La crisi è contingente o strutturale?

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 E’ la voracità estrema a breve termine, a spingere le scelte finanziarie, non più di supporto all’economia ma di pura speculazione. Gli Stati hanno ormai perso la loro sovranità, ma cenni di risveglio iniziano ad essere visibili nel Vecchio Continente, anche istintivamente in quanto si coglie l’evidenza di una minaccia che stimola istinti di conservazione: reazioni degli organismi rimasti viventi laddove gli “assuefatti” ancora pensano che se ne possa uscire comodamente. Come è accaduto tutto ciò in Italia? Come ricorda Claudio Moffa in “Moneta, Finanza e Storia” Eu Med 2012, in epoca monarchica lo Stato aveva una “rendita da signoraggio” che permise la costruzione dei quartieri umbertini a costo zero, come durante il Fascismo tutte le grandi opere del Regime. Il Fascismo aveva reso Bankitalia un Istituto di diritto pubblico con la legge bancaria del 1936, rafforzata dal D.lgs. del 1947 in epoca repubblicana: tali leggi ponevano in capo allo Stato il controllo della emissione monetaria e dell’attività finanziaria”. Gli accordi di Bretton Woods dopo il 1945 previdero una riserva indiretta in oro per le monete diverse dal dollaro, rendendo la moneta americana ancorata al metallo lucente ed idoneo strumento di pagamento internazionale.

Ad essere terrorizzati dal default sono più i creditori dei debitori, ed infatti tutti ricordano l’apprensione di Sarkozy e Merkel sull’accennato referendum greco per ripudiare il debito. Ma cosa accade in caso di default se magari a dichiarare bancarotta è un gigante militare? Gli USA nel dopoguerra misero in circolazione troppi dollari, che servivano da riserva per le altre monete proprio perché ancorati all’oro, esportando inflazione ovunque, ma quando iniziò la richiesta degli Stati di ricambiarli con l’oro, Richard Nixon stabilì che tale convertibilità sarebbe cessata! Nel 1971, dichiara quindi la fine della convertibilità del dollaro in oro, dopo che De Gaulle gli aveva richiesto di cambiare tonnellate di dollari in oro e tutte le banconote, da quel momento perdono indirettamente il loro valore ancorato a quello che avevano i dollari: le banche emettono carta straccia accettata come moneta per la convenzione sociale di chi la accetta. Cosa fu quella di Nixon se non una dichiarazione di bancarotta? I creditori si guardarono bene dall’infastidire il gigante militare americano, che però avrebbe dovuto consegnare una grande montagna d’oro immagazzinato in precedenza, ai cittadini degli Stati esteri che si trovavano in tasca delle cambiali falsificate dal debitore, per non riconoscersi insolvente. I dollari continuarono ad essere accettati a corso forzoso e come riserve nelle Banche Centrali, perché divennero la moneta necessaria per comprare petrolio, quando gli USA strinsero un patto di ferro coi sauditi. Questa vicenda ha insegnato al mondo che la moneta non ha valore in sè ma solo in relazione a cosa può misurare e concretamente poi comprare, non avendo nessuna materia di per sè un valore assoluto ma relativo (per un assetato nel deserto vale più un bicchiere d’acqua che una montagna di diamanti). Il valore delle banconote non è quello intrinseco ma quello “psicologico” dell’accettazione sociale delle stesse come strumenti, accettazione che deriva a sua volta dalla garanzia della legge e dalla fiducia verso qull’autorità che quella moneta diffonde, per cui tutti sanno che con quei (e solo con quei) pezzi di carta ognuno può comprare ciò che gli occorre.

 

L’oro rimane comunque una ricchezza importante, data la richiesta in rapporto alla sua rarità, come molto spesso un investimento sicuro in quanto difficilmente perde di valore come invece sta succedendo per i beni immobili. Secondo una ricerca del giornalista Mauro Bottarelli, l’Italia sarebbe il quarto Paese al mondo per riserve auree, un immenso tesoro utile ma purtroppo in gran parte depositato fuori dai nostri confini nazionali; una dote che farebbe gola a molti squali e che i nostri governanti, a differenza di quelli tedeschi, non hanno ancora deciso di mettere al sicuro.

 

Nel 1975 finisce in Italia il “biglietto di Stato” e alla fine degli anni settanta, finisce il vincolo di portafoglio alle banche che consentiva di finanziare a basso interesse il fabbisogno dello Stato, quando si voleva evitare una nuova emissione monetaria con contrappeso obbligazionario. Nel 1981 il ministro Andreatta e il governatore di Bankitalia Ciampi sancisono il “divorzio” tra Palazzo Koch e il Tesoro: Bankitalia non deve più obbligatoriamente e direttamente acquistare il residuo dei Titoli di Stato non piazzati, concordando il tasso di interesse col Tesoro che fu costretto ad offrire i tassi più alti d’Europa fino al 18%. Pertanto già nel 1985 la spesa per gli interessi arrivò a quasi il 10% del P.I.L. quando nel 1980 era del 6,4%: dopo dieci anni e cioè nel 1992 il Debito Pubblico era passato dal 60% al 120% del PIL.

