato da un amico. Per il vero, per un disguido col commerciante, mia moglie mi acquistò dello stesso autore un altro romanzo, “Marina”. Lo lessi. La trama all’inizio sembrava avvincente, come tutti i libri di Zafon d’altronde, ma il finale fu orrendo. Forse uno dei peggiori libri che abbia mai letto.
    Però, incuriosito dall’amico che tanto mi aveva decantato “L’ombra del vento” per lui un capolavoro autentico, decisi di dare una seconda opportunità al romanziere spagnolo e lo acquistai.
    Sicuramente molto meglio del primo, ma una volta finito la sensazione di assoluto vuoto è l’unica cosa che rimane. E allora ci si alza con un sospiro, e stralunando gli occhi ci si chiede per cosa aver perso tanto tempo.
    Non vi è nulla nel libro che possa tornarci con un pensiero, una riflessione, un riesame. Tutto meccanico. E’ pur vero che sono passati alcuni anni, ma della trama oggi non ricordo niente.
    Concordo che un buon libro, per essere tale debba lasciarti qualcosa. E concordo anche col fatto che Zafon sia a conti fatti non solo un bravo, ma anche un talentuoso scrittore.
    Ma anche a me ha fatto rabbia come un così formidabile talento possa “affondare” la propria arte in così orrende trame.

  9. patrik   6 ottobre 2015 at 14:59

    Questo libro è uno dei miei preferiti mi è stata regalato dalla mia migliore amica Maria per il mio diciasettesimo compleanno….. lo consiglio vivamente a tutti coloro che amano leggere questi libri

  10. Giada G.   12 ottobre 2015 at 10:50

    È curioso come certi meccanismi si ripetano nella storia, cara professoressa.
    Lei, oggi, sta facendo esattamente quello che fecero mille volte i critici contemporanei con quelli che lei, a ragione, chiama capolavori. Le ricordo che Poe, la Bronte, Salinger, Huxley, Flaubert stesso e Nabokov sono stati stroncati dalla critica a loro coeva. Per quel che mi riguarda (opinione del tutto personalissima) I Promessi Sposi non sono un capolavoro. E forse se Zafon avesse dichiarato la “Provvidenza” come fece Manzoni, lei non si sarebbe indispettita di tanto determinismo. L’Ulysses di Joyce dicono sia un capolavoro, ma non mi pare che Bloom morda così tanto la vita. Ma non è certo la sua vitalità che rende quel romanzo un capolavoro. Così come il “burattinismo” di Zafon non rende “L’ombra del vento” un libro mediocre. Sa cosa penso? Penso che se un capolavoro è davvero tale, è solo il tempo a stabilirlo. Ad una breve osservazione nessun capolavoro è mai tale per i contemporanei. Possiamo dirlo solo a distanza di tempo. In base alla longevità, diffusione e traccia lasciata. Le faccio notare che alcuni ” capolavori” non vengono studiati in classe ma nessuno si sognerebbe di dire che non siano pietre fondamentali della letteratura globale (lei ha mai fatto leggere l’Idiota ai suoi studenti? E Guerra e pace? E le Lettere di Berlicche? E le Affinità Elettive? E Saramago?Non sono forse piccoli e grandi Capolavori?) Ma si sa, noi italiani siamo fossilizzati su Dante, Manzoni, Foscolo e pochi altri, rigorosamente italiani. Insegnano così ai nostri ragazzi l’arroganza e la supremazia della cultura e letteratura italiana. A volte indugiamo sui cugini francesi, quel tanto che basta per rinsaldare i legami. Per come Zafon si forma, per il grande romanziere cui si ispira, per il meraviglioso filone in cui si inserisce e di cui fanno parte grandi della letteratura come Marquez e la Allende, per la gioia che procura nel leggere, per la sensazione di aver perso un amico quando il libro si conclude, per la straordinaria leggerezza e delicatezza stilistica (dote ormai di una rarità impressionante)… Beh per tutte queste ragioni credo che quelli di Zafon in effetti siano dei piccoli capolavori. Sarebbe interessante approfondire il suo concetto di capolavoro, cara prof. Un abbraccio, buon lavoro e grazie per quel che fa per le nuove generazioni.

