Uomo o tecnologie?

Uomo o tecnologie?

Sono nato e cresciuto in un periodo in cui l’uomo era al centro dell’universo lavorativo e cercava di affrancarsene, attraverso le tecnologie.

I robot stavano iniziando a sostituire gli operai nelle catene di montaggio in cerca di una crescente specializzazione, ma solo per quelle tipologie di attività che richiedevano una ripetitività alienante per un essere pensante o una precisione che l’essere umano non era in grado di garantire.

L’operaio, dal canto suo, è ancor oggi insostituibile per tutte quelle attività in cui la sensibilità delle mani e la capacità di valutazione dell’ambiente circostante rendono impossibile l’utilizzo di un braccio meccanico, che non sarebbe capace, neppure se collegato ad un supercomputer, di valutare e discernere l’operazione da eseguire, né di eseguirla con la cura e delicatezza di cui è capace un essere umano.

Per semplificare, è sufficiente pensare alla potenza del braccio meccanico di un escavatore e all’impossibilità di utilizzarlo in presenza di cavi e tubazioni interrati, situazione in cui il ricorso alla sensibilità dell’operaio, munito di pala e piccone, resta inevitabile.

Riflettendo sull’evoluzione tecnologica che ormai ci circonda, è possibile tuttavia constatare come, puntualmente, se ne sia fatto un abuso tale da confinare l’uomo a mero disoccupato, senza aver ricevuto dalla tecnologia alcun beneficio sostanziale, andando, anzi, ad aggravare la situazione di molti padri di famiglia.

Vedo transitare goffamente, nelle città, spazzatrici automatiche simili a marziani con la gobba e gli occhialoni, frutto della fantasia perversa di designer probabilmente più adatti al set del film “La mosca” che all’elaborazione di carrozzerie automobilistiche. Mezzi adatti a pulire una piazza al termine del mercato, forse, ma assolutamente inutili (anzi dannosi) nelle viuzze cittadine lastricate di cubetti di porfido, di cui rimuovono la malta, determinandone nel tempo il dissesto.

Mezzi che devono comunque essere seguiti da operai, vestiti anch’essi da marziani, con mascherine protettive e tute fosforescenti, che avanzano nella polvere (sollevata dalla macchina) armati di scope e ramazze, per spingere, sotto le spazzole e gli aspiratori, foglie e residui presenti negli spazi che il mostro meccanico (costoso ed inutile) non riesce a raggiungere.

E mi chiedo se ne sia valsa la pena. Se il costo di una spazzatrice, in termini di acquisto, manutenzione, consumi ed assistenza, abbia effettivamente permesso all’Amministrazione di risparmiare o se, piuttosto, il costo sociale del rumore che provoca, della polvere che alza (con buona pace dei soggetti allergici), dell’ambiente che deteriora per consumi ed emissioni, e dei posti di lavoro che ha negato o cancellato, non abbia determinato un’involuzione del territorio in cui è chiamata ad operare.

Ed era forse meglio lo spazzino (termine che non ho mai reputato offensivo e richiamava alla mente quella figura alla quale il cittadino era affezionato) che fischiettava con la sua ramazza e spingeva il suo bidone, regalando sorrisi e battute ai passanti, senza far rumore, senza alzar polvere, curando ogni angolo di strada che gli era stato assegnato, se non altro per far bella figura con il suo superiore, in caso di controllo.

Così come ho sempre pensato che i cantonieri fossero le migliori risorse degli Enti preposti al controllo e alla manutenzione delle strade, mentre oggi sono “promossi” al ruolo di manutentori d’assalto (nel senso che, con gli scarsi mezzi a disposizione, dovrebbero essere commandos addestrati nel Battaglione San Marco per poter risolvere i problemi che si trovano ad affrontare). Nel frattempo, gli Enti che dovrebbero aver cura di manti d’asfalto, banchine stradali e pozzetti di scolo delle acque reflue, utilizzano terne gommate gigantesche e trattori con bracci decespugliatori di potenza tale da non aver alcun rispetto dell’ambiente, saturando fossati e pozzetti di residui organici, triturando anche ginestre e talee, che pure costituivano un patrimonio floreale e, soprattutto, impedivano frane e dissesti idrogeologici.

Anche in questo caso, rimpiango i cantonieri che, all’alba, si avviavano canticchiando sul tratto di strada loro assegnato, con falce, pala e carriola, curando singole buche, liberando i fossati dalle erbacce (pur rispettando le piante utili a tenere le scarpate), pulendo i pozzetti per garantire il deflusso dell’acqua, rimbrottando bonariamente il contadino che, arando il terreno, si avvicinava troppo al ciglio della strada, rischiando di determinare la caduta di terra e fango durante le precipitazioni. Un mondo antico che funzionava bene, perchè basato sull’uomo e sui rapporti tra uomini, non sulle tecnologie. Un mondo di relazioni interpersonali che spingeva il cittadino a collaborare con l’Ente, curando personalmente il tratto di strada che stava davanti alla sua abitazione, o rinfrancando con vino e caffè gli operai che se occupavano, perchè quel pezzo di strada era anche un po’ suo.

Ed ancora oggi, penso ai bidelli, figure paterne alle quali, con smodato affetto, ogni ragazzo ha fatto scherzi impietosi, con la cattiveria tipica degli adolescenti, ma ai quali ciascuno di noi ha voluto bene e non accetterebbe di affidare i propri figli a macchine automatiche o a telecamere di sorveglianza.

Sono un homo tecnologicus, come amava definirmi il mio Dirigente, al tempo in cui militavo in Provincia, ma ho sempre pensato che le tecnologie devono semplificarci la vita, senza dover delegare loro l’uso del cervello o brandelli di sicurezza e libertà. La società tecnologica, da troppo tempo, preferisce le macchine all’uomo, senza rendersi conto che potremmo arrivare ad un punto di non ritorno. Occorre fermarsi a riflettere sui costi sociali (e non solo su quelli finanziari) che l’uso delle tecnologie comporta e, nel dubbio, scegliere sempre l’uomo.

Gianluca Pomante

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