Nel frattempo già nel 1990 col Governo Amato, il ministro Carli presentava la legge-delega n° 210 che permetteva alle Casse di Risparmio di diventare società per azioni, andando indirettamente a privatizzare Bankitalia che si ritrovò ad essere formalmente Istituto di Diritto Pubblico, ma con il 95% degli azionisti privati e con un C.d.A. che discrezionalmente decide le quote di riserva. Intanto la speculazione sulla Lira fece abbassare artificiosamente il valore dei “gioielli di famiglia” e iniziavano così le privatizzazioni di tutti gli Enti Pubblici Economici in s.p.a. (facendo perdere allo Stato gli utili che registravano) col DL Amato n° 333/92, privatizzazioni già pianificate nel famoso meeting sul panfilo Britannia. Nel 1992 con la Legge n°82, la regolazione del tasso di sconto e pertanto del costo del denaro divenne appannaggio del solo Governatore di Bankitalia, non più obbligato a concertarlo col Tesoro e veniva firmato il Trattato di Maastricht, che prevedeva ulteriori cessioni di sovranità però ad Enti sovranazionali senza la possibilità neanche più di suggerire politiche monetarie agli art.. 105 e 107. A seguito del Trattato viene emanata la legge n° 483/93 che proibisce a Bankitalia di finanziare lo Stato che fino a quel momento poteva andare a debito per un importo pari al 14% delle spese correnti, restituito con un tasso dell’1%. Nel 2002 entra in circolazione l’Euro con un cambio capestro per l’Italia che fa esprimere così Paul Krugman, premio Nobel per l’economìa nel 2008: “Adottando l’euro l’Italia si è ridotta allo stato di una nazione del Terzo Mondo che deve prendere in prestito una moneta straniera, con tutti i danni che ciò implica”. Nel 2006 il Governo Prodi abolisce l’art. 3 dello Statuto di Bankitalia, che ancora prevedeva partecipazioni maggioritarie al proprio capitale in capo ad Enti Pubblici e nel frattempo, il nostro debito pubblico (a differenza del Giappone) inizia a non essere più prevalentemente in mano ai risparmiatori italiani.

Il 2009 è l’anno del Trattato di Lisbona che segna un passo ulteriore ma non è finita perché tra il 2011 e il 2012 arrivano altri due “eventi” oltre alle varie “Basilea 1, 2” etc. che danno sempre maggior libertà alle banche di attuare politiche restrittive del credito. Il Trattato MES è un patto che obbliga gli Stati alla sottomissione nei confronti di una autorità immune da ogni forma di giurisdizione (artt. 32 e 35), che può imporre ad essi di versare qualsiasi somma richiesta, senza alcuna possibilità di controllo sull’impiego delle somme. Questo fondo servirebbe per aiutare gli Stati in difficoltà che potrebbero invece versare tali somme, autonomamente e previo controllo democratico, per soccorrere le loro emergenze senza dover ripagare con gli interessi questo servizio imposto dalle burocrazie. Il Fiscal Compact invece è un impegno già ratificato, che obbliga dal 2014, Paesi come il nostro col debito pubblico superiore al 60% del PIL, di rientrare entro tale soglia nel giro di venti anni e di tenere il deficit sotto il 3% del PIL per non incorrere in sanzioni da versare all’ESM e a “correzioni automatiche” stile commissariamento. Il pareggio di bilancio nel nuovo art. 81 della Costituzione non pone tetti massimi di spesa e pertanto non vi è neanche un limite all’aumento della pressione fiscale per compensare tale spesa. Anche se potrebbe apparire di buon senso questo rigore certosino sui conti, bisogna evidenziare che uno Stato costretto a ricorrere all’indebitamento per finanziarsi in quanto privo di sovranità monetaria, politica ed economica, non potendo più neanche indebitarsi come in precedenza, sarà impossibilitato a finanziare progetti infrastrutturali e il suo sistema di Welfare State. Questi capestri vanno contro gli interessi della collettività e servono solo come garanzia per i creditori delle grandi banche d’affari, BCE e FMI, onorata con le tasse. L’Ungheria fuori dall’euro riprende il controllo politico sulla Banca Centrale ungherese e sana il debito col FMI, Argentina e Norvegia, che conservano una parziale sovranità monetaria ed importanti enti pubblici economici che fanno utili, riescono a resistere alla tempesta in corso e l’Islanda, che ha ripudiato il debito, viene guardata con “stupore” dallo stesso FMI perchè regge a differenza dei PIGS. Ma i PIGS hanno l’euro e come ha recentemente evidenziato il prof. Claudio Borghi, il vero problema dei PIGS (e dell’Italia) è l’euro che li ha schiacciati nella gabbia in cui tedeschi ed olandesi la fanno da leoni. L’Irlanda infatti, ex “tigre celtica” con mercato del lavoro già flessibile, senza debito pubblico e con bassa tassazione si è ritrovata nei PIGS, a differenza dell’Inghilterra che dovrebbe soffrire di più per la crisi finanziaria ed ha una struttura sociale ed economica simile. Perchè questa differenza? In Irlanda hanno l’euro. Secondo Ambrose Evans Prichard del giornale The Telegraph: “L’Italia ha solo un grave problema economico. Ha la valuta sbagliata. L’Italia è più ricca della Germania in termini pro capite, con circa 9.000 miliardi di euro di ricchezza privata. Il suo debito pubblico e privato combinato è al 265% del Pil, inferiore a quello di Francia, Olanda, Regno Unito, Stati Uniti o Giappone. Il paese si piazza in cima alla graduatoria dell’indice del Fondo Monetario Internazionale per “sostenibilità del debito a lungo termine” tra i principali paesi industrializzati, proprio perché ha riformato da tempo il sistema pensionistico sotto Silvio Berlusconi”. Anche gli analisti della Royal Bank of Scotland concordano: “l’Italia ha un vivace settore delle esportazioni, e un avanzo primario. Se c’è un paese nell’Unione europea che potrebbe trarre beneficio dal lasciare l’euro e dal ripristino della competitività, è l’Italia“.

 

Pietro Ferrari

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