  11. fabrizio   7 novembre 2015 at 21:26

    Stimata Prof. Marroni…e tutti Voi
    Proprio ieri sera ho terminato di leggere con immenso dispiacere
    ( sensazione che provo sempre quando termino una lettura “che mi prende”) Il gioco Dell’Angelo secondo libro della tetralogia di Zafon…e proprio in questi giorni stavo leggendo sul web le varie notizie che lo riguardano circa le sue conferenze tenute in Italia…
    In effetti “L’ombra del vento” non mi ha cambiato la vita..ma mi ha messo un enorme desiderio di leggere il seguito…
    Non sono in grado minimamente di analizzare il libro nemmeno con un decimo della sua competenza..la mia è una opinione istintiva..emozionale.. e oggi che leggo che le opere sono quattro, abilmente divise in diversi racconti su un unico filo ( mi sono prenotato il terzo in libreria) ne sono felice perchè all’ombra del vento riconosco il merito di avermi incuriosito terribilmente e di avermi spinto a andare avanti poichè “Il gioco dell’Angelo” è sicuramente tra i libri più belli e avvincenti che io abbia mai letto…
    Grazie a Lei e a Voi tutti per questa magnifica discussione e confronto che sto seguendo con molto interesse! Fabrizio

  12. Salvatore da Napoli   20 novembre 2015 at 19:17

    Complimenti, ho letto tre o quattro libri di Zafòn e pur essendo conquistato dalla trama c’è sempre stato qualcosa che mi ha lasciato perplesso. L’analisi è perfetta. Un po’ di tempo si può passare piacevolmente leggendo di questa inconsueta Barcellona, ma vuoi mettere la Mosca del Maestro e Margherita?
    E, ritornando a Barcellona, che libro fantastico è Nada di Carmen Laforet, gli Indifferenti sotto il franchismo. L’ho letto due volte, in periodi diversi della mia vita, la prima volta da studente universitario nei primi anni 70; è molto triste, ma questo sì che è un capolavoro. Lo conosce, professoressa Marroni? E qualcun altro ne ha sentito parlare?

  13. Riccardo   25 novembre 2015 at 22:58

    Salve, le volevo fare i complimenti per l’analisi di questo libro. Condivido il suo pensiero riguardante la sensazione di ” amaro ” che ci lascia il libro nella conclusione. Un’ottima osservazione e’ stata quella di evidenziare l’elevata personalità di Fermin, che spicca in tutto il libro rispetto agli altri personaggi ; come ha detto lei , tutti i personaggi non sono altro che delle semplici marionette, inclini alle proprie emozioni, come se tutto avvenisse tramite un processo meccanicistico. E’ un libro che fa riflettere molto sulla nostra vita, soprattutto quando Fermin usa perle di saggezza in molte situazioni. Personalmente, quando lessi l’ultima pagina e chiusi il libro, rimasi deluso; il range di emozioni provate sono molteplici e penso che sia stato proprio ciò a farmi rimanere amareggiato. Una grandissima abilità , a mio parere ,è stata quella di saper fondere in assoluta armonia, da parte dell’autore , la molteplicità di vicende e sentimenti . L’autore stesso fa emergere nel corso del libro parte del suo pensiero , assai forte, come se evidenziasse la propria personalità e il suo pensiero tramite le “perle di saggezza ” di Fermin. Concludo con il dire che , sotto certi aspetti, il libro ” L’ombra del vento” sia sopravvalutato perché mi sembra di avvertire la sensazione che tutto sia già stabilito dalla prima pagina . Del resto , lo considero un libro stupendo, appassionante e intrigante allo stesso tempo .

  14. paolo   24 giugno 2016 at 21:43

    ho ricevuto il libro in dono, non sarebbe un genere (il foiletton) che acquisterei di mia iniziativa. devo dire che abituato a scrittori come Faulkner Hemingway Steinbeck o più recenti come Kundera (lasciamo stare i grandissim classici che sono le pietre miliari X tutti…) fin dalle prime 50 pagine ho provato anch io un senso di espressione didascalica (tutto spiegato, tutti dialoghi, tutte azioni meccaniche e cesellate Dall autore ) Ho supposto che la traduzione fosse molto aderente alla lingua spagnola – mentre ad es la Pivano traduceva molto aderentemente allo stile espressivo italiano Ernest… – e per questo così “meccanica”. Alla fine invece tutto il meccanismo era determinato in piccoli pezzi come un lego. Ho ringraziato del regalo chi me l ha fatto: il libro è in verità un piccolo cameo. devo dire molto bello e a tratti coinvolgente e in genere ben condotto e ben scritto. Lo metto tra i libri belli che ho letto. Lo considero un piccolo gioiello ( tra l altro ho trovato varie cose che da un liceo classico ti restano…) e mi ha avvicinato molto all animo di chi me l ha donato. Ma sono stato sincero nel commentare che non posso considerarlo un capolavoro: Tre Anni di Cecof nella sua concisa espressione con il suo movimento interno Isole nella Corrente Scendi Mose’ o L insostenibile entrano nell animo con una forza che questo libro non avrà mai. È ben composto però non è un “libro sinfonia”… merita però di essere letto. paolo

