Eros in agguato: Gigino Falconi fra pittura e poesia

Eros in agguato: Gigino Falconi fra pittura e poesia

Falconi libroL’io lirico dell’artista Gigino Falconi si nutre di perdita, lontananza, assenza. Nella raccolta “L’Amore- Le sue immagini e le sue parole”, di recente pubblicazione per l’edizioni STAURÓS, sono presenti melodie poetiche dell’amore perduto.

La vita e la pittura di Gigino Falconi trovano linfa nell’amore. E quando questo amore fugge o si dilata, nell’introspezione il cuore detta le sue regole, che corrispondono a parole gettate su una pagina bianca.

Una caratteristica precipua della sua felice scrittura è proprio l’immediatezza del sentire: l’orgasmo panico degli inizi, quando la passione folgora l’anima; i tempi mitici della sua percezione sensibile dell’uomo e del mondo; la religiosità orfica.

Orfeo amò Euridice, finché la morte ne enfatizzò la preziosità e unicità dell’essere. Nel tentativo di recuperare la sua anima, Orfeo la perse per sempre.

Scrive Salvatore Quasimodo, nei Discorsi sulla poesia: “La nascita di un poeta è sempre un atto di “disordine” e presuppone un futuro nuovo modo di adesione alla vita, perché è bene dirlo subito: il poeta non rinnega mai la vita anche se attraverso la disperazione riconosce l’aridità, una dispersione del cuore degli uomini, e li vede metà d’oro e metà di sangue che cola nel loro continuo dialogo con la morte”.

Gigino Falconi si fa poeta senza dismettere gli abiti del pittore, perché la poesia è un atto di fiducia in quello che l’uomo crea. “La poesia è una conquista dell’uomo; ma c’è uomo e uomo che può conquistarla”.

Le donne dell’artista, fissate eternamente nelle tele (“La mia pittura/illuminata soltanto è/ dal tuo volto) e poi dimenticate e riposte nei cassetti, oppure le donne fotografate nella memoria come farfalle fuggite via (“Comincia il pianto/è inutile fermarlo/trafigge la neve/amore che andò via/non amai più/ i miei dipinti/ sono tanti morti/ nella mia vita”), riaffiorano seducenti e fascinose.falconi 2

Le figure femminili di Falconi sono prive di nomi: non sono più le Ermioni, le Isotte, le Elene, le Ippolite, le Anatolie, sussiste in loro solo una parvenza di reale fisicità. Donne mute, deposito di cari ricordi. Nelle poesie compaiono donne disponibili alla gioia di eros (“Le tue mani arrivano/dove ti travolge/la tua fantasia”), ma poi scompaiono, lasciando amarezza e dolore. Eterne Elena Muti, queste donne fatali. La vocazione dello spirito e dell’arte è spinta dall’erotismo, con un sotterraneo invito alla fedeltà nella speranza del prolungarsi del rapporto amoroso oltre la passione dell’attimo, del sogno che si sostituisce, nel tempo, alla realtà dell’amore.

La donna subisce un’attrazione fisica irresistibile (pure nella disperazione e nel pianto per la morte di un amore) da parte del poeta, che sessualmente l’affascina fino a costringerla nel suo letto, ma per un rito che è di sogno e di morte più che d’amore.

Il rapporto amore-morte si complica fra lacrime e voluttà di violare il pianto e il mistero dell’amore defunto.

Il nuovo Faust vuole possedere Elena,che non è più “la donna unica per la bellezza e di origine divina, ma l’opposto, quella posseduta da mendichi e da re, che ha conosciuto tutte le libidini e tutte le vergogne, e le ha superate nell’assoluta impurità del suo corpo”.

“Mi chiedo sempre dove vai/ c’è un cielo di mille azzurri/nel mio animo c’è/una radice/amara/toglimi questa radice/ di dolore”.

Dolore e non pessimismo “che è negazione della vita, atteggiamento raro dello spirito creato dalle filosofie più vaghe e distrutte che mai ha raggiunto il cuore della collettività, ma quella forza che ha avuto sempre la capacità di frantumare qualsiasi catena, forza che sta alla base della verità”.

Se dobbiamo ancora credere in qualcosa, suggerisce l’artista, si creda in Eros, perché è l’unico a non mentire.

Maria Cristina Marroni

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