Cultura sostenibile: il Di Luzio che non c’è

Cultura sostenibile: il Di Luzio che non c’è

Di Luzio cascella

In anni recenti la politica locale ha parlato insistentemente di “Strategia”, “Piano strategico”, “Modello Teramo”, ma di programmazione mirata in ambito culturale neppure l’ombra, oppure una timida ombra, quella che accompagna i corpi nel crepuscolo e non a mezzodì.

Augusto Di Luzio è il Presidente della Commissione Cultura del Comune di Pescara. Durante la sua gestione Pescara ha vissuto una rinascita culturale. Il museo “Vittoria Colonna” ha organizzato tre mostre di successo, quella sull’Ottocento abruzzese, sui Celommi e sui Cascella, per le quali l’Amministrazione comunale ha recuperato le spese investite. È ora in corso nella stessa sede la mostra sull’artista Gigino Falconi, che ha deciso di donare al termine della rassegna venti opere alla città di Pescara, scelte tramite un’apposita scheda, da quanti, a partire dal 23 dicembre, visiteranno l’esposizione. Così il museo arricchirà la collezione permanente, dedicando una sala all’artista. Perché non è successo a Teramo? Dopotutto Gigino Falconi è nato e vive a Giulianova ed è legato alla propria Terra. Forse è mancata una proposta concreta?

di luzioUn Di Luzio a Teramo manca, perché tra spartizioni, incertezze, sottovalutazioni la cultura è passata in terzo, quarto piano, ritenuta la cenerentola della politica. Certo, mi si dirà, in un periodo di crisi le incombenze sono altre: sì, se si ritiene la cultura un inutile orpello e non una risorsa economica. Nella gestione del Dott. Di Luzio c’è stata sì strategia e lungimiranza. E dopo cinque anni si possono tirare le somme. Basta fare un rapido confronto con l’attribuzione delle risorse disponibili a Teramo per capire che l’attuale Sindaco non ha modificato lo status quo preesistente, anzi ha dato ancora più spazio a quelle poche realtà che erano sotto accusa da parte di alcuni artisti e dell’opinione pubblica.

In tempo di crisi il pubblico non è affatto mancato nelle mostre temporanee di valore. Durante la scorsa primavera mostre prestigiose hanno ottenuto risultati insperati: 157.000 visitatori a Padova per la mostra dedicata a De Nittis, oltre 95.000 visitatori a Verona per la mostra Da Botticelli a Matisse, 100.000 visitatori, sempre a Padova, per una mostra raffinatissima su Pietro Bembo.

Nella città di Forlì in sette anni le mostre hanno accolto oltre 700.000 ospiti da ogni parte d’Italia, che corrisponde a circa sette volte il numero dei suoi abitanti, con un ritmo di circa 1000 visitatori giornalieri. L’idea alla base delle mostre di Forlì è quella di partire da un’artista o da un’opera legata al territorio per aprirsi poi a una dimensione internazionale.Tutte le iniziative culturali si sono svolte nel complesso di San Domenico, il cui restauro è costato finora al Comune oltre 25 milioni di euro. La spesa per le mostre è stata totalmente coperta dalla Fondazione della Cassa di Risparmio di Forlì, per volontà del presidente Piergiuseppe Dolcini, convinto che la cultura serva a rendere migliore una città.

Al centro di Teramo si erge il meraviglioso Castello della Monica, dal quale l’anima è volata via, per conservare le parvenze di un fantasma. Eppure occorrerebbe un milione di euro per recuperare quell’anima e riportarlo in vita. C’è poi in Corso San Giorgio il Palazzo della Prefettura, di proprietà della Provincia, sede ideale di un Museo permanente sugli artisti teramani (Gigino Falconi, Giovanni Melarangelo, Guido Montauti, Guido Martella, Amilcare Rambelli, Pasquale Celommi, Raffaello Celommi, Giuseppe Bonolis, Amilcare Rambelli, Gennaro Della Monica, Raffaello Pagliaccetti, Venanzo Crocetti, Luigi Cavacchioli, Cesare Averardi, Salvatore Di Giuseppe, Vittorino Scarselli, Alberto Chiarini, Dina Martellacci).

A Teramo non mancano tecnici di indubbia professionalità  (come il Prof. Umberto Palaestini), ma politici lungimiranti che la smettano di fare proclami che restano sulla carta, immaginando una città futuribile, il cui biglietto da visita sia solamente l’orribile Ipogeo (costato quasi 3 milioni di euro!). Con la cultura si mangia, chi sostiene il contrario non ha la capacità di mettere a frutto le suggestioni e le possibilità. Per tutto il resto c’è Mastercard? No, per il resto ci sono sempre le solite scuse.

 Maria Cristina Marroni

One Response to "Cultura sostenibile: il Di Luzio che non c’è"

  1. stilo   8 gennaio 2014 at 15:02

    e noi invece abbiamo Big Match…

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