  15. Anonimo   27 giugno 2016 at 10:11

    PUO’ AVVENIRE che,l’ombra
    trapassi il solido, e lascia il suo respiro
    di nebbia, scavalcando l’onda di cristallo
    E ,cantando scavalchi un muro che difende
    l’ombra e’ una moltitudine e’ la regina dei vetri
    dove un cuore di sabbia tiene insieme
    la coppa di Bacco E poi scomparire
    in un gioco di specchi ,E scomparire
    nell’incanto di un giardine

  16. GINA TOTA   27 giugno 2016 at 10:16

    PUO’ AVVENIRE che,l’ombra
    trapassi il solido, e lascia il suo respiro
    di nebbia, scavalcando l’onda di cristallo
    E ,cantando scavalchi un muro che difende
    l’ombra e’ una moltitudine e’ la regina dei vetri
    dove un cuore di sabbia tiene insieme
    la coppa di Bacco E poi scomparire
    in un gioco di specchi ,E scomparire
    nell’incanto di un giardine
    <<<<<<<<<<<<<<<<<<<<<gina tota

  17. GINA TOTA   27 giugno 2016 at 10:33

    chi SCUOTE
    LE mura del tempio?
    chi si e’ rimangiato cio’ che
    il Signore disse dal monte Sinai,
    chi spaventa la potena dei cieli?
    ci sono uomini,che non meritano
    il respiro degli dei, sul viso.
    chi svuota il vino sacro dal suo
    dalla sua parola,
    S”attarda il geloso CAINO nel
    rompere le catene ce lo lega alla bestia?? 27-5-2016

  18. Emanuele   26 luglio 2016 at 14:07

    …questo e’ soltanto un punto di vista….il suo…a me ha lasciato veramente qualcosa di “indelebile”…(grazie per avermi suggerito il termine giusto)..e fortunatamente nessuno si e’cimentato a farne un film…avrebbe rovinato la magia che avvolge questo capolavoro.

  19. vincenzo   24 novembre 2016 at 1:32

    chiederei alla prof.ssa che ha espresso un giudizio così negativo su ” l’ ombra del vento ” se ha mai provato a scrivere un romanzo o un racconto o se ha mai letto un libro tralasciando di fare confronti o cercare necessariamente di farne la cruda vivisezione. L’ ombra del vento è un fenomeno letterario perché se ne sono vendute milioni di copie ma non in quanto un’ opera piacevole da leggere o perché simile ad uno dei tanti “polpettoni romantici” dei nostri giorni , piuttosto perché è un capolavoro vero. E con i capolavori non è facile fare confronti o trovare la giusta chiave di lettura o provare a cimentarsi in analisi critiche strettamente soggettive e
    necessariamente tali essendo
    frutto della propria personale cultura. Raccomandasi più umiltà nell’ esprimere tali pareri.

  20. Maria Mondello   5 dicembre 2016 at 13:23

    Complimenti alla Prof.ssa Maria Cristina Marroni che ha colto nel segno con un’analisi implacabile dell’opera di C.R. Zafon che non fa una grinza.

  21. John87   13 febbraio 2017 at 17:52

    Questo libro è stato il primo di questo autore che abbia letto e devo dire che mi ha portato ad una dipendenza tale dal suo genere che quando leggo altri libri non riesco a farmi prendere nello stesso modo.In più sono stato anche a Barcellona e durante la lettura rivedere davanti agli occhi quei luoghi contribuisce a farsi trasportare nella narrazione.Sicuramente i 4 romanzi mi lasceranno emozioni che non dimenticherò facilmente;anche perché sono convinto che i libri non siamo noi a sceglierli ma sono loro che scelgono te.

  22. Anonimo   26 giugno 2017 at 9:10

    io credo che sia un enorme bluff, da tutti i punti di vista

  23. Gian Piero   7 novembre 2017 at 14:24

    provate a leggerlo in castigliano, poi mi dite